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Si purga questa vita,
come a una tubatura.
Un crogiolo dove fa da padrone il mal di mare
il poco orientamento
il fosco delle nubi.
Ci sono le occasioni, sicuro, le conchiglie
le pagine dell’acqua passata
stare insieme.
La schiena mi ha goduto la terra mille volte
con te vicina verde di erba e amore fatto;
ci siamo anche poggiati la mano sulla fronte
per troppo sole e accento di fuoco.
Poi nutriti
abbeverati al labbro di dio
respinti
chiusi.
Aperti come rotte di stelle, rivelati.
Abbiamo anche sorriso dormendo
per magia, per doppia vita
mezza segreta
mezza infame.
Ci siamo illusi fosse domenica anche oggi
che fuori c’è già un buio sospetto
e poca voglia, di mettere la prima
e la radio.
Un caffè doppio
il ritmo di ferraglia
la cipria da indossare.

LA TRAPEZISTA

Ancora in mente quella al trapezio
ieri l’altro
che il padre di un’amica ci accompagnò a vedere.
Ne parlavamo all’ombra di casa, dietro un vetro
smeriglio per far morbido il sole
i vecchi sanno.
Poi tirò su le braccia,
come a volerlo fare:
il tempo dei ciliegi fioriti permetteva.
A modo suo volava più in alto,
non toccava,
qualcuno attaccò pure a applaudire
e lo seguii.
In fondo ci era chiesto di vivere quel tempo
come una primavera che ultima arrivava.
Lei si chinò per rendere grazia
e fece il gesto, delle farfalle quando salutano
le bianche
che quasi le confondi con spiccioli di sole.
Coprì coi suoi capelli di rame la mia faccia
ed io arrossii come i melograni
neanche un fiato.

LA GALLERIA DEI GERANI

Il sesto frammento
gli cadde con un tonfo metallico.
Era l’oro
la fede del suo giorno migliore.
Sporto ammodo
di quelli pigri e senza lavoro, né decoro
lo sputo sempre pronto a qualcuno che passava.
Là sulla galleria dei gerani, al quarto piano
dove le tende sbiancano al riflesso d’abbaini
in quel piccolo mondo che lo contiene appena.
Le spalle tra gli stipiti
come a volerci dire, che il paradiso è magro e felice
e se ne frega, di quelli come lui
senza donna e un fiasco pieno
ad ogni santa ora del giorno e della notte.
Il primo dei frammenti era briciola di cane
il pasto dei piccioni migranti; gli altri poco
risentimento e poca allegria venuta male.
Qualcosa borbottato ai garzoni
agli operai, giù tra i tombini sempre intasati;
e alle signore
un cappuccino al volo e il telefono che fuma.
Per gli altri tocca stare a aspettare,
ora di cena, sicuro sarà un osso di pesca
o giù di lì.

PAOLO

Bisognerebbe star giovani per sempre
seguire il filo rosso delle donne
i gatti nei mulini del vento.
Bisognerebbe tutti aver provato gioia
nel mettere due piedi alla terra appena arata
là nel colore acerbo che vede primo il sole.
Sentire nella bocca il sapore delle gemme
l’offerta della madre, la spinta primordiale.
Bisognerebbe tutti inchinarsi a quel che ha fatto
alle sue costruzioni terrene
e alle cantate, al senso di Parigi vogliosa
qui, alla bassa, nascosti dentro mille osterie
a tirar tardi
col vino e i tasti meglio premuti.
Bruna, Ida, Elisa e l’Angelina
nel coro delle belle.
Bisognerebbe avere le rughe sopra il cuore
e il piglio dei cavalli che scalciano alla piana.
Frontiere fatte d’aria e chitarre per la sera;
madonne con il velo scucito, e fame d’orzo.
Sentirsi tutti dio che risorge, forti e sani.
Bisognerebbe avere dei calici nettati
brindare come agli sposalizi ogni mattina
ogni goduto giorno d’infanzia e di vecchiaia.
Varcare il limbo d’acqua con gli occhi spiritosi
col volo delle anatre e i tordi
come aironi, pavoni dalla grazia maestra
solo amare.

ciao zio

PRIMULA

Quando s’andava per mandorli, o noccioli
con un cavagno d’aria e di eccitazione pura;
s’aveva gli occhi buoni per tutto
più indulgenza,
nessuna piega brutta nelle fotografie.
Ogni occasione aveva l’azzurro del toccare
il porpora del palpito, l’arancio del calore.
Noi due s’aveva gambe spretate e incuriosite
sambuchi dove il sole faceva ragnatele;
le piccole ferite venivano concluse
con grasso di balena e con baci di limone.
Bastava fare via un po’ i capelli ed era Pinta
Santa Maria alla bocca d’America
era un pozzo
di ori e di profumi, di musica orchestrale.
La testa ci sudava come i cavalli in piazza
di sotto la fontana del sindaco;
e amavamo
come la notte certe ragazze ventre chiaro
la primula tra gli inguini, rossa
silenziose.

Come si scappa da un acquazzone estivo
a volte è questo amore
figlio di devozione.
L’amica dice io invecchio meglio,
ma è un inganno,
in fondo cerca che le soppesi il suo bel seno
che cacci via la colpa col desiderio primo.
Oppure è anche lei là di fuori, nella pioggia
le quattro cose al volo cattate
le ciabatte, col tacchettino scomodo e fico.
E non possiamo
che ricordare sempre più amari il tempo pazzo
di quando sposalizi e poi figli erano tutto.
Ognuno nel suo letto di grazia, smangiucchiati
leccati e fatti a pezzi come una processione.
Allora prolunghiamo quest’ombra ballerina.
La mano cala come una rosa predicata.
Nel dirmi –vengo- fa che sia vero tutto quanto
la tenerezza vale di più, dopo peccato.

MELOGRANO

Adesso t’amerei meno in fretta,
con prudenza.
Ti guarderei chinata sul rubinetto
nuda, più d’una mano d’assi
e la posta è mille lire.
E per i fianchi alleggerirei la presa forte
per dare ascolto all’uomo che sono diventato
al gatto mentre passa al selciato
alle lusinghe
che fa la luna al petto tuo avorio.
Meno in fretta
adoperato al ritmo di quelli bisognosi
di contemplare tutto nei sensi
gusto
tatto
orecchio sulla pancia
vederti da vicino. Così vicina
come l’odore di premura
di caglio e di caverna più umida.
Maturo, lo chiamerei maturo il mio amarti
come un frutto, che viene bello
e mentre lo tocchi dici – grazie
per tutto il rosso tuo preannunciato.
Si, più lento
con te che baci il pomo di Adamo
e sei piccina, senza le scarpe
e il seno che aggiunge olio di sposa.
Allungherei le scene finali
e poi le arcate, la musica che fai
quando t’alzi e vai a orinare.

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