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TOGLIETEVI IL CAPPELLO

Toglietevi il cappello, diceva.
Se entrate in una chiesa o in casa del defunto.
Toglietevi il cappello davanti all’erezione
del giglio o del gran fiore di sé:
se è primavera, e cadono le foglie, la neve
i caseggiati, sostituiti interi da marmi più pregiati
da scritte del liquore fasullo o d’alta moda.
Toglietevi il cappello quando la donna arriva
e a filo d’acqua mette le ascelle
il nudo enorme, la tavolata dei sentimenti
bianca in mezzo, come una corsa aggiunta dei tram
la mano amica, sull’inguine invasato di grazia.
Via il cappello, il broncio
e le scommesse perdute di salute;
quando ti conta su qualche cosa dell’infanzia
dei primi appuntamenti e dei tacchi innaturali
del petto esuberante mostrato ad un dottore.
Toglietevi il cappello quando comincia il giorno
e fa il caffè per due da una vita, si rilassa
guarda di fuori un’isola impropria
e pare pianga, le sette fiasche della sfortuna.
Voi l’amate.

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Sono lusingato per la calorosa accoglienza e per la dettagliata descrizione del mio percorso. Ringrazio e applaudo all’iniziativa, nel frattempo cercherò di scrollarmi di dosso un poco di ruggine. Sono disponibile ad approfondire l’ipotesi di arricchire la collana, mi troverei in ottima compagnia. Un abbraccio a tutti.

Circolo16

MASSIMO BOTTURI 

Breve presentazione personale: Sono un uomo di 57 anni, impiegato presso un’azienda commerciale di Milano.
Scrivo ritagliando coriandoli di tempo, tra lavoro e famiglia.
Ho pubblicato 4 raccolte poetiche con diversi editori, ma negli ultimi anni riesco solo ad aggiornare il mio blog. Amo tutti i poeti che mi arricchiscono, di qualunque genere, stile, epoca.
massimo-botturi-8962

IL COLORE DEL GRANO ACERBO

Prima che tu vada via
che crolli il mio palazzo di miele
prima ancora, che non ricordi più
dove mettere le mani;
fammi dormire un’ora sul corpo d’acqua pura
nel tuo rifugio senza una foglia, una formica.
Regalami quel bacio impudente che commuove
la piazza delle tre a ferragosto
il tuo negozio, di fiori comperati e volati.
Fatti bella
se puoi di più di quando sei uscita, quella volta
dal nostro albergo pieno di autisti.
Prima ancora.
di quando dentro un treno fingevo di guardare
a tutta la…

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CI SONO COSE

Ci sono cose, tipo ”salviamoci la vita”
rendiamola gradevole e sfitta, un poco spugna
per assorbire baci e profumi, qualche risa
e gridolini fatti di petto.
Cose giuste, se siamo noi a decidere
che in fondo un po’ ci amiamo
e non è solo fica poggiata al batticuore.
Ci sono cose, tipo “verrei dalle tue parti”
le strade sono piene di buche, e vetri rotti
ma al caseggiato sette sei tu, la luminosa
il vaso di gerani col cellophane l’inverno.
Verrei dalle tue parti chiedendo indicazioni:
avete mica visto una fata in calzoncini?
ama i vestiti rossi, ma stanno in un armadio
insieme a dei trattati di pace e una sottana
regalo di sua nonna, malinconia di guerra.
Dalle tue parti uguali alle mie
con poche foglie, che prima di cadere salutano l’estate
e i preti mentre vanno per case a benedire.
Ci sono cose, tipo “mi piacciono i tuoi piedi”
la loro perfezione anatomica e animale
la storia che hanno addosso e la pelle niente dura.
Ci sono cose, tipo “disperami la vita”
voglio quella potenza di quando poi mi manchi
sentire che oltre l’ossa e la polpa
c’è dell’altro.

A quanti viene bene parlare di tristezza
come di un campo incolto, passato via dal treno.
Un tempo minimale, sbiadito
ormai lontano;
farei sentire forte la voce di mio padre
che non riesce a mettere in croce i pomodori
a dare l’acqua al pesco, o tastare i pomi al melo.
Vorrei fare ascoltare le lamentele in sonno
quel mezzo sorrisino di quando sogna ancora
di avere gli anni buoni che la toccava intera
mia madre che nascosta nel mais faceva versi
di uccello e di gallina paesana.
Certo, rido, gli faccio compagnia fino a sera
e l’amo forte, mettendogli davanti la fila dei progetti
dei risultati senza macerie.
Ma un po’ muoio
quando tossisce l’anima e gli occhi si fan lustri;
quando mi parla e crede sia ancora il piccolino
da mettergli il boccone alla bocca
con un gioco.

MATURA

Quella delicatezza d’ovale ora taciuta
ancora s’intravede, che quasi un’ombra amara
pare calarsi, azzurra, tra i seni.
Stai davanti
come una santa ignuda di veste, scapigliata
sì tanto che i marosi produci, musicali
furiosi e dopo poco innocenti.
Una gran donna
sfinita nel suo piovere agli alluci, chinata
come le lavoranti di dignità impetuosa;
come le gru che ai tetti d’ardesia fanno il nido
tra il nord eunuco al sole più torrido, e i ventosi
vascelli periferici di tanti bei quartieri
dove fa giorno ad ore diverse, ancora buie
di voci e ragnatele di donna.
Mi sei cara, coi nubifragi al petto e le simpatie celate
per uomini di certo più temerari e forti
di me che come l’uva sto zitto alle tempeste
e lentamente muoio in composizioni vane
in grida di pavone
e di uccelli frontalieri.

LUMINOSA

Non te l’ho detto mai
ma somigli ai miei canali.
Alle scritte sopra l’acqua che invitano le capre
i musi bene attenti nel bere; i miei respiri
tra la corrente azzurra che lecca sopra i fianchi
e i lombi un tempo giovani e belli.
Non l’ho detto, non te l’ho detto mai
che somigli alle mie mele.
Selvatiche nell’orto d’infanzia
piccoline; tra il rosso labbra piene d’amore
e il giallo terra.
Non te l’ho detto mai che sei tavolata estiva
tovaglia bianca piena di brise
e poi di uccelli
che spingono la luce fino all’estremo nord.
Non te l’ho detto mai che sei bosco di nocciole
un numero d’inverno in rubrica, il fontanile
che a volte dentro gli occhi pareva di toccare.
Non te l’ho detto mai
che sei nuda di peccati.
Fino alla ascelle e giù, sopra i seni
sull’addome, e il ricciolo precoce
cucito in ombra pura.
Che mai io t’ho veduta in quei luoghi aperti a Dio
eppure di magnolia ti so, di spago e seta
la seta che fa ricca la fabbrica e la donna
quando giù in piazza passa ad accendere i cantoni
veloce come fiamma, più esperta
luminosa.

Come un’eclisse, un punto di ritorno
o quello G nascosto ad Atlantide.
Poi arriva. E non importa l’età o essere padre
politico o imprudente, malvagio.
Ecco che arriva, la verità di critica e orgoglio.
Scrivi il giusto, ma non ti basta il mezzo
ed il fine è carta straccia.
Finiamoli i diari da adolescenti rotti
il miele delle api alle orecchie, quei pruriti
che a questa età diventano oro. Fuori tutto!
è roba da anarcoidi sentimentali scemi
fare poesie nel mondo quando ce n’è milioni
di ottime e di opere d’arte.
Meglio un chiodo, una scopa, una ramazza
un attrezzo da officina.
Aggiustare, costruire, fare del bene agli altri.
E allora prosciughiamo gli stagni di Narciso
c’è troppa sofferenza importante per lavare
la propria col moschetto del cazzo.
Lei non torna, e lui c’ha un’altra da un quarto d’ora
mamma è vecchia, bisogna anche legarla nel letto.
Giù al lavoro, è tutto un magna magna di becchi e di ruffiani.
Per mare vanno i poveri cristi non le dive
gli yacht hanno pagato le tasse in qualche altrove
ad un robot che calcola male: tu pezzente
la piccola fettina di mondo strafogata.
Facciamola finita col maschio che ti monta
a volte sono stanco recluso e voglio niente
neanche le foglie in dodici ottavi, niente figli
né musica sublime per dimenarmi il culo.
A volte vorrei solo la terra ai piedi nudi
un’arancia da spellare e le bucce sulla stufa.
Una gatta sulle gambe felice esser viva.
Tu che mi dici – il tempo è volato a stare insieme
con gli alti e bassi. Ma dai che ti bacio.
Solo questo.