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ANDIAMO AVANTI

Ben presto
la metà oltrepassata pare un treno
un rapido che buca la Svizzera;
un saluto
a pugno chiuso verso quei tali al finestrino
che ignorano le reti dei campi
i tuoi stivali, i riti del lavoro negli orti.
Ho fronte ampia
l’eredità di un padre che ha conosciuto l’odio
l’umiliazione nei capannoni
emorragie, in bocca confusione di vini
baci pochi.
Se guardo indietro
ho il ghigno dei fiumi verso valle
velocità che ormai fanno invidia
amici, tanti, seduti alla fontana di vita.
Altri scappati
a farsi ubriacare da una motocicletta
dal sogno americano del coast to coast
dal cancro.
Se guardo indietro Lady Godiva mi sorride
le suffragette gridano il meglio, ho bei capelli
e una canzone scritta a Jan Palach.
Ho un cane nero
nel sottoscala, e mangio con lui
mi stendo e ascolto
la fedeltà che lecca le mani
il corpo caldo, il lucido degli occhi
il suo nome pronunciato.
Avanti è un polverone di sabbia
fammi strada,
mi porto una bottiglia di lucciole a raccolta
i piedi del quaranta, parole amoreggiate.
Tu fammi strada e dammi la schiena
ho ali per due,
denudala soltanto per me, fin dove sai.

Quest’ora sincopata e magnifica
la mia, coperta d’ambra ed asole rotte;
il becco infame
dell’orologio a muro alla vecchia sua maniera.
L’ora acerba
che manda esalazioni di terra ed erba salvia
l’ora che scrivo e mi pare tu sia mia
lontana un cuore e mezzo da casa, nuda un quarto
nei polsi solamente, e nei piedi.
Te, assopita
in quest’ora benedetta in cui faccio figli e amore
togliendoti dagli occhi la storia che vien giorno
e due corsie per parte di ruote e carburanti;
e aironi che ci spezzano il brutto dei fanali
di quei cavalcavia tutti anonimi e bagnanti.
Quest’ora fannullona e perfetta
per capire, e per sciacquare gli ultimi piatti
canticchiare
giocando con il sesso nascosto
un po’ svilito.
Quest’ora della Holiday grezza, dei vinili
impolverati e messi di sbieco, l’ora grossa
di gente col badile per strada e niente in tasca;
l’ora che certe Osterie meglio lasciarle
come le fantasie un po’ malate, e il desiderio
dei fianchi tuoi tenuti a riposo.
L’ora zitta, che tiene un brano all’altro
con fili di cotone, con certi suoi respiri di pancia
petto avanti, le gambe accavallate
e le calze mezze rotte. L’ora gentile della vicina mora
il tappetino steso al balcone, i suoi capelli
colore della notte, qualsiasi notte vuole.

LUNA

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

2015-02-15 16.22.09_Adrian_Smoke_wm

Più grande delle cose terrene, e quelle in cielo

dei continenti e i fianchi d’oceano;

più dell’aria

del sciame di libellule in danza

più del pane, moltiplicato a nozze di vento.

Più del lupo, della sua fame lenta e del canto

che taglia in due la notte più chiara.

Sei tu, Luna

che tanto un volto puro di donna mi ricordi

le sue lusinghe, e il battere forte

qui, sul cuore.

(Massimo Botturi)

Foto mia

Parole di Massimo

View original

GLI OCCHI

Quest’occhi di sentiero di bosco, di peluria
di noccioleti del mantovano
occhi fratelli
dispersi via nel mondo piccino che ho imparato.
Quest’occhi appresso a una ballerina
occhi in piedi, alla buon’ora
e basta una scossa
un tuo pensiero, un colpo in tosse
forse presagio, un tuo lamento.
Occhi distratti
perduti alle collane delle impiegate al Bar
occhi rapaci e lenti a fuggire
occhi da vecchio
che perdono la coda alle lettere, ai colori
ai movimenti fatti di fretta, al microcosmo.
Quest’occhi mai staccati da terra
illusi, infanti.
Quest’occhi che la febbre li ignora
miei signori
se nel cadere presso di te non hanno male
ma inserti di delizia e contemplazione pura.
Quest’occhi che non levano niente alla bellezza
quest’occhi fungo atomico alla schiena delle donne
al collo nudo come il cotone, come il vetro
come la pelle senza martirio
senza niente.
Quest’occhi pasticcioni a mentire, a stare zitti
quest’occhi di pigrizia e candore
gli occhi belli, di mamma, e quanti m’hanno poi preso
amato, odiato.
Quest’occhi che il mattino migliore è quello dopo
domani, e poi domenica, e ancora
mille volte.

UP AND DOWN

BLU

Blu,
come è già tardi, annotta a breve.
Ho qui dell’anestetico triste
amore, vieni
con la tua gonna blu di flanella
togli al mondo, quest’ansietà di giunco sottile.
Baciamoci finché siamo in tempo, perché blu
sarà il mio giorno, qui, se tu compari;
un blu Pantelleria a mezzanotte
Atene, Oslo, nel boreale gioco di specchi.
Un blu sontuoso
apparecchiato come a dicembre le vetrine
le sale da biliardo, da ballo
o forse amore
fatto con venti candele e una che ride
del corpo mio spezzato e precoce
blu, fangoso.
E Blu voglio le rondini ingenue e scapestrate
le loro agilità tra i cavi d’alta tensione
le mie mani
per troppe ore immerse nel calice del cielo.
O Blue, come la volta che Miles flirtò con dio
tra i vagabondi delle nottate
tra le donne, uscite a pettinarsi i capelli sul balcone.
E blu è quando vieni di testa, e poi di pancia
è quando tutta l’aria si beve quel che resta.
È quando fermi l’auto davanti a un funerale
un gregge, o a una che hai conosciuto
e ti fa sangue
mistura di piacere invasivo, caldo in petto.
E blu è la fiamma sotto il fornello,
sediziosa,
cinque e quaranta e ancora non è impazzito niente
e un blu profondo piscia sui tetti, sulle strade
e un blu leggero è quello che metti
oggi riunione.
E Blue è Joni Mitchell, la mano sulla coscia
il finestrino mezzo abbassato
e io sto bene.

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