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Metafora del viaggio, d’ogni viaggio.
Dare la spinta, e poi
piedi in acqua, dondolare
per pochi metri sopra lo specchio.
Opaca vita
che d’occasioni avara ti fai
qui ti spergiuro
col dito nella melma io torno ragazzino.
Qui sotto un ponte breve di fosso
senza braghe, né cenci a ricoprirmi
vergogne ormai cresciute.
Con la camera d’aria gonfiata d’una ruota
le mani aperte a scuro di occhi
e dopo il bordo
lo scintillio che fa la catena appesa al collo.
La bocca di un’amica che mi conclude il gioco.
Non sa di sale l’acqua più povera,
ma trema, come le meraviglie ai musei
come l’amore
con cui si resta spalla su spalla
dopo, al sole.

L’INFERMIERA

Chiamiamo vita vera quella della premura
della carezza dell’infermiera
del suo nome, portato a bella vista sul petto.
Vita vera
lei che ha perduto venti coriandoli ai capelli;
lei che somiglia a foce di fiume
e un poco a Casa
quando la notte lasci due dita di frescura
tra tenda e imposta, e l’aria si muove.
Grazia piena.
Chiamiamo vita vera la mela morsicata
poggiata al credenzino, dimenticata
furba.
Chiamiamola peccato da compiere, e riviera
un abito indossato di fretta
un reggiseno, terribile sull’arco del meglio
necessario
per non lasciare libero il gusto delle mani
la sera dei mariti, la voglia di avventura.
Chiamiamo vita vera quella che passa ora
finito il turno, gonna e camicia
via il dolore, quel piccolo fraseggio di medicine intere.
Chiamiamola per tutte le sera, ecco il cifrario
telegrafa il suo corpo a digiuno
e falla stare
come davanti a un campo maturo.
Falle amore
soltanto di papaveri, d’aria, e di parole.

UMORI

E sai dell’oleandro vicino, se ti pieghi
sai di fiori
i sofferenti per siccità
e sonno forte.
Di acqua minerale con gocce di limone.
E sai di strofinacci distesi ad asciugare
di calze messe tre quattro volte, di ringhiera
pettini d’osso e poi di tegami.
E sai di mondo, pietrificato e anche di terra
quella rossa. La vela della casa percorre il tuo costato.
La mela che hai lasciato sul tavolo il tuo piede.
La piccola ferita all’addome, zafferano
placenta e olio per i bambini.
Sai di buono
di donna che si lava la faccia. Sai di Ande
di fiumi diecimila chilometri, di uccello
mangrovia e rane del Portorico.
Sai di luce, di buio e di ghiacciai del nord
sai di sambuca
il goccio nel caffè di mio padre.
Sai di menta; ne ho coltivata un po’ per te sola
fammi dire. L’ho coltivata per farti uscire col grembiule
le gambe come pertiche al sole
la fessura
venuta come un bagno d’umore, là, tra i sassi.

FIREBIRD

La punta di una barca da pesca è questo letto
l’approdo per un viaggio fecondo
illuminante.
Lo scoglio dove poggio i miei dubbi sull’amore.
Perché sono l’uccello dei vinti e delle spose
e cerco da una vita la fuga dalla luna.
Sono l’uccello delle fontane, degli abeti
son quello sugli orari dei treni e sulle more
un nido troppo fragile nel vento delle cose.
Sono l’uccello degli africani in mezzo al mare
la calce tumefatta dei miei cavalcavia
il ferro delle insegne di luce, le alberate
col nome dei liquori vicino alla Madonna.
Sono l’uccello sopra le tombe, becco aguzzo
due note per preghiera ed un fischio battagliero.
Sono partita a carte col libero animale
l’occhiata maliziosa tra orlo e cavigliera.
Sono l’uccello gran spettatore al noccioleto
il tarlo nel limone, l’Agnese lavandaia.
Sono l’uccello sul parabrezza, un dio veloce
la combustione fase avanzata, della vita.

E tutte quelle donne che s’alzano a buon ora
che infiammano cucine con venti
e più candele.
La loro educazione a pensare a tutto quanto
il caffè che viene lento, e poi dietro la tendina
il camion mentre svuota i bidoni.
Donne attente
su libri di quintali di storia, donne verdi
arancio e rosso dei bigodini in città grigie.
Le donne che hanno avuto un lavoro
tempi addietro
stenografe
domestiche, o altro.
Donne forti
capaci di innalzare una diga alla follia
all’impeto degli uomini in cattedra, al furore.
Donne e le loro ciabatte in gomma dura
le dita che svolazzano sul resto dei gerani.
Le donne che somigliano al vento nelle orecchie.
Donne in bici
le buste della spesa a far da contrappeso.
Le donne con il secchio alle tombe, mani in grembo
quasi per trattenere quell’ultima parlata
o proseguirla poi nelle stanze, in case vuote
con i vestiti incellofanati
e il mezzo litro
di latte, per le sere che sono disturbate.

GENERAZIONI

Le mura con i cocci di vetro sono ancora
un cordolo di magra potenza, il dio deforme
di ‘sto paese assedio per nebbie e pentimenti.
Dei tanti suoi ricoveri a notte, ora m’è impressa
la tosse sua asinina e violenta fatta a sciami;
il fumo della stufa scappato per le scale, la giacca
coi bottoni dorati appesa al chiodo.
Di rado capitava che uscisse, salutava
tirando su il bastone di due o tre spanne appena.
Guardava le sue viti novelle e sorrideva.
Di fatto ci parlava, come a una bella sposa
e noi lì smettevamo il baccano,
i giochi duri, pareva un grande inchino alla Storia
e anche alla vita.

QUELLO CHE SEI

È bello, qualche volta, abusare della notte.
Finire camminando sui bordi della Ovest.
Guardare le decine d’aironi fare il palo
per niente disturbati, del tutto naturali.
È bello constatare le cosce sempre snelle
della tua donna in debito d’aria
indifferente, al fatto che con gli anni
si fa meno all’amore.
È bello, lo ripeto, abusare della notte
adoperarla per supplemento a un’altra vita
da Peter Pan magari;
ma mi accontenterei
che fossi tu a volare su me, attratta ancora
dal fresco delle acque che ho in petto
le agitate.
Oppure dalla grazia dei tendini, ed al modo
con cui carezzo il meglio che hai
e quel che sei.

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