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L’ACQUA VERDE

L’acqua verde
deve il suo speculo ai bei prati
a questo movimento sensuale che da il vento;
agli occhi delle belle ragazze
a dieci biglie, allineate al guizzo di terra.
L’acqua verde
ha fatto il giro della tua Europa
ha avuto caldo
e freddo in altre mezze frontiere. Ha avuto sonno
un po’ di mal di testa e storie di corsari;
la titubanza dei primi amori, la furbizia
del polipo e del gatto persiano.
L’acqua vede
ha visto Caravaggio e Leonardo, mille uccelli
il vecchio ritornato nell’isola e sua moglie
disfare il telo della pazienza.
L’acqua verde
s’è intorbidita solo un istante, una balena
le ha risucchiato tutto il sudore, l’acqua verde
m’ha dedicato un suono di pietra, zolfo e sale
m’ha dedicato versi di Hikmet, l’eco verde
dell’uomo che ci camminò sopra.
L’acqua verde
ha fatto come Enea nell’incendio
e io suo padre, sopra le spalle verso le mura
fuori porta, in mezzo alla campagna dei salici
dei bossi.
Insieme agli occhi rossi di lepre, fino ai boschi
dove sono tornato bambino, un po’ malato
il male in gola da maledire
e più lontana, ancora l’acqua verde
placata, come madre.

PRIMO MAGGIO

Sui ferri paralleli del ventiquattro, un seme
un foglio appiccicato di vecchie notiziole.
La terra trema tutta, più elettrica, impazzita
il freno fa dei buchi alle tempie;
tre gradini
e mille solitudini in faccia, qualche riso
le borse sotto gli occhi di una che n’ha fatto
in tempo a incipriarsi da musa.
C’è bagnato
di tutti quei pensieri ora esplosi
il pianto sordo, di un violinista senza lo spazio necessario
né Stradivari appoggiato al mento.
C’è Milano, fiorita al nuovo corso di grande architettura
il suo girovagare da eterna adolescente
gli aperitivi pronti da sempre, qualche nero
seduto sulla panca del Parco Indifferenza.
Lo storico museo delle scienze, una vetrina
con dentro donne scalze che espongono la moda
o il modo più efficace di vendere straccetti.
C’è il mago illusionista all’incrocio
il milanese, che parla il suo dialetto da solo
e piange il tempo
che qui non si vedeva un bel niente, e c’era fame.
Ma quando la sirena suonava erano orde
di operai e faceva paura,
quella fiumana tutta incazzata. Noi, la gente
s’aveva nella testa il potere delle cose, dei numeri
e conquiste future.
Adesso è un tram
studenti ma non più così tanti, signorine
cravatte e qualche borsa da impiegatuccio al Bar.

Scrivo per sciogliere i nodi delle scarpe
il ghiaccio delle tre di mattina
e la mia lingua, che come la lumaca alle foglie
goda ancora, di tutta la bellezza nascosta in pochi spicci
nei lividi di terra, nelle gemmate nuove.
E scrivo perché ho il vizio dei padri di guardare
la discendenza mentre matura, l’acqua nuova
come ritira i diti dei piedi in riva al mare
come scoraggia i bulli di fiume
come annega, insieme alla virtù d’esser giovane
la luna, e le sue ventimila stellate d’acne in cielo.
E scrivo perché un giorno si spegnerà il camino
il fuoco sopra il monte al patrono
e il mio motore, lubrificato a incenso e grappini.
E queste mani, a te dovute allegre e spregiudicate insieme.
E scrivo perché il petto si gonfi e cresca il grano
le tue tettine saldino il conto, e mi dia ancora
la bocca come un saio di frate su me nudo.
E scrivo perché ho un lato morente, disgraziato
uno che guarda il culo alle altre e uno che morde
quel proprio labbro a far penitenza. Scrivo e soffio
riempio l’otre che fu di Ulisse e i miei coglioni;
qualcuno busserà a questa porta e voglio stare
con tutte le scartoffie impilate
e cento lire, tirate su al negozio d’infanzia.
In bella mostra
la fronte alta pronta al giudizio, il riso in cuore.

OGGETTI SMARRITI

Volesse il tempo fare un po’ ammenda!
e scappellarsi, santo quel dio, davanti al fatto
che per tre quarti buoni di vita fai fatica
e tiri su i figlioli con pane e cavolfiori.
Volesse fare meno il pettegolo e mostrare
un poco di pudore e decenza: dico una
giornata in cui ti porto sul lago e non importa
se piove giù da tetto e nel frigo ho un osso buco
ormai più buono a farci una cena. Cosa costa?
che apra, via, una porta
e che ci porti al Cine, e dopo a far tre passi
col sole quando cala. Tutto a zero
come fossimo nati soltanto ieri. Cazzo
devo contare poco ai suoi occhi per passare
e ritornare sempre alla coda della fila.
Bisognerebbe dirgli cha siamo tutti uguali
e anch’io ho una voglia boia di baci e di carezze;
che a darne sono capace di brutto, ma fa strano
avere mica tempo per farlo.
Si, bisogna. Bisogna che mi metta il vestito della festa
suonare al campanello di Dio e far domanda.
Ho qui marca da bollo e coraggio, aspetta a casa.

GLI EROI

Io dell’arena di Lorca non sapevo
né di quell’isola negra ed altri mondi.
Per me gli eroi tenevano il passo di mio padre
la sera all’Osteria che cantava le romanze.
Qualcuno gli pagava un bicchiere e lui attaccava.
La musica sostava nell’aria e nei polmoni
non c’era orchestra, neanche un violino
c’era il fumo, le fregole dei tanti venuti a cacciar via
il mal di mare delle corriere e delle donne
le segretarie che mai la davano.
E anche io
la mia gazzosa in pieno d’ inverno, un tavolino
lontano dalle grida volgari e dai dispetti
di mettermi le mani sul viso e dire
– gnaro
stai diventando grande e più bello.
Via da tutto
intento solo a cogliere il fremito di voce
le rose rosse dei tanti amori, e poi gli acuti;
quell’attimo che tutte le porte erano niente
e nel paese usciva il curato a benedire
quei peccatori mano alla patta, ricchi solo
di ore straordinarie al lavoro, e vino sfuso.

TORNO PRESTO

Per il tuo seno piccino e intenerito
io metto su famiglia e una polka
vengo scemo, e parlo un po’ da solo
alla pensilina tre.
Per quelle caramelle viziose faccio il palo
coi segni dei malandra se arriva poi qualcuno
partecipo alle feste degli altri con sussiego
e stiro le camice partendo dai polsini.
Per quel tuo seno fragole e panna vengo grasso
trecentoventi il colesterolo, nove il voto
di come poi ti faccio l’amore.
Sarò matto
ma te che t’abbottoni più lenta sei la fede
la medicina per i timori
e per i denti, la lingua e anche l’ipofisi guasta.
Sarò matto, ma quando ti diventano duri sono in banca
e vinco anche la tombola col premio dei fagioli;
sorrido a quella faccia che ho senza vergogna
né senso del peccato e altre sciocchezze insane.
Per quel tuo seno da colibrì ti faccio il nido
con quello che mi avanza del cuore
e poi ti fischio, come facevo un tempo al muretto.
Inizio prima
a lavorare e poi a sparecchiare, torno presto
ci nascondiamo un po’ sotto il letto
forse piove.

RITORNO AL FUTURO

Di quando s’era poveri in canna, e tu mangiavi
le briciole come gli usignoli
mi ricordo;
e delle poche volte di sabato, un filmetto
una pizza a portar via, scopate folli e basta.
Nessuna nostalgia, questo è il vero
a parte l’oro, dell’essere spaventi in magrezza
ed ore svegli, del tuo sapore ladra di nespole là sotto
il mio profilo nudo nel vento
un poco atleta, un poco vaffanculo agli eroi.
Di quando i fiumi
sapevano di melma di fabbrica, e di verza
e in cielo si leccava il carbone, non ho amore
non il ricordo chiaro che appiccica una donna
il suo saluto dal finestrino.
Meglio adesso, e meglio anche domani
se questa testa regge
se tu guarisci e ci carezziamo. E quello dopo
se a capodanno avremo mutande rosse e vino
se ci ameremo con la prudenza, oppure niente
naso su naso a dirci contenti
un po’ piagnoni, golosi
e con sbadigli sincronizzati pari.

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