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ZOOM

Immagina una lente da spazi siderali

milioni di chilometri da qui alle sette lune.

Immagina il bel mezzo di un prato

là, una macchia, qualcosa di animato

diverso dal bagnato.

Immagina che muova soltanto un po’ lo sterno

il tono del respiro profondo, braccia aperte.

Immagina la terra d’intorno, l’erba alta

le api sopra gli occhi che cercano il suo meglio

radici piccoline alle dita.

Adesso, vedi?

Nel cuore del frumento lui dorme

un bimbo in pace.

ANGELO

Soltanto chi ha ecceduto nel cuore può capire.

Sia pure ti portassero in quattro, eri leggero

la trama delle foglie ti disegnò le vene.

Il fiore tarassaco lo avevi nei capelli

e ad ogni soffio di primavera, apriva, il prato

le gambe come a notti d’amore. A te, un arbusto

spremuto dalle giovani perle di robinia.

T’ho visto sulle gronde e le torri, eri già un altro

uccello delle facili estati là per bere

dove fa calici pioggia, e gocce nane.

Là per godere del sole i finimenti

il miele della sera sui coppi. T’ho sentito

già tenera radice incontrare il tulipano

il seno della rosa futura, il sempreverde.

E t’ho pensato chino sui sassi al porticato

al fieno per le povere bestie, ai balli in piazza.

Tu che facevi sempre del valzer un mistero

ma il brodo della musa di note il tuo ristoro.

Puccini questa sera, forse un bel dì vedremo

sul fondo della strada la prole degli eterni;

la stessa fronte alta, parola del Signore

ma di canzoni audaci riempirsi poi il bicchiere.

ciao papà, riposa in pace.

PAROLA DAL FUTURO

Dimmelo facile, che possa risentire

il suono della tazza nell’otre famigliare.

Quel canto primo uscito in falsetto

da un uccello, o forse da una madre

accampata là, al balcone.

Scrivilo facile che conta solo amore

parola dal futuro gonfiata d’aria pura;

più facile che ho poco studiato

e so la zappa, le mani dure sopra il telaio

la bocca in fiore

della mia donna uscita di vasca. So la festa

domenica di un’ora in più a letto, il passo furbo

di quella gatta sopra la tavola, vai presto!

Che non si fa e lo deve imparare. Opera vana

così come negare il segreto che ti vuole

il magico pensiero di braccia nude ai fianchi

il sole che ti scotta la schiena. Dillo bene

è complicato il tempo che zitta le speranze

le acerbe asperità della mente, il sodalizio

tra il nascere e il morire per sempre.

Fallo adesso.

BLOSSOM

Abbandonato da tempo il corpo osceno

finisco i miei bocconi in un elemento azzurro.

Ma non è proprio il culto dell’acqua che racconto:

avvolto intorno a un albero come un pensiero ottuso

io grido del malore dei vecchi, dell’incontro

col Dio che ha fatto briscola nel giorno del giudizio.

Torno all’essenza che alcuno chiama amore

perché l’odore fanciullo lì si eleva.

Paura di morire ce n’è, ma succhio il labbro

assolvo la mia lingua, ch’è essenza di una rosa.

La tua mano è una pietra calda, nuda.

E’ ruvida, tagliente, se corre sul costato

come una goccia d’acqua ferrosa

oceano vasta.

La mano tua è una fionda di mirto, una balena

che emerge con la cresta di sale e spuma il cielo.

La mano tua di paglia e di sterco, tua africana

d’antilope sudata, leonina quando cala

su me come un ottobre bagnato, a lungo attesa.

La mano tua che odora di pesco, frutto antico

dall’albero ch’è madre del pianto. Mano santa

dove la vena è dolce miniera, lucentezza

dei popoli ribelli e dell’unghia fatta seme.

La mano tua ginestra nel vento, l’amorosa

per la mia guancia piena di aria, per la nuca

che rigogliosa in rose di pelo, dono al ventre.

Il tuo d’azzurro gas nell’inverno, terra e fuoco

pozza di ghiaccio e bruma di zolfo. Sacra mano

pioniera e capitana di uomini barbuti

salgemma e caravella del Cile. La tua mano

che taglia canne e rovi di sterpo, poderosa

come una rete piena di pesci, di fortuna

la mano tua che è dardo di cedro, un sole ocra

un taglio di avvenire per la mia lingua oscura.

Pioveva così tanto che rifioriva il muro

pareva avesse un albero dentro che premeva.

Prima col muschio negli angoli, più verde

di certi calabroni da fosso. Poi smeraldo

come gli scarabei nel museo di Naturale.

Pioveva così bene che, vacca veh d’un boia

veniva su anche l’acqua da terra

e si spandeva, fino a formare laghi di campo

color malva.

Ha smesso dopo quasi quaranta

o forse uno, ma con la forza di un reggimento;

fatto sta, che insieme per lumache

siamo saliti un giorno

lungo i sentieri in ombra di un bosco. Io e mio padre

che aveva l’occhio clinico e giusto dei dottori.

Io non vedevo niente, soltanto i goccioloni

che stavano in sospeso alle foglie, come palle

sugli alberi addobbati a Natale. Poi voltammo

per ritornare a casa con poche pive al sacco

e tutta la pianura sembrava senza terra

soltanto una distesa di rane e uccelli chiari.

L’abbiamo vista solo una volta così bella.

POESIE PER IL PADRE

LE MANI SULLA RETE

Oh, carità dei poeti, dimmi il giusto:

fu bell’inganno la musica dell’acqua

oppure l’innocenza di un divenire scritto?

Quando lo vedo poggiarsi agli anni nudi

mi pare ancora canti come un uccello al poggio

col riso che si spande da bocca al mento spino.

Che ci sto a fare qui al mondo? Ha confidato

toccandomi le mani come attingesse a un fiume.

Il resto della sua gioventù che ora matura

ha il gusto della menta nell’orto, pioggia, legno.

Sterco di vacca e fieno in fermento

vita piena.

IL VENTO A LENINGRADO

E pensa che fischiare alle donne eri capace

con quel tuo petto nudo più simile a un coltello.

Cos’è rimasto del giovane nel pozzo?

Calato come un piccolo secchio per tastare

se la stagione avesse tragedie o ancora speme

turaccioli cavati al vin buono, e notti piene.

Cos’è rimasto di quelle camminate?

Ventaglio aperto a piedi ingombranti, l’ombra appresso

come se a fine del viaggio fosse un soldo

la ricompensa a tanto sudore.

Giovanotti, voi non sapete del buio alla campagna

troppa violenza per strade senza stelle

troppo rumore nei Bar, per le autostrade.

Lui annusava il vento che ancora a Leningrado

tirava pei garretti le donne.

Adesso dorme, precipitato come la neve

forse sogna.

CIAO, STAI BENE

Mio padre ha piedi stagni, più duri del granito.

Li mette a volte in scarpe di ferro, e poi li scorda.

Non governa

non imita l’incedere orgoglioso di un guerriero

ma il pomo che sul ramo più alto vede il mare

l’abisso in cielo e il tonfo giù in terra.

Non si piega, impreca e chiede a Dio di salvarlo

sommamente,

pregandolo di farlo leggero, un nuotatore;

che torni l’erezione magari, e anche il sorriso.

E intanto si consola con pesche dentro il vino

la mani sul sofà quando gioca bene il Milan

la luce meno cara sto mese, e la cicoria

venuta alta in pugni di terra.

Ciao, stai bene.

UN GIGANTE

Così felice che si scordò anche il tram

e come una tradotta di militi, via, andare

le ore giù al lavoro come un bicchiere amaro.

Prima del turno vicino al letto breve

di me che mi succhiavo le guance, già curioso

del mondo di carbone di questo nord basito

infetto di lettighe e putrelle.

Poche paste, un litro di quel buono la sera del ritorno.

In quella timidissima casetta di ringhiera

l’inverno appena fuori dall’uscio, e primavera

malferma sulle gambe per via delle corriere

del fumo messo in circolo già prima di buon’ora.

Adesso che vacilla sul corpo tempestato

vorrei potergli dire che io l’ho visto, si;

che pure in pochi giorni ricordo certi voli

dal tavolo al soffitto. E poi giù, salvato in tempo.

Allora io pesavo d’un niente, lui un gigante.

GIORNATA D’INVERNO

Non mi guardare allo specchio, ora che fumo

in piedi dietro mani di briscola. Rasato

di fresco come a festa conviene. Non hai gli anni

né storie d’operai che mangiano da soli.

Non mi guardare che i padri sono tristi

bevuti di Sambuca o di vino dozzinale.

E lascia questi canti da farci quattro lire

a chi non ha studiato che i seni alla morosa.

Non mi guardare allo specchio del Cordiale

ma dentro, dove piange quel lupo senza denti

quel fischio delle bombe che non si può scordare.

Aiutati così a venir grande, studia, impara.

TI PETTINO CHE HAI BELLA FIGURA

Un po’ come quel bimbo che corre senza meta

al volo di un piccione che vede due molliche.

Oppure, guarda il treno rossastro pieno d’orzo:

ma quante foglie impazza passando accanto gli orti?

Così è stata la vita, l’abbiamo intesa poco

s’è fatta via le suole giocando sull’asfalto

e ha preso a colorarsi di arancio come il sole

adesso che smangiucchia le piante qui alla bassa.

A casa è un forte odore di orina, non la tieni

tracima come carne che incendia sopra gli ossi.

Il quadro dei tuoi giorni migliori soffre il chiodo

ti pettino, che hai bella presenza, tanta storia

le mani mica sempre a comando, ragazzine.

ACCENDO LA MEMORIA E NE ASPIRO QUATTRO TIRI

Come una semina d’api lungo il nido

ad ogni pianerottolo un pianto senza fine.

E mentre più nessuno cammina fuori luogo

accendo la memoria e ne aspiro quattro tiri.

Non è proibito il gioco d’infanzia

il sasso, il cerchio.

La tua pettinatura che svetta come un elmo.

Non è proibito il latte sull’uscio, questo odore

di naftalina dentro il cappotto: è la maniera

di dare protezione alle cose vecchie e buone.

A volte tiro su di gran lena i quattro stracci

perché le mani fredde ricordano la morte.

E io voglio scaldarmi con gli anni che ho davanti

con le giornate lunghe di luce. Allora sputo

mi grido dentro i pugni come di gran segreto

le affido a te in un ansimo estremo. Te che, bianca

cammini come neve sui prati senza piedi.

A volte tra i ginocchi le tengo come un tempo

la notte dei bambini che temono il Signore

le malattie e i più bui abbandoni. A volte tocco

di me quell’allegria che mi credevo morta,

immagino sia tu liberata dalle pene

la voglia che hai di ridermi in faccia mentre sali

a prenderti l’amore come diritto e pane.

TRIBUTO

Se è vero che ogni goccia è a se stessa

estranea e pura

e nella calma oceanica scompare;

così declinazioni e poesie lasciano il tempo

minuscole avvisaglie di sabbia in poca gloria.

Ma se pur vero ognuna dispersa fa la somma

così l’animo umano necessita del grano

d’ogni misura e bella parola.

Perché oscilla, come la canna al vento invisibile

e senz’ombra, anche la luce avrebbe del dubbio.

Perciò, cara, accogli queste nenie sia pure lacunose

sono il tributo al fatto creato, alle sue spine.

A quanta grazia ho colto, nel tempo innamorato.

CASCA IL MONDO

Il corpo mi fa musica

si muove in direzione dell’erba;

a volte abbaia.

Non ne ho tenuto conto granché

lo ammetto, ieri.

Pensavo mi salisse sui monti come niente

fino all’età dell’arca e ben oltre.

Si, ero ingenuo

vivevo tra le cosce di una ragazza mora

il pelo un po’ invadente, la terra tra le unghie.

Vivevo come un albero in luce lungo il fiume

un gatto di cortile tra tegole e fogliame.

Avevo il corpo elettrico di tutte le centrali

e lei si fulminava la bocca nel toccarlo.

Avevo il corpo fatto di latte, una gran tetta

ed ora che accarezzo l’età del bronzo e il ferro

ti chiedo di seguirne la danza ai primi passi

prima che cada col mondo, in un gran tonfo.