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MEMORIA DEL BUIO

Se penso a quelle lettere scritte sopra un treno
mi viene brutta calligrafia, qui
accomodato.
Dove più chiare sono le capinere
e i passi, rimbalzano sull’acqua
come i rondoni a sera.
Dovrei farmi beccare dal sole, dall’unguento
che gli alberi maestri solleticano ancora;
dovrei bearmi della pazienza, e delle ore
dell’ozio che richiama le nespole al grembiule.
Ma poi m’accorgo quanto mi manchi quel frastuono
che fa la seta delle signore giù al lavoro;
la predica dei tanti per strada
il tram che arriva, e il tacco giusto per la caviglia
di qualcuna;
che ora attende alla piattaforma, stanca e bella
come chi ha fatto il proprio dovere ed ha diritto
alla conversazione, o all’amore battagliero.
Sono imprudenti, e forse malate, nostalgie
sciocchezze da marito in disarmo, e qui ne rido.
Ma intanto poggio il mento ai ginocchi
l’occhio altrove, l’orecchio verso te
che t’inganni con l’ombretto
il lucido alle labbra, mutande vita alta.
E trovo sia bellissimo il modo che hai di andare
di testa, mani avanti, nella tua Bangalore.

E lascio entrare la birra americana
le scarpe con i pezzi di fango
il suo giubbotto, dal quale ha cancellato
le maniche e il colore.
E faccio entrare il figlio
e l’amico per la notte;
la sua disperazione ai capelli: mamma a casa
picchiata forse, certo, lasciata sola ancora.
Li faccio entrare e il pane è già a tavola
bicchieri, la luce delle scale per dopo
io saluto.
Mi aspetta una mattina di niente e carta straccia.
E faccio entrare il fatto che fumano da idioti
nemmeno la respirano morte, certo è meglio.
E faccio entrare i miei genitori, immaginando
la scena con i NO della testa, il dopo guerra
le sole cose oggi importanti e mai capite.
E faccio entrare l’umido e il puzzo, qui, le notti
son come i piedi tolti i calzini, altro che rose!
E faccio entrare il mio firmamento, qui c’è posto
purché non tocchi niente né Orsa o Cassiopea.
E faccio entrare il poco rispetto, le risate
le urla alle due e mezza di notte. Faccio entrare
in me le dita della pazienza
le unghie molli. Il desiderio d’essere solo
e tutti fuori!

LA GATTA

Forse è il bel sito della memoria, ignoto
che ti accalora sulla mia porta
macchia rossa.
Tu batti sopra l’uscio col nervo della seta
palpeggi l’erba come le gocce estorte al sole;
ma disconosci mano sorella che ti vuole
soltanto la livrea carezzare.
Schiva, antica
nel profilarti a bordo di siepe
il passo muto
vibrisse parre sia il nome delle tue antenne.
Ammicchi e scansi
odori per la terra i tuoi resti famigliari;
le docili fattezze sepolte danno rose
carnato e spine prone alla presa.
Un po’ vestale
un po’ regina, dolce
gelosa
chiusa agli atti.
Ma libera nel lento trascino di mammelle,
distesa finalmente all’offerta,
in vie sicure.

DOWNTOWN

Quaranta mani dopo che cercano dei soldi
diciotto e più semafori coi lavavetri
e un ghisa.
Più giù del Vigorelli, dei Beatles
della Fiera
dopo la montagnetta dei poveri sciatori.
C’è una caserma tutta di semplici, sul grigio
sfrangiata dal mercato negli angoli
i dì pari.
C’è un portoncino vetro smeriglio
tu, di là, potresti essere nuda
e noialtri così sia
nemmeno l’ombra fiacca di un pelo.
Un campanello
il sole gli ha smangiato metà cognome e il nero.
Se premi s’alza un nuvolo pieno di piccioni
e i ragazzini tutti in cortile fanno il palo.
E dopo il campanello un lenzuolo che s’asciuga
una raccomandata sul pizzo del comò
un’Ambrosoli mezza succhiata sul parquet.
Il disco della Decca che insiste
ecco, tu
hai messo del colore per gli occhi
su il caffè.
C’è odore d’acqua e di varecchina un po’più in là
la luce della stanza è rimasta lì per noi
la tapparella ferma a metà;
tirala giù.

AMATISSIMA

LA CITTA’ FUTURA

A quei conferenzieri da strapazzo
oppongo i tuoi monologhi di terra;
la falce che veloce sai menare
d’abilità trasmessa e cocciuta.
A tutti loro
a tutti quei potenti sciagurati
oppongo il pugno in grano che serbi nella tasca;
quell’annusare in aria tempesta o tempo buono
il pane da dividere, sia pure poco e duro.
Tu dici che il sudore fa ricchezza
e che l’odore della stanchezza è vera essenza;
che la lavanda cresce col sangue delle mani
e lo straniero è amico e fratello.
Si, il lavoro
la grazia che si stacca dal corpo ad ogni sera.
La pietra affilatrice che danza è il tuo valore
il piede sull’attrezzo che implora
il muratore, che tira su le case ai padroni
l’operaio,
colui che tiene i conti degli altri e nulla torna
coi debiti, la donna scontenta e i figli altrove.

IL ROSARIO

massimobotturi:

questo bel blog di Stephy, ospita alcune mie riflessioni a caldo, associate ai suoi lavori. Trovo stimolante e originale questa collaborazione, testimonia inoltre la stima reciproca che ci accomuna.

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

10592701_10204662064899512_1229976505641393724_n

I grani del rosario sulla tua bella schiena
sono venuzze d’onice, lisce
di fattura.

I grani del rosario scappati alla preghiera
ti cercano le mani
memoria della rosa.

(Foto mia
Testo di: Massimo Botturi –  massimobotturi.wordpress.com )

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