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IL CAMPETTO

Dietro la casa un tempo era un campetto.
Due porte fatte d’assi migliori, tante storie
di centravanti e sante madonne se sbagliavi.
Adesso è un laterizio confuso, una latrina
di calcinacci e vecchi cantieri.
Han tolto tutto
ma più la musicaccia serale dei ragazzi
reclusi dentro casa
o in Bar senza ghiaccioli marroni
tamarindo, il mio restava sempre sul fondo.
Lì è cresciuto
quel modo mio di muovere il culo, la pianura
i tendini robusti e la faccia da bambino.
Da lì vedevo i vetri riempirsi di vapore
le vasche piene il sabato sera
i padri andare, per un tresette e un bianco
e poi tutti giù a fumare.
Qui dietro s’era tutti perfetti, uguali, sporchi
dei brocchi a fare i cross
terroni e polentoni, il Cina e il testa dura di Olbia
il calabrese, coi suoi fratelli piccoli appresso.
Stessa lingua, di mani e sassi se necessario
ma poi amici
stessa bottiglia e bere giù a canna
tempi andati.

CHI SE NE FREGA

Un dio addolcito sul muro, e tante mosche
sorpresi con le dita nel naso
siamo adulti, svaccati sul divano dopo la bella vita;
le cinte con due buchi di più, un gran lavorare
di mano e discussioni al telefono.
Ma è sempre
questa bellezza d’esserci ancora
apostrofati, ognuno il soprannome più adatto:
cane lupo
chiamavo te nei tempi di scuola, un complimento
lo sguardo attento e orecchie ai rumori.
Io semenza.
Qualcosa che ci vuole del tempo a venir fuori.
Qualcosa che si scusa d’esistere, la grazia
ma poi la foglia da masticare, il fiore acerbo.
Siamo ancora
quelli alla porta dopo la cena, lo stecchino
maleducato e ammazza caffè.
Domani piove. È facile poi dirlo se il cielo è un colabrodo.
Ma è bello fare finta capirci, siamo adulti
coglioni quanto basta, ma poi
chi se ne frega!

TRAILER

Questa mattina c’è un fresco senza fondo
una conciliazione con dio che mette bene.
Ho sceneggiato il film che ti piace:
tu che scendi
più lenta di una gatta, caviglie mica gonfie
il culo che mi parla di ostriche e Champagne.
Poi a un certo punto s’alza un prurito giù dal prato
un mazzo di oleandri e di uccelli ogni colore.
E infine ti si apre la seta dove muoio
un po’ per caso e un po’ per volere
e si fa giorno
ancora prima che nei pollai, nelle miniere
nei Bar e negli uffici di vetro.
È stato bello, neanche primo tempo o secondo
tutto un fiato. In mezzo una focaccia di Recco
a portar via.

TU SEI UN FIORE

Tu sei un fiore
un corpo boreale mutevole, smeraldo
foulard per cime d’alberi e guglie.
Tu sei il fiore. La verità che veste l’anemone
la rosa, la coppa delle labbra socchiuse
il calicanto, la vergine tra l’erba scostata.
Tu sei un fiore, la sete delle due del mattino
l’orchidea, la parte più nascosta alla donna
il gelsomino, il nettare ubriaco del rosso che fa a sera.
Sei il fiore azzurro e vetro dei prati
sei il mughetto
ricordo di mia madre quando pesava niente;
sei il fiore nel bicchiere e quello al davanzale
il girasole e il seme suo intriso
sei la calla, arancio e dopo gialla
sei cose che ho già scritto.
Il dito che mi succhio toccandoti le dita
sei il fiore dentro l’acqua reciso l’altro ieri
sei quello carezzato dall’onda, il predicato
il rampicante al velo di sposa.
Tu sei un fiore, camelia sulla tempia
la margherita in bocca. Sei il fiore del creato
che buca roccia e cielo, sei il fiore del peccato
la spina alle morose.
Sei il fiore sul selciato non colto, sei il migliore.

TEMPI MODERNI

Lo vedi quello lì come mena?
La testa bassa, i piedi un po’ svergoli
e la bici
la stessa dalla guerra sa il dio.
Faceva il duro, al Cinema Centrale
chiedendo i documenti
a noi, dei ragazzetti in calore, brufolosi.
Chiedeva se avevamo l’età per porcherie
col metro degli inganni e del fegato ingrossato;
chiedeva non sporcassimo niente dentro al Cine
lui e i suoi gelati al gusto di latte.
È un po’ svanito
ricorda più se il culo di donna è tondo o quadro.
Han chiuso il Cine e anche il baretto
han chiuso tutto. Adesso c’è una banca di merda
là nel viale; nessuna fila per i biglietti
niente urla, di ragazzini appresso
a un cartello con la figa.
Adesso è la tristezza di gente che non paga
non vive e non lavora, si uccide
e chiede scusa.

SOLITUDE

massimobotturi:

le sue tracce accendono in me l’improvvisazione, pochi ritocchi, poche righe, e se immagini e parole non sono poesia, saranno una specie di jazz! :-)

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

image

Finire come il vento tra i pioppi
quando nudi, somigliano alle reti d’inverno.
Eccomi sola, la piana è un orifizio per pochi
un marinaio, la fronte verso sud e un berretto.
Eccomi sola, le carte promettevano brivido, bandiera
noleggio da diporto e tornare per la sera.
Ma la verginità che fa l’acqua ora m’è cara
e faccio notte come le spigole, i cantoni
e gli angoli smussati di stella, eccomi sola.
Con tutta la mia faccia di donna, la mia schiena
le atrocità del giorno lasciate, il porto vecchio
minuscolo lontano
come l’amore vero, l’amore che mi mangia nel cuore
adesso altrove.

(Massimo Botturi)

Foto mia.
Parole di Massimo

View original

Mi trovo spesso a pensare a ‘sto concetto:
che cosa sia poi mai la poesia, amici.
Un canto?
Un tenero ricamo di lettere? Un uccello
che scende a bordo dell’autostrada
e sfida il nulla, il sasso che potrebbe partire
e poi morire?
Ma poi mi basta scorrere il film di chi ha paura
che il tempo tolga tutte le gioie.
E allora arriva
a spingere la bici fino alle panche ai pioppi;
vicino una che ha settant’anni e del rossetto
le rose sulle labbra dei baci che ha già dato.
Eccoli là
la mano nella mano che trema, il sole a picco.
Lei con un fazzoletto tra i seni
lui un cappello, di paglia
e un orologio ch’è fermo dalle sei.

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