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Da qui alla purezza delle cose ci sta un metro
un passo da gigante, duecento da formica.
Un salto con la corda di mio cugino Franco
lo smalto sulle unghie di Sara, il fico in terra
riempito da tre api ubriache.
Una sabbiera, poggiata sul Naviglio
come una scarpa vecchia;
un giovane e il suo mazzo di fiori, la morosa
appena uscita dalla coiffeur. Ci sta una ghianda
un torsolo di mela annerito, un dito solo
di grappa nella tazza ancor calda.
E la tua schiena
ferita come l’India, bruciata come il tempo
la sua voracità di ripresa, il sacro monte
il sesso là nascosto capace di creare.
Da qui al tuo amore, purezza delle cose
c’è il gesso delle sarte e un ago tra le labbra
un paletot colore deserto, un documento
segni particolari: malinconia diffusa
e scarsa propensione per baci a bocca chiusa.
Natura inimitabile, piovosa
vento a tratti.

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Capace di rubare lo zucchero, lui è questo
ciclista sulle piste degli orsi, contadino.
La camminata venga giù il mondo
l’ha inventata, con la Liberazione
e le cicche americane.
Il taglio basso agli alberi, invece
è un po’ un disastro, una mezza guerra
e qualche bestemmia.
Lui è di pietra, adesso che c’ha l’acqua sui piedi
e non si muove.
Mi porta sulle spalle a vedere la volata
la corsa sul finire, la più pericolosa.
Mi porta alle cantine del lago
o sopra i monti, là dove l’aria cura i bambini
e li tornisce, li fa come le mele mature.
Lui è canaglia, playboy e grande predicatore
sa il dialetto
l’orario in cui vien fuori la donna dal lavoro
il posto dello zucchero che mamma gli ha nascosto.

14 marzo 1932. Per gli 87 anni di mio padre Angelo.

Soltanto qualche secolo fa contava nulla
il sole alle cornici dei vetri
un gatto in mezzo, che lecca le sue zampe
come un artista il telo.
Contava nulla il prato bagnato
quel tuo addome, di erba Spagna e grilli la sera.
Niente il pozzo, nel quale mille stelle
nuotavano vicine.
Contava niente il passo dei vecchi, troppo lento
quasi genuflessione all’incedere del tempo
per noi arroganti giovani malati di erezioni.
Contava poco il giro di giostra degli uccelli
le rondini planate in un volo fine guerra
i fili tesi a tante camicie e dietro i fossi
la voce d’acqua delle sorgenti.
Poco o niente, la mano nella mano di mamma
fuori chiesa, pensando solo all’attimo giusto
per parlarti. Da sola dietro un albero pieno.
E dirti, andiamo, sveliamo questi corpi di magma
ed esultiamo, finché restiamo svegli la notte
e ne abbiam forza.
Contava solamente la pancia di noialtri
il nitido riflesso allo specchio d’indulgenza
la voglia di toccare ogni piccolo pertugio
di noi, mucchietti d’ossa e di argento.
Adesso è il bosco
la luce con la spada di ghiaccio, i fiori accesi
la lunga interminabile storia degli amanti
che imparano le mani con gesti misurati.
Radice e terra meno violenta
un parto al giorno, il latte per nutrire il silenzio
ed ascoltare.

LIZARD

Quando è vicino il riarmo del ciliegio
nell’aria è il primo giorno di nozze
e risuoniamo
come le canne a un metro di lago, le novelle.
Poco ci importa dell’ombra sugli anelli
delle lucertole ceduta mezza coda;
poco ci importa dell’ostrica socchiusa
la perla rotolata sul fondo chissà dove.
La gemma scrive in noi le otto rime
e come a Cuba, sei nuda e liscia
come Neruda, come il giorno
che aperto il tuo grembiule davanti, fosti gambe
e cavalletta sulla ringhiera, Senza foglie
soltanto un ramo vergine profumo di violetta.
Il giorno che farà il suo ventaglio, là saremo
a prenderci sul capo la pioggia del cotone
la metrica mai scritta migliore, il suo portento
per noi, piccole scorze di nulla
ma felici.

NAVIGANTI

Ho masticato gemme di lino i giorni in festa
le vesti del Signore prima del temporale.
Per farmi più pulito di un giglio nella sera
tornata la mia mamma dai sodalizi in carne
le ore inginocchiata su pavimenti e noci.
Volevo mi baciasse con la sua bocca antica
e mi tenesse qualche minuto là, sul petto
prima del sonno dell’onda, della piena.
Volevo fosse un gran giardiniere, e io il migliore
il preferito serto per intrecciarle il cuore.
Così, il giorno, nell’erba dei santissimi
io navigavo a vista;
col grano spettinavo le vene, e i piedi nudi
facevano dei giri di danza, come muse
colombe sopra il cerchio di quella ammaliatrice
veduta al circo dei poverelli.
Ero un bambino, con dentro le derrate ai Fenici
le feluche, sul Nilo e i suoi affluenti di sangue.
Avevo lune, mozzate da una fame ancestrale
e le pianure, soffitte d’universo che non vedevi fine.
Il sole aveva l’olio delle lanterne umane
l’amore, là a venire, prendeva lento forma
negli occhi d’Oceania delle balene in fiore
nel canto allo spezzare del pane, e le missive
nascoste nelle tasche per farne poi sorpresa.
– Mi piaci che capisco più niente, puoi domani?

Forse sull’albero è il canestro della vita
la fronda d’acqua in punta di sole.
E tu vi sali, perché c’hai quella forza dei giovani
e il coraggio;
la tragica incoscienza dell’uomo della pietra
la sua scoperta ricca del fuoco.
Io, del resto, sto qui a raschiare gli attimi a terra
lento il giusto. Per ricordare i fianchi alla donna
e il suo destino, di somigliare in tutto
ad un fiore da annusare.
Adesso lecco il miele che mi è rimasto addosso
come la gatta prima del sonno, più mansueta.
Così, se vuoi toccarmi, io mi lascerò fare
come si spolpa piano una rosa, e sarò ancora
un tenero germoglio affacciato sull’altare.
L’inverno dell’età cova pane, se ne hai fame.

SE MI VUOI BENE

Se mi vuoi bene, lasciami solo
vai giù al porto
a ridere dell’acqua di nafta, degli uccelli
che annusano il di dietro alle barche.
Lascia i soldi
che possa poi comprarmi una mela
e denti buoni, per viverla di bocca matura e baci assolti.
Se mi vuoi bene lasciami solo, ama la strada
che piena delle foglie di ieri ora mi ispira
come un canestro in panni ricolmo al lavatoio
o gli occhi di mia madre sentendosi perduta.
Lasciami solo che ho dentro l’universo
e scotta come certe pignatte messe al fuoco
per fare le lenzuola pulite dall’amore.
Se mi vuoi bene uccidi la noia che mi prende
se parlano di un Dio solo di misericordia
del fatto che poesia l’è per pochi e va studiata
millimetro a millimetro come una malattia.
Se mi vuoi bene allagami l’uscio con te nuda
adesso come avevi vent’anni, e taglia il velo
di questa tua bellezza, e dividila con me.
Ché sono poverello e tu il mio San Martino
il sole delle benedettine, il mio convento
di pane e di preghiere pagane.
Fammi vivo.