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SUMMERTIME

L’estate s’è bevuta i girovaghi, i bambini.
Nei prati le altalene non cigolano affatto.
Le sette hanno la sbornia di foglie decedute
le spiagge messe a pecora piangono, e va bene
a noi già titolari di neon alle officine.
Va bene all’impiegata sul ballatoio a fumare
s’è messa anche un golfino, ha coperto le sue rose.
L’estate è un bel leone di pietra in riva a un parco
il naso fatto via coi pugnali
il bel vedere, tastato dalle onde più alte
le lettighe, per pesci doppiamente distratti.
È digerita
nel ventre molle di questa vita, vacca porca
che passa sotto il naso che sembra un aeroplano
un mosca a cui han tagliato le ali.
È una fornace
coi suoi metalmeccanici in sciopero, è l’audace
soltanto nei fumetti e in Motel d’ordine quattro.
Le pale sul soffitto colore biancheria
sveltina e poi passare a ben altro,
che allegria!

QUINDICI DICIOTTO

L’estate di un’annata qualunque andammo al Forte.
Un monolite in cima a un sentiero
un fungo in pietra.
Per respirare aria di guerra basta poco
un corridoio umido e buio, feritoie
le canne dei fucili a cercare non so cosa.
Mi venne in mente quello che lessi sui soldati:
sul fatto che lasciarono i buchi, le trincee
con la bandiera bianca e un’armonica da bocca.
Per qualche giorno tutti ballarono spogliati
delle mostrine e lingue diverse;
i generali, finirono ammazzati alla nuca.
Qualche giorno
di umanità trovata e capita,
poi più nulla,
il solito delirio stagnante, bombe, morte.

Metafora del viaggio, d’ogni viaggio.
Dare la spinta, e poi
piedi in acqua, dondolare
per pochi metri sopra lo specchio.
Opaca vita
che d’occasioni avara ti fai
qui ti spergiuro
col dito nella melma io torno ragazzino.
Qui sotto un ponte breve di fosso
senza braghe, né cenci a ricoprirmi
vergogne ormai cresciute.
Con la camera d’aria gonfiata d’una ruota
le mani aperte a scuro di occhi
e dopo il bordo
lo scintillio che fa la catena appesa al collo.
La bocca di un’amica che mi conclude il gioco.
Non sa di sale l’acqua più povera,
ma trema, come le meraviglie ai musei
come l’amore
con cui si resta spalla su spalla
dopo, al sole.

L’INFERMIERA

Chiamiamo vita vera quella della premura
della carezza dell’infermiera
del suo nome, portato a bella vista sul petto.
Vita vera
lei che ha perduto venti coriandoli ai capelli;
lei che somiglia a foce di fiume
e un poco a Casa
quando la notte lasci due dita di frescura
tra tenda e imposta, e l’aria si muove.
Grazia piena.
Chiamiamo vita vera la mela morsicata
poggiata al credenzino, dimenticata
furba.
Chiamiamola peccato da compiere, e riviera
un abito indossato di fretta
un reggiseno, terribile sull’arco del meglio
necessario
per non lasciare libero il gusto delle mani
la sera dei mariti, la voglia di avventura.
Chiamiamo vita vera quella che passa ora
finito il turno, gonna e camicia
via il dolore, quel piccolo fraseggio di medicine intere.
Chiamiamola per tutte le sera, ecco il cifrario
telegrafa il suo corpo a digiuno
e falla stare
come davanti a un campo maturo.
Falle amore
soltanto di papaveri, d’aria, e di parole.

UMORI

E sai dell’oleandro vicino, se ti pieghi
sai di fiori
i sofferenti per siccità
e sonno forte.
Di acqua minerale con gocce di limone.
E sai di strofinacci distesi ad asciugare
di calze messe tre quattro volte, di ringhiera
pettini d’osso e poi di tegami.
E sai di mondo, pietrificato e anche di terra
quella rossa. La vela della casa percorre il tuo costato.
La mela che hai lasciato sul tavolo il tuo piede.
La piccola ferita all’addome, zafferano
placenta e olio per i bambini.
Sai di buono
di donna che si lava la faccia. Sai di Ande
di fiumi diecimila chilometri, di uccello
mangrovia e rane del Portorico.
Sai di luce, di buio e di ghiacciai del nord
sai di sambuca
il goccio nel caffè di mio padre.
Sai di menta; ne ho coltivata un po’ per te sola
fammi dire. L’ho coltivata per farti uscire col grembiule
le gambe come pertiche al sole
la fessura
venuta come un bagno d’umore, là, tra i sassi.

FIREBIRD

La punta di una barca da pesca è questo letto
l’approdo per un viaggio fecondo
illuminante.
Lo scoglio dove poggio i miei dubbi sull’amore.
Perché sono l’uccello dei vinti e delle spose
e cerco da una vita la fuga dalla luna.
Sono l’uccello delle fontane, degli abeti
son quello sugli orari dei treni e sulle more
un nido troppo fragile nel vento delle cose.
Sono l’uccello degli africani in mezzo al mare
la calce tumefatta dei miei cavalcavia
il ferro delle insegne di luce, le alberate
col nome dei liquori vicino alla Madonna.
Sono l’uccello sopra le tombe, becco aguzzo
due note per preghiera ed un fischio battagliero.
Sono partita a carte col libero animale
l’occhiata maliziosa tra orlo e cavigliera.
Sono l’uccello gran spettatore al noccioleto
il tarlo nel limone, l’Agnese lavandaia.
Sono l’uccello sul parabrezza, un dio veloce
la combustione fase avanzata, della vita.

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