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L’OLEANDRO

Il vento che ha piegato l’oleandro
ha stesso nome
di quello tra le ortensie biancastre da bambino;
là nel giardino dei miei vicini, il figlio ricco
malato come un lungometraggio.
Niente pena
ché poi l’ho risarcito col frutto dei miei anni
così come si va per la schiena tua dolente
quando mi dici – ho peso di tutto, fammi amore.
Soltanto qualche foglia zittita ne rimane
il lascito di un corpo ferito
scosso
scisso, tra una lettiga e venti carezze da cristiano.
Come le labbra tue sciolte in acqua ora m’appare:
il diritto che pretendono a notte
un po’ confuse
tra il debole barbaglio dell’ultimo lampione
e il fare giorno a passo veloce, vive ancora.

Periferie notturne,
di dispute e cancelli
di merli urbanizzati, incapaci di cantare.
Non disperate
voi rosse ragazzine
le guance fatte a pezzi dall’aria di altalene;
non disperate l’umano presentire
ché ancora nel poggiare la testa sopra il grembo
è il morso della fame d’amore a risalire
la fioritura delle sue mani
il pio albergare, nell’umido tepore dei corpi.
Non abbiate
che amareggiarvi solo un istante:
è sempre festa
su per le vie che tingono i muri con la calce,
il pizzo delle tende intravede le premure
i piatti allineati, le gambe già riverse
a quelle prostrazioni di sera, centenarie.
Dove le madri sono ancor giovani,
ed i padri, somigliano a dei porti sicuri.
Vive ancora
la quinta ora dei desideri, alle specchiere
si voltano le donne
felici nel passare.

TULIPANO

Avevo un cuore grande come un treno
le gambe spelacchiate incapaci a stare ferme.
Avevo sempre voglia della tua bocca bianca
Il gran rumore schietto dell’acqua per padrone;
bretelle e una camicia pulita da levare
la sera che aspettavi distesa, come Praga
vestita d’arte nuda e fiorita.
Avevo tutto, e poco per ricordo
perché sostavo pieno tra le tue cosce magre
e il tempo era niente da aspettare, un bel cavallo nero di notte
le sue froge
a fare l’aria smossa di lucciole e pendagli.
L’acchiappasogni della mia lingua era una moto
il tuo veliero sempre bagnato
e il corpo luce
elettrico, ma morbido e dolce
un tulipano. Colore che volevi
di volta in volta
amore.

DUE SORELLE

E sorsero dal Tempio bambine,
due narcisi,
per fare le ferite del cielo meno aspre
le cattedrali piene di voci, l’uomo in pace.
E sorsero dal tempio per ogni direzione
gli anelli delle fabbriche ad ovest da calzare;
maggese e fieno messo a seccare la più grande.
E sorsero dal Tempio con lettere d’amore
i pianti dei figlioli che spezzano le reni
chilometri di alberi in mezzo, e grandinate.
E venne il tempo della miniera,
telegramma,
la stessa morte presa da chi va via soldato.
E sorsero dal Tempio baciandosi, alla fine
tirando via lo stesso lenzuolo
in quella stanza, del padre quando uscì dalle cose.
Mute.
Adulte.
Pavoni nel cortile a far mostra di bellezza.
E sorsero nel volto di dio, sorella prima
un dio sicuro donna paziente, un dio narciso.
Per fare le ferite del cielo meno aspre
le cattedrali piene di voci
l’uomo in pace.

Per scrivere un capolavoro
bisogna avere voglia di tante, troppe cose.
Bisogna aver passato le ore mani sporche
in fabbrica o in un carcere duro
in sella a un sogno,
sul ventre di una donna che gode.
Bisogna avere i calli e le scarpe troppo strette
una vicina nuda al balcone
gli occhi buoni
per tutte quelle tinte di cielo mareggiato.
Per la felicità dei bambini, per le oche
le capre e gli animali in cortile.
Bisogna aver patito del freddo e niente in tasca
di quel cappotto vecchio, l’eredità di zio
ferito sopra i monti, la libertà, il coraggio.
Bisogna aver mangiato del buio in piatti sporchi
bevuto il vino nuovo dei nonni
là, seduti, in agonia per tutta la notte.
E poi morire, tornare a dire che non c’è nulla
tutto è qui:
le gambe delle donne e gli uccelli
i nidi
i tuoi.
La musica degli ossi, del cuore, di un’idea.
L’orgasmo e la risata profonda, il male, il no.
Il saluto mentre sali sul treno e dici
– Mai, ti incontrerò di nuovo
se proprio non lo vuoi.
Per scrivere un capolavoro
bisogna saper dire che tutto, tutto è qui
nel pianto dirompente di un fiume, nei granai
in quelle biciclette spompate per noi due
negli stivali bella fattura, sui tramvai
le panche in legno
alzati
suona, scendi, dai.

LA SCHIENA

È il gioco distanziato delle spalle
un nudo che rimane discreto
la gran classe.
Là è la piana
meravigliosa d’erbe e di giochi
là i profumi
l’arrosto la domenica, la salvia, il rosmarino.
È un groppo che mi prende la gola
e non so dire, cos’è che fa venire le lacrime a guardare
la schiena di una donna che modula i suoi anni.
Là vedo l’aria farsi signora, aprire spazi
due conche per le perle di fiume da indossare
il neo sotto la seta di una rifinitura.
Là l’evidenza elastica di braccia nel lavoro
la piega innaturale di molte lavandaie
e l’euforia del seno intuito
immaginato, solstizio d’ombra e febbre d’agosto.
Là il parlato
l’esangue verso d’ogni poeta a dirsi tale
la ragion pura fatta da parte, sfinimento
un capogiro
un tonfo nel fiume
risalire.

SIESAI

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