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UNA MARGHERITA

Prendo una margherita, tra calice e profumo.
La porgo alla tua incuria di notte, nella piena
così che quando fai un bel respiro
poi si elevi, e torni ad esser viva per sempre.
Te la porgo
con tutto che distingui le cose per sentito
con l’immaginazione dei puri, con la grazia
di chi non ha più nulla da perdere.
E’ la tua
ti fa l’età più eterna di un nome, di un concetto;
ricorda a tutti noi che qualcuno è per il mondo
con i tuoi occhi e il tuo portamento, la tua testa
più dura a volte e piena di aria.
Ti somiglia
nella complessità del mistero, nella vita
eretta come stelo il mattino, un po’ piegata
la sera che il miracolo scema e resta foglia.

Quando sono nato, la radio andava ancora.
Notizie birichine mischiate a frasi note
le musichette del varietà, la vita bella.
Il gazzettino apriva le porte agli scolari
e per le strade un filo di pioggia dava il tono
al quadro di paese monotono dei miei.
I calendari fecero ciao dal loro chiodo
si tolsero il cappello cercando un santo nuovo
un prete per la rianimazione, o un buon dottore
capace di stilare una data certa, chiara.
Gli uccelli menzionarono Mozart, sono amici
e una pittrice nuda si fece autoritratto:
così, per omaggiare il garzone di bottega
che un giorno portò il latte fin su al settimo piano.
Le anatre percorsero il cortile in dieci netti
gettandosi nel fiume col seguito precoce;
poi fecero un inchino nell’acqua
e seppi niente, soltanto che fu sera un po’ prima
e meno freddo.

IL VOLATORE

Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso.
Mi leccherò le ali cresciute nottetempo
e proverò a cantartene una:
una nidiata
una vetta all’Himalaya, o sulla torre Eiffel.
Farò le giravolte che ho visto ai rondinini
per annusare il tuo sottotetto;
o andrò a ponente
dove le donne nude non hanno più vergogna.
Mi scoprirò un eccentrico mago, equilibrista
l’adoratore senza regali del tuo seno.
Un giorno sveglierò il vento caldo, e con sgambetto
ti leverò la gonna di mezzo. Sarai bella
come i respiri alti d’Islanda, come il Cile
la costa di Sardegna e l’azzurro delle grotte.
Un giorno mi alzerò, come adesso, ma diverso
non ci saremo più tu ed io, forse più niente
soltanto le parole che disperato elusi
una calligrafia niente facile, un amore
mai morto per davvero
un grande volatore.

LETTERE D’AMORE

Con la punta smangiata, un tozzo solo
scrivevo sopra fogli di luce
era a vent’anni, ucciso in qualche fredda campagna
a far la guardia
ai versi d’animale e a un confine già franato.
Scrivevo le ginocchia di luna a cielo terso
la voglia che premeva, feroce, di incontrarti
e mettere la lingua sulle tue cuciture.
Scrivevo che i ragazzi dovrebbero star svegli
inaugurarsi il fronte del popolo
lottare, studiare come farsi la vita vera, umana.
Senza morire un giorno asfissiati ai capannoni
o ciechi dentro qualche miniera.
Ti scrivevo
del gusto primordiale e infinito di guardare
ogni finestra vetri socchiusi come tua
del vizio di mia madre di far entrare l’aria
mattina presto quando è più fine.
Ti scrivevo, e quando t’incontravo stracciavo tutto quanto
mi esercitavo strada facendo
già ti amavo, col senso di abbandono e disperazione.
Amore
non ho mai smesso, e ancora al confine tremo gli occhi
ci sono muri alti a scacciare la giustizia
tanto di quel da fare
che un po’ mi fa paura.

OCCHI APERTI

Quante constatazioni ci tocca fare, amore
esempio dirci – a presto
così, senza occasione;
poi un bacio da versare alla coppa dei tuoi seni.
A volte a quattro zampe mi metto
e guardo il cielo
cercandomi una luna pelosa come musa
o due fanali verdi scroccati alla natura.
E il constatare d’essere lupo fa strozzare
in gola gli ululati poetici, i rimbrotti
al fatto che la notte è violata con i ceri
coi quindici lampioni di Via Milano
e gnomi, chiamati metronotte
o pistoleri stanchi.
Quante anticipazioni locali, qui, sul petto
di quello che verrai a riscaldare con il pianto
un chiedermi l’aiuto da bimba;
o un bell’andare, sul sesso come al vento un grembiule.
Quanti libri
ho scritto sulle mani toccando corde e pesi
e quanti matrimoni sfarzosi, poco riso
per via che non c’è nulla da ridere a restare
appiccicati tutta la vita. Fa sognare
e bestemmiare il corpo degli ultimi.
Sicuro, un’altra delle nostre improvvise
una certezza. Constatazione d’essere fragili
paurosi
ma pronti all’aria tutta traversa, occhi aperti.

TUTTA LUCE

Si dice che ogni età ha i suoi deliri, le sue pene
le geografie dei libri conoscono ben poco
dei luoghi ultraterreni vissuti, molto poco.
I miei li ho riordinati col nome delle bestie
così se far l’amore con te era una stenella
finire a notte fonda torpedine marina.
Quel giorno che l’amico tornò nella sua terra
il corvo prese parte di me, la gazza, il tordo;
e dopo l’usignolo e il più dolce diamantino.
La volta che credevo morissi fui una pietra
inanimata, a forma di serpe
sotto il piede, della madonna dei catechismi.
Ed ora un sauro
avidamente in cerca di sole, perché inverno
è la mia condizione perenne.
Il mio domani
lo voglio immaginare nell’acqua, grandi sbuffi
bianco come un beluga nei fiordi, tutta luce
e sul mio dorso tu, trasparente, una farfalla.
Lo so è un po’ elementare
ma mica devo nulla, a quelli che pretendono poesie
capolavori.

LA GIOVENTU’

Ah, vedessi!
come le osservo il manto terrestre
nulla impuro.
La bocca che non compie peccato
il turbamento, dell’anca e della faglia alla nuca.
Scriveresti
lamentazioni e versi sconnessi
un pianto verde. Saresti come il salice
la notte dei coltelli
la verga sulla schiena alle bestie.
Un campo arato, vermiglio dove fresco ti è il sangue
secco il resto.
Sapessi quanto mondo traspare dai suoi seni
quante cartolerie di ragazza, quanti osceni
spari di caccia nella campagna. L’ameresti
per come sveglia in me commozione
un tirocinio, di mani e allegorie per l’amore.
La vorresti, nel letto della scarsa ragione
nell’olfatto
e gli occhi di una santa che sveste dio e il decoro.
Triboleresti tutta la notte al suo pescato
negandole dell’aria per farla meno bella;
susciteresti febbri e tremori
spasmi e pianto, e piccole risate nei punti di sutura
sui nei e nei pertugi di rosa.
L’ameresti, con la disperazione di sempre
gioventù.