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PANGEA

A volte
è col rispetto dei morti che ti guardo.
E ti compongo come un’icona, belle scarpe
il lucido passato alle guance, come niente
t’avesse tolto alito e polpa.
Sei la Terra, milioni di animali passati
argilla fusa
il pasto della rosa che sveglia la mia donna.
Talvolta è la pigrizia d’inverno a farti dura
e in altre t’apri ingorda di sete.
Sei la Terra, la mia ventenne bocca di lupa
la feconda, la camera del rito d’amore.
A volte dormi
all’ombra naturale di querce e foglie grasse.
In altre sei semenza sul petto di un ragazzo
che prende il sole primo di aprile.
Sei la Terra, la grazia senza rotondità
il sesso nudo
che accoglie le maestranze dei mietitori all’alba.
A volte sei una vecchia che parla a notte fonda
leggera come il filo dell’erba che conduci
tra pietre morte in strade perdute.
Ed io ti sento.

BOLERO

Dal basso di perenne idiozia, io ti saluto.
Le mani sulla rete che qui divide l’orto
dal magro viale in ghiaia della mia casa prima.
Io ti saluto come l’ebreo da un treno in fiamme
il nero incatenato, il bambino minatore.
Su me il sole supremo di David non scintilla
non miete le stagioni dei riccioli e del pane
la tavola abbondante, la pietra nell’anello.
Io ti saluto nudo nei piedi, sporco e puro
più vigile di un merlo disceso in mezzo all’erba.
Io sono margherita di campo che l’inchioda
il sorso d’acqua gelida, il frutto ricordato.
Io ti saluto con il cappello tra le mani
davanti a quel ciliegio osannato da Tonino;
ho qui un bel fazzoletto di biglie e calamite
la lista del negozio, che mamma farà tardi.
Ho qui un bastone pronto per correre in salita
una lettiga fredda chiamata per il padre.
Io ti saluto, mia gioventù, e un po’ ne rido
ché la pazienza forte d’amore ho conosciuto
e il mare della musica riempie le mie orecchie.
Ne rido come il pazzo all’elettrodo, o il malato
a dieci milligrammi d’inganno
come il cieco, che ha eclissi mattutine e notturne
in egual modo.
Io ti saluto, seno di perla, bocca bella
avorio tra le gambe di cedro, mia adorata;
come adorate sono le cose tutte, vive.
Io ti saluto e rido
botanico e animale, ginestra e lupo buono
la neve a primavera.
Ti rido da una panca sul porto, dalla spuma
che l’acqua più ribelle s’inventa.
Rido e basta. Dall’alto d’idiozia fatta uomo
e bacio il miglio, le foglie d’oleandro
la fretta delle rose.

TEMPUS FUGIT

È licenziosità, seduzione
la voluttà che trema la bocca
ed ogni vena.
È una fiammata fatta nel cuore acciaio e ghisa
la forza passeggera di due locomotori.
È folla immensa e tutti che aspettano;
la grazia, sepolta sotto gli inguini scuri.
È una lontra
che buca l’acqua come una pietra levigata.
Un salto nel pericolo e un cero.
La prima fila gambe scoperte, e poi è un monsone
che t’agita e dilava il pudore.
È coscienza
che per la fila lucida e bianca dei suoi denti
ti venderesti luna e coraggio
oro e casa. Soltanto per sentirti di nuovo
tutto addosso, l’odore della vita
quand’era onnipotenza.

SEGNI PARTICOLARI

Potessi rivelarti di me che c’è oltre il nudo
oltre quest’ossa canne di vetro
oltre la calma.
Vedresti paperelle in un lago
e un tirasassi. La fretta con cui mangio un gelato;
e un po’ di noia
le sere che rimango da solo, senza un film
nessuno da chiamare
da accartocciare, qui, un corpo a corpo droga celeste
sesso
guai.
Vedresti me di fuori la scuola, senza madre
senza un ombrello e il moccio pesante.
Oppure l’uomo
i peli sopra il pube venuti a tredicianni.
Vedresti l’oratorio d’amore fatto bene
le pause, per scoparti negli occhi
il fiato molle
bagnarti fino averne mai basta.
Avresti testa, per fare le valige e lasciarmi;
avresti il meglio
lontana dall’acquatica penna del mio uccello.
Avresti una crociera sul Nilo
nipotini, un salvagente nella piscina
altre mani
a reggerti quel culo da Oscar.
Tutto nudo
sono la traduzione mediocre di un ragazzo
con dentro un praticello e un pallone
due boeri, le corde nuove per la chitarra
e poco altro.

Ma questa cosa qui nessun libro te la dice.
Che mentre bevi il sesso all’amata
c’è la banda
e ventisei cavalli ti passano vicini.
I cherubini stendono l’ali ad asciugare
e per un poco pioggia la smette di scappare.
No, signori
non c’è calligrafia che racconti tutti i nervi
il tendine scoccato, il balzo di gazzella;
la corsa del felino che l’esce dalla bocca
il lago rosa in becchi e poi piume. Nessun libro
contiene quella tonda promessa dei suoi fianchi
né i miei capelli in dodici ottavi
mentre becco, sul ventre le granaglie che ha sparse
e poi si accende.

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