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PAOLO

Bisognerebbe star giovani per sempre
seguire il filo rosso delle donne
i gatti nei mulini del vento.
Bisognerebbe tutti aver provato gioia
nel mettere due piedi alla terra appena arata
là nel colore acerbo che vede primo il sole.
Sentire nella bocca il sapore delle gemme
l’offerta della madre, la spinta primordiale.
Bisognerebbe tutti inchinarsi a quel che ha fatto
alle sue costruzioni terrene
e alle cantate, al senso di Parigi vogliosa
qui, alla bassa, nascosti dentro mille osterie
a tirar tardi
col vino e i tasti meglio premuti.
Bruna, Ida, Elisa e l’Angelina
nel coro delle belle.
Bisognerebbe avere le rughe sopra il cuore
e il piglio dei cavalli che scalciano alla piana.
Frontiere fatte d’aria e chitarre per la sera;
madonne con il velo scucito, e fame d’orzo.
Sentirsi tutti dio che risorge, forti e sani.
Bisognerebbe avere dei calici nettati
brindare come agli sposalizi ogni mattina
ogni goduto giorno d’infanzia e di vecchiaia.
Varcare il limbo d’acqua con gli occhi spiritosi
col volo delle anatre e i tordi
come aironi, pavoni dalla grazia maestra
solo amare.

ciao zio

PRIMULA

Quando s’andava per mandorli, o noccioli
con un cavagno d’aria e di eccitazione pura;
s’aveva gli occhi buoni per tutto
più indulgenza,
nessuna piega brutta nelle fotografie.
Ogni occasione aveva l’azzurro del toccare
il porpora del palpito, l’arancio del calore.
Noi due s’aveva gambe spretate e incuriosite
sambuchi dove il sole faceva ragnatele;
le piccole ferite venivano concluse
con grasso di balena e con baci di limone.
Bastava fare via un po’ i capelli ed era Pinta
Santa Maria alla bocca d’America
era un pozzo
di ori e di profumi, di musica orchestrale.
La testa ci sudava come i cavalli in piazza
di sotto la fontana del sindaco;
e amavamo
come la notte certe ragazze ventre chiaro
la primula tra gli inguini, rossa
silenziose.

Come si scappa da un acquazzone estivo
a volte è questo amore
figlio di devozione.
L’amica dice io invecchio meglio,
ma è un inganno,
in fondo cerca che le soppesi il suo bel seno
che cacci via la colpa col desiderio primo.
Oppure è anche lei là di fuori, nella pioggia
le quattro cose al volo cattate
le ciabatte, col tacchettino scomodo e fico.
E non possiamo
che ricordare sempre più amari il tempo pazzo
di quando sposalizi e poi figli erano tutto.
Ognuno nel suo letto di grazia, smangiucchiati
leccati e fatti a pezzi come una processione.
Allora prolunghiamo quest’ombra ballerina.
La mano cala come una rosa predicata.
Nel dirmi –vengo- fa che sia vero tutto quanto
la tenerezza vale di più, dopo peccato.

MELOGRANO

Adesso t’amerei meno in fretta,
con prudenza.
Ti guarderei chinata sul rubinetto
nuda, più d’una mano d’assi
e la posta è mille lire.
E per i fianchi alleggerirei la presa forte
per dare ascolto all’uomo che sono diventato
al gatto mentre passa al selciato
alle lusinghe
che fa la luna al petto tuo avorio.
Meno in fretta
adoperato al ritmo di quelli bisognosi
di contemplare tutto nei sensi
gusto
tatto
orecchio sulla pancia
vederti da vicino. Così vicina
come l’odore di premura
di caglio e di caverna più umida.
Maturo, lo chiamerei maturo il mio amarti
come un frutto, che viene bello
e mentre lo tocchi dici – grazie
per tutto il rosso tuo preannunciato.
Si, più lento
con te che baci il pomo di Adamo
e sei piccina, senza le scarpe
e il seno che aggiunge olio di sposa.
Allungherei le scene finali
e poi le arcate, la musica che fai
quando t’alzi e vai a orinare.

MEMORIA DEL BUIO

Se penso a quelle lettere scritte sopra un treno
mi viene brutta calligrafia, qui
accomodato.
Dove più chiare sono le capinere
e i passi, rimbalzano sull’acqua
come i rondoni a sera.
Dovrei farmi beccare dal sole, dall’unguento
che gli alberi maestri solleticano ancora;
dovrei bearmi della pazienza, e delle ore
dell’ozio che richiama le nespole al grembiule.
Ma poi m’accorgo quanto mi manchi quel frastuono
che fa la seta delle signore giù al lavoro;
la predica dei tanti per strada
il tram che arriva, e il tacco giusto per la caviglia
di qualcuna;
che ora attende alla piattaforma, stanca e bella
come chi ha fatto il proprio dovere ed ha diritto
alla conversazione, o all’amore battagliero.
Sono imprudenti, e forse malate, nostalgie
sciocchezze da marito in disarmo, e qui ne rido.
Ma intanto poggio il mento ai ginocchi
l’occhio altrove, l’orecchio verso te
che t’inganni con l’ombretto
il lucido alle labbra, mutande vita alta.
E trovo sia bellissimo il modo che hai di andare
di testa, mani avanti, nella tua Bangalore.

E lascio entrare la birra americana
le scarpe con i pezzi di fango
il suo giubbotto, dal quale ha cancellato
le maniche e il colore.
E faccio entrare il figlio
e l’amico per la notte;
la sua disperazione ai capelli: mamma a casa
picchiata forse, certo, lasciata sola ancora.
Li faccio entrare e il pane è già a tavola
bicchieri, la luce delle scale per dopo
io saluto.
Mi aspetta una mattina di niente e carta straccia.
E faccio entrare il fatto che fumano da idioti
nemmeno la respirano morte, certo è meglio.
E faccio entrare i miei genitori, immaginando
la scena con i NO della testa, il dopo guerra
le sole cose oggi importanti e mai capite.
E faccio entrare l’umido e il puzzo, qui, le notti
son come i piedi tolti i calzini, altro che rose!
E faccio entrare il mio firmamento, qui c’è posto
purché non tocchi niente né Orsa o Cassiopea.
E faccio entrare il poco rispetto, le risate
le urla alle due e mezza di notte. Faccio entrare
in me le dita della pazienza
le unghie molli. Il desiderio d’essere solo
e tutti fuori!

LA GATTA

Forse è il bel sito della memoria, ignoto
che ti accalora sulla mia porta
macchia rossa.
Tu batti sopra l’uscio col nervo della seta
palpeggi l’erba come le gocce estorte al sole;
ma disconosci mano sorella che ti vuole
soltanto la livrea carezzare.
Schiva, antica
nel profilarti a bordo di siepe
il passo muto
vibrisse parre sia il nome delle tue antenne.
Ammicchi e scansi
odori per la terra i tuoi resti famigliari;
le docili fattezze sepolte danno rose
carnato e spine prone alla presa.
Un po’ vestale
un po’ regina, dolce
gelosa
chiusa agli atti.
Ma libera nel lento trascino di mammelle,
distesa finalmente all’offerta,
in vie sicure.

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