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Io, a te, quella carezza
non te l’ho mai veduta.

Entrati dopo un viaggio nel giorno d’asfissia
tu ti sciogliesti subito in pianto
come niente, e nessuno fosse lì a disturbare
un corpo adagio.
La mano sulla fronte di lei già andata altrove
e subito comparvero le frotte di galline
le faraone e il grano a manciate.
Lei, il suo sonno
la cera da bambina un po’ stanca
in fondo un nulla, ci tiene in questa parte
d’accelerati inganni.
Un nulla ci colora, e ci toglie scarpe e stringhe.

Poi l’hai baciata al freddo
io non dicevo niente, guardavo te
e scoprivo mia madre
il lutto santo
la dignità che piega la schiena e non l’orgoglio.
Il fazzoletto tutto sciupato
bianco neve.

ECCO, ARRIVA IL TRENO

In ogni caso
giustifico i miei lividi, la pelle d’oca
e gli occhi
che gonfi d’aver tanto dormito, tu non guardi.
Giustifico la mia testa rotta
e anche la bocca, che passa il tempo chiusa, come le sacrestie
del Portogallo in tempo di semina.
E il pastrano, sepolto in un armadio
perché ha un colore triste.
Giustifico quel metro di freddo in mezzo al letto
le mie ginocchia come due mele senza semi.
Giustifico quel dire tre volte a lei le cose
l’orecchio suo ricolmo di cera, le sue mani
un tempo privilegio di sarta, ora gattacce
anemoni sfioriti, pietruzze di fondale.
Giustifico anche i lucidalabbra, smalti e unghie
i polpastrelli d’una ragazza senza tocco
l’indecisione sopra il telefono
il suo viso, che cerca qualche complice
in vena di boccacce, di complimenti sconci
e biglietti prima classe.
Giustifico le cinque commesse della Standa
quell’unica che mise la scarpa intorno al piede
chinandosi che tanto sembrava Gesù Cristo
soltanto perché a casa così le hanno insegnato.
Giustifico le mie dieci ore per mangiare
portare a casa i soldi per le bistecche e il pane.
Giustifico lo scrivere, patetico e metodico
il fare giorno tutte le volte che lui vuole
il suono dei miei passi, e quello dei tacchetti.
L’attraversare dove i binari fanno figli
per arrivare fino alle panche del creato
ai fari che ci dicono – ecco, arriva il treno.

NOTTURNO

Mi dai il respiro forte dell’unico stanzone
quando dibatti
e pare, il tuo volto, un melograno.
Là ascoltavo
le parentele farsi coraggio, a volte amore
col ticchettio periodico e lungo di un rosario
poggiato alla testata del letto.

Ma capita, talvolta, che t’addormenti prima
piegata da una forza che non sai contenere.
La tua risposta allora si fa meno decisa
confusa, e pare acqua di scarto
una marea. Che bassa lascia cose intentate
in riva al giorno.

SONO OSPITE

del prestigioso Blog di Abele Longo
con tre inediti

http://neobar.wordpress.com/2012/02/12/massimo-botturi-non-mi-svegliate/

grazie Abele, e grazie a chi vorrà darmi il piacere di una lettura

SE MI VOLTO UN ATTIMO

Uccido, qualche volta, il mio vizio del futuro
un pezzo del sorriso che tanto hai predicato
e senza avere altro da dire
guardo indietro.
Ai tempi dell’asilo, del refettorio buio
finito poi che aveva, una suora senza velo
di riordinare piatti e pignatte.
Là io resto, e aspetto con la sciarpa mia madre
ultima sempre
ma non per questo meno graziosa.
Aspetto e grido
ché la mia voce aveva l’accento degli storni
la fiaccola portata dalle cicale, l’eco
l’impazzatura di quelle nottole finite
per sbaglio nelle stanze ormai vuote del riposo.
Aspetto l’Argentina dei padri,
il mio fumava, grattava la sua gola col bianco
e poi incantava
sopra un tappeto di muratori là venuti.
Lui e suo fratello amico, e quell’altro dita mozze
il fisarmonicista coi denti grattugiati.
Aspetto l’imprudenza delle vecchiette in chiesa
i loro traballanti foxtrot di varecchina:
quelle leccate lunghe e profonde tra le panche
quando il Signore va a coricarsi
e non c’è il prete, non c’è bisogno d’abiti a festa
o di breviari.
Aspetto la flottiglia di rondini, il carbone
e gli alberi di pesche di Mimmo fare i fiori.
Aspetto i sassi piccoli sulla mia tapparella
il segno di affacciarmi e d’andarmene con loro.
Aspetto che mia madre mi tiri il dente, piano
per piangerle tra i seni
soltanto per un poco.

Massimo 01 febbraio 2012

IL PETTIROSSO

Una boccata d’aria gelata, io la voglio
come la meglio d’ogni lusinga;
ora che ho male
su per la testa dal troppo chiasso.
Si, sei bella, e mi commuovo ancora
se scendi coi calzini
con gli orecchini in legno dal Cile.
Ti ricordi?
Per metterli hai pregato il signore
ma volevi: era un regalo niente aspettato.
Ma ora è l’aria
che voglio sulla faccia tessuta
e del silenzio. Ché forse viene il merlo
a beccare sul sagrato.
E io intendo cacciarlo soltanto con la mano
per fare che ritorni il mio pettirosso, ancora
e sembri più gentile
questa follia del tempo.

LA PENDOLARE

LA PENDOLARE

Lei sta composta, come le case al buio.
Svolazza solamente il suo paletot, se siede
vicino un’occasione di ospite infedele;
un povero stambecco che già non le da pace
e cerca col sorriso di mieterle un teatro
un cine verso sabato, qualcosa da mangiare.
Io mi soffermo sopra il gomitolo che ha nudo
la mano con gli anelli da prete
secche, dure.
Qua e là punteggiature di giallo, forse il fumo
avidamente preso a succhiate fuori casa;
in quei momenti dove le sembra tutto folle
e una maratoneta le passa sotto il naso:
il culo sodo e giovane, la leggerezza in cuore.
E allora ecco che prende la mira
ora è un ciliegio
il rosmarino inciso alla terra, un cardellino.
Il petto preso a schiaffi dall’acqua.
È una polena.
La santa sulla prua delle navi; ecco che cede
al desiderio fattosi ventre
martoriato, dalle sue dita come il sambuco
come verghe
dita d’anello e impasta farina.
Dita in bocca, per quando gira pagine e pagine
e poi chiude, il libro che le mente, costante
come niente.

Non posso fare a meno di pensare
ai grappoli dell’uva nella sua casa
al cane, che mi annusava bene le mani;
ai suoi mughetti, alle bizzarre corse per prendere la posta.

Venuta grande prima del tempo, come Luna
che persa la clessidra si mostra nuda agli astri; no
non posso esimermi dal dirvi le sue braccia
che in esse era l’oceano con tutte le balene,
la scudisciata d’aria di quando vanno a fondo.

Si, lo ammetto
perdetti il sentimento che frena corpo e lingua.
Perdetti le ginocchia per il confessionale,
la mia camicia fuori ai calzoni
il sonno
e l’ira.
Perdetti la mia faccia da povero, il barbiere
la voglia di mangiare si ruppe come un vetro
e il sangue mi uscì forte dal naso.
Si, è così.

L’ultima volta che ho visto una cravatta
faceva il sangue amaro a mio padre.
Ultima fila
dove le sedie prendono a fare che gli pare
dove ormai l’eco delle preghiere ai morti
si mangia qualche sillaba e lacrima
e la luce, s’immagina di spingersi ben oltre la vetrata.

La sera prima amò le sue ascelle, a torso nudo
con lunghe saponate decise; poi i capelli
usciti indenni da molte guerre.
Tutto pronto
per salutare un’anima che aveva lavorato
almeno per tre quarti di vita.
I figli.
Il cane. La moglie ancora in buona salute.

Poi fu casa
la cena senza dire una cosa, la cravatta
soltanto di un millimetro lenta, in suo rispetto.
Bisogna fare bene le cose a questo mondo.

Lui pensa, mentre morde un’arancia
alle scintille
al ventre della stufa da ispezionare, al modo
con cui rimboccherà le coperte alla sua donna.
Al cellophane che copre la bici, alle mollette:
se siano troppo facile impresa sopra i raggi
e l’aria di gennaio non possa poi punirlo
mandando giù qualcosa che, no, chiamarla neve
non è il termine giusto,
ma vuole sia un cappello
a fargli cartolina la fronte.
Lui, la storia, l’ha recitata bene
e lo deve ripagare;
lo deve rispettare con marciapiedi giusti
con giornalai a portata di mano
e belle donne.
Di quelle che non perdono la buona educazione
la schiena di un concerto
la camminata breve.

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