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SMAGLIATURE

Tu mi ricordi le arance proletarie
le mani dure, mezze guantate, delle donne
che mettono milioni di frutti alla stadera.
La riluttanza dei ragazzini dal barbiere
il collo freddo in pieno d’inverno;
ora che sfili
la calza rotta come un presagio
quasi neve
adoperata all’uscio di casa.
Mia ferita, non sai la grazia che mi sprigioni
tra il grembiule, e il calendario dei miei rimorsi.
Il nudo è tutto
ciò che più sacro viene da dire
fame e sete, in me si fanno largo come benedizioni
come notizie grasse dal fronte.
Pace in terra,
agli uomini che non ti conoscono
a me tutto.

TEMPO PERDUTO

Ho colto la potenza di vita a un filo d’erba
le nervature dolci e dispotiche alle foglie;
la predica dei tuoi piedi freddi
quando è notte, e cerchi il mio coraggio
per tutto il letto sfatto.
Qualcuno va insistendo che il tempo è cosa dura
concreta come pietra a Bisanzio
e i versi fumo, falò di stoppie e angoli persi.
A modo mio
ti posso garantire un biglietto già timbrato
un viaggio sulla strada ferrata dei non sensi.
Il tenero e improvviso sorriso di ogni tale
che in minuto o due di fermata
pensa al figlio, alla sua donna mentre si lava
alla serata. Trascorsa nel parlare di tutto
o forse niente.

Provare l’agonia della specie
dei salmoni
il fiato trattenuto sott’acqua
gli occhi aperti
diretti verso fango di zolfo e altre sconcezze.
Verso la primavera di Praga, ero bambino
eppure i carri armati me li ricordo bene
e i giovani studenti coi libri tra le braccia
le labbra piene di crisantemi
e di stupore.
Il mondo, visto torbido, è un pesce che innamora
ti fa arrabbiare come i rifiuti da moroso
in auto o dentro un Cine di quarta.
È un’ostia e via, che ti si attacca sotto al palato
come Cristo, il giorno che lo morsi alla prima comunione.
Ho ancora la mia foto con l’espressione vuota
di chi si chiede quale sia il compito alla fine
se non ricordo un giorno mio padre stare a casa
e mamma senza un male da vincere.
Ma è vita, il mondo trattenuto sott’acqua.
Faccio il morto,
che venga il sole a splendere su questi quattro peli.

PIAZZA FONTANA

Immaginatevi un uomo sui quaranta
cultura contadina
timore della strada.
Mettetelo giù a Piazza Del Duomo
per lavoro
le luminarie quasi finite di Natale.
Tremate tutti i vetri.
Guardate oltre il soffitto del cielo un po’ sfrangiato
a quel colore duro da dire qui a Milano.
Non c’è né temporale né pioggia
eppure grida.
Metteteci poi cento lettighe e polizia
la gente che non sa cosa fare
i notiziari.
Aggiungete ch’è toccata la guerra da bambini
e che in famiglia c’era la tessera del pane
il nonno socialista, un partigiano in casa.
Seguite che vi tocca sentire di quel tale
l’anarchico e la bomba del cazzo in un salone.
Direte che sarete facchini, ma non scemi
e subito vi puzza la storia
ecco mio padre.

FALLEN ANGEL

Canto come posso,
con il mio unguento alare
con le cartucce fatte in biosfera, innocue
vane.
E canto come appare tra i nespoli lo sciame
il vasellame rotto e pestato
i sassi bruni, scalfiti da una pioggia patetica e infantile.
E canto della grazia perduta il mendicare
la tavola dei cavoli cotti e il pane duro,
la luce sotterranea del padre che prepara
caffè prima di arrendersi al giorno.
Canto il miglio
la strada per la scuola che sembra un pesce molle
una frattura in mezzo a gramigne e boschi argento.
E canto la compagna di banco, il suo bocciolo
la voglia che ho di rompere schemi, indugi
e andare
per lei rubare il meglio che spunta da un giardino.
E canto questo odore che indosso di Marsiglia
la naftalina degli ammalati
il vento australe, di quando tra le cosce tue forti faccio l’uomo.
E canto le preghiere dei tanti condannati
il miele delle donne che stendono, il perdono
negli occhi di un soldato che muore.
E canto ancora
le lance del potere infinito, il cazzo in mano
la minestrina calda degli inguini, e i gelati
leccati nel passeggio sul viale dei lampioni.
E canto questo poco rubarti, vita grama
che metti delle pietre alle scarpe ogni mattina
e un colpo calibrato alla canna. Io ti canto
insieme agli svaccati nei Bar, ai sogni andati
in boeri e lotterie tutte uguali, pago e canto
fin quando avrò la gola dei tanti spettinati
dei malandati e quelli in amore, fallen angel.

LO SPECCHIO

Gli uccelli sono carne sottile, fantasia
la voce delle piante che toccano veloci.
Oggi è giornata di pavimenti
acqua e aceto, di sedie sopra ai tavoli
come nelle Osterie.
Di me e di te a capirci i contorni, le vallate
le rughe che per bene si riempiono di terra
di pietre e marinai testa dura.
È un giorno freddo.
Di quelli che il cappello vien giusto
e la saccoccia;
è un giorno che darei a te le mani
un po’ per sempre.
E il mio resuscitato novello, perché mente
lo specchio nel guardarmi di lato.
Lui è affamato
del santo che non è mai cresciuto, delle ossa
del tenero mio petto e del viso, il collo, il sesso.
Mi prenderebbe come la notte di Novara,
le mani sopra il muro per la perquisizione,
per cancellarmi il nudo di dosso
e darti niente.

NECESSARIA

Seduta,
come il fiore al suo stelo
arancia buona, che fa del sangue in petto
una festa di origami.
Una ventata e poi l’erba fina
il pelo fulvo, la pratica del flettere i fianchi
come l’onda
la puritana e quella lasciva.
Necessaria
come sconfinamento e delirio
necessaria, come rivoluzione e peccato
come terra, e vomere e santissimo seme.
Necessaria.
Come le corti prima di scale, porta, casa
due scuri già tirati di netto, vedo appena
la tua segreta mandria nel sole.
Necessaria.

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