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ITACA

Ad indicarti navi in partenza non son buono
il dito lo vorrebbe
ma il mare è in ogni altrove.
E’ dove può scaldarsi le ossa
a gambe dritte, e mani come strade da soma.
In questo buio
se ti indicassi l’uomo che vola, meglio Luna
il latte che nel cielo non cade; giravolte
di lumi e di pianeti che tolgono anche il fiato.
Se ti indicassi me, come scoglio, avresti cime
sartiame e vele forti abbastanza?
Siamo al buio, e dentro ci mettiamo che vuoi
ma fallo piano; ché gli occhi non ne abbiano pena
più di ora, che tocco le tue vene più estreme
come un pane,
un olio di fragranza per giovani in amore,
Resta stesa, sulla mia sabbia d’isola e sangue
resta stesa.

STATUA NUDA

E dirti che sei stata una foglia masticata
viene più facile ora, a polso fermo;
lontano dai misfatti che vivono i ragazzi
quelli che tirano sassi contro il cielo
e fiori nello stagno d’amore.
Un poco dolce
robinia e menta brina dell’orto
a volte amara, sottile come lama di alloro
o di oleandro.
Ah, mio amore!
quante vertigini sulle tue scalinate.
Le torri dei tuoi seni le ho mai assalite invano?
Tra i fumi dei capelli ho trovato Astolfo e Bella
la vela di Odisseo in finto mare.
E poi il ciclope, quell’occhio disperato
ch’è ogiva di balena
sutura di Babele e supplizio, statua nuda
sopra la quale stesi il mio velo. Ah
mio amore!

RISACCA

Quasi mi manca la pioggia nel cortile.
Di tanta che ne ha fatta non è rimasta traccia
né fango dove piedi bambini fanno il salto
o pozze rinsavite per cani di passaggio.
Sarà che sento gli alberi grattarsi un po’ le ossa
i muri della casa sorreggersi da vecchi.
E un po’ anche io
che in questo provvisorio silenzio emetto suoni
di gioventù già bella che andata
e di preghiera, Ché non si scorda mai
il primo atto di dolore,
e men che adesso in mezzo alla nebbia
all’aria dura, pesante di fumate e di gas.
Quasi mi manca
quel piovere sì simile al mare che riporta;
insieme ai sassi un poco di gioia
sabbia, e te
che ridi all’acqua fredda alla schiena.
Tempo fa.

IDA

Passata l’ubriaca bellezza,
il bel sudore,
che viene sulla schiena a esibire gioventù;
conservi il pane della mitezza
il tuo migliore.
Spezzato con le mani di cedro
che, ora, hai fredde
ferite come l’osso che ha tribolato gli anni.
Come la spiga si brucia alla tempesta
si piega al vento sacro e improvviso;
anche io, madre
son fatto di natura più fragile, tua stessa.
Felicità vissuta in silenzio
men dolore, con dignità portato a conforto
con l’amore.

85 anni, auguri mamma.

LUCE DI RITORNO

Quando sorridi,
il mattino che stai bene,
diventi Lazzaro divelta la sua pietra.
Sei come quell’uccello di luce qui posato
la goccia che si presta al suo bere
il cielo intatto.
Sei come la memoria di rosa nel vialetto
le labbra aperte appena fa bello
oscena al tatto.
Più alta delle spoglie d’autunno
coraggiosa
e livida sul gambo, come le contadine.

E’ quello che si tenta venendo per la strada
la borsa nella mano dell’ultima spesata
il colpo non esploso al nemico, il bacio in fronte
quando la bocca è piena di vento, e di parole
di gioventù venuta a mancare.
Come alianti, poggiati l’uno all’altra
imitando queste foglie, la loro sete un po’ d’armonia
di terra rasa.
Le braccia a immaginarsele pesci, fluide, prese
attorno al corpo come suture, bende amiche
per questa gelosia dei felici, sempre attenti
ad ordinare il mondo negli occhi.
Come spume, esagitate in invocazione
onde più alte, nel correrci a chiamare per cena:
il pasto breve, del sesso in ablazione matura.
L’infinito
dell’attimo in cui siamo scoperti, verso Dio.

*da un verso di Pierluigi Cappello.

ELEONORA

Memoria brucia via come il treno
la casa degli aranci, il rapido del fosso.
Memoria è questa musica gatta, il niente foglie
che adesso viene il cielo giù intero
e il sole a grani.
Perché dicembre è Nazareth, si, ma in ogni luogo
dove le donne nascono e imparano, piegate
come gli ulivi al sale di mare e alla tempesta.
Dove le donne: pane e cicoria, e neon del turno
e notti da guarirci le stimmate del giorno.
In questa navigata incertezza che è la vita
c’è un foro nella gomma davanti, l’olio freddo
sulla catena antartica della sua bici dura.
Ancora va in paese con le sue stampe in fronte
la ragazzina bella del Cine, e poi l’anziana
pedale su pedale l’armonica faccenda
che i figli c’hanno fame, e presto viene buio.

Dedicata a Eleonora, mia suocera,
scomparsa l’11 dicembre 2019