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Forse sull’albero è il canestro della vita
la fronda d’acqua in punta di sole.
E tu vi sali, perché c’hai quella forza dei giovani
e il coraggio;
la tragica incoscienza dell’uomo della pietra
la sua scoperta ricca del fuoco.
Io, del resto, sto qui a raschiare gli attimi a terra
lento il giusto. Per ricordare i fianchi alla donna
e il suo destino, di somigliare in tutto
ad un fiore da annusare.
Adesso lecco il miele che mi è rimasto addosso
come la gatta prima del sonno, più mansueta.
Così, se vuoi toccarmi, io mi lascerò fare
come si spolpa piano una rosa, e sarò ancora
un tenero germoglio affacciato sull’altare.
L’inverno dell’età cova pane, se ne hai fame.

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SE MI VUOI BENE

Se mi vuoi bene, lasciami solo
vai giù al porto
a ridere dell’acqua di nafta, degli uccelli
che annusano il di dietro alle barche.
Lascia i soldi
che possa poi comprarmi una mela
e denti buoni, per viverla di bocca matura e baci assolti.
Se mi vuoi bene lasciami solo, ama la strada
che piena delle foglie di ieri ora mi ispira
come un canestro in panni ricolmo al lavatoio
o gli occhi di mia madre sentendosi perduta.
Lasciami solo che ho dentro l’universo
e scotta come certe pignatte messe al fuoco
per fare le lenzuola pulite dall’amore.
Se mi vuoi bene uccidi la noia che mi prende
se parlano di un Dio solo di misericordia
del fatto che poesia l’è per pochi e va studiata
millimetro a millimetro come una malattia.
Se mi vuoi bene allagami l’uscio con te nuda
adesso come avevi vent’anni, e taglia il velo
di questa tua bellezza, e dividila con me.
Ché sono poverello e tu il mio San Martino
il sole delle benedettine, il mio convento
di pane e di preghiere pagane.
Fammi vivo.

Come misura di un albero, spessore
la tua magrezza è mappa del cielo.
E’ osso e scorza
la stessa resilienza del ramo sotto un tordo
la sua genuflessione al Dio che mette il verde.
Toccarti è un’ispezione di nudo, è quel cercare
tra il verme della pelle la terra fatta grano.
La storia dell’elettrica scossa, quando l’uomo
ti ha preso fino al grido di gioia.
E’ dirti t’amo
tenendoti più addosso di un’ape col suo fiore
più della santità di mia madre in ospedale
il pasto là diviso con me, seduto accanto.
Toccarti è un centinaio di bambini, tutti in corsa
in riva al mare freddo di giugno
è un libro aperto, davanti a una finestra sugli anni.
E io ti voglio, con i tuoi segni, i pianti, i dolori
le avventure. Le foglie maturate negli occhi
e gli animali, venuti a ristorarsi per poco.
Voglio il suono, di pioggia quanto hai belli i capelli
voglio i piedi, piantati fino al centro di terra
il secco duro, di quando hai sete in vita
più d’un acquasantiera.
E voglio l’ombra e amarla più forte, darti schiena
come si poggia fiero un bambino addormentato
sereno sulle labbra che ridono
per niente.

I NUMERI SUI POLSI

Siamo chiamati a grandi faccende
a far giustizia
a tacitare, vino e coperte, la vergogna
d’aver bevuto il male sputandolo sui fiori.
Siamo chiamati scopa alla mano a rassettare
a fare via la cenere bianca dei bambini;
a raccontare ai vecchi che son vissuti bene
dentro il terrore, pena pazzia.
Siamo chiamati, ognuno col suo nome spettrale
e l’altra guancia
contabili del piscio sul muro e del morire
capendo niente in mezzo alla neve
mano a mano, a madri di qualcuno
e fratelli di frontiera.
Siamo chiamati al sangue di terra
a ribaltare, sto mondo malandrino del capitale vano;
chi con la penna, chi con le idee.
Nulla è perduto
se annuso i tuoi capelli rimasti giù dal cielo.

Del naufragio io vivo, e farmaciste
con le mollette d’osso ai capelli
e i reggicalze.
Di donne il cui tagliere degli occhi fa erba salvia
e cipria detenuta tra gli inguini.
Io vivo
ho il fiato menta, un fiore qui all’occhiello del naso
sogni pochi, più semplici che ho mica studiato.
E di cantine, anfratti bui e pericoli a vista.
E tenerezze, saluti come fossero perle
in quel di maggio, che è il collo delle donne scoperto.
Di presagi, tabaccherie fallite e trapunte da sciupare.
Caviglie più leziose dell’arte e treni d’ansia
di solchi immacolati tra natiche divine.
Io vivo come il colle strinato, nudo e verde
nascosto all’ira e tutto bagnato, al desiderio
al siero della pia consunzione. Ho peli, e strade
fossette di fortuna e uccelli sulla neve.
In me dimora il cervo alla luna, il lupo argento
il sonno d’animali in inverno
e primavera.

Quando cadiamo nel sonno è sempre ieri
il graffio sul ginocchio, la tua benedizione.
Quel farci via dal viso e i capelli tutta l’erba
leccare le ferite e poi sputare il male.
Nascondere poi, insieme, i rammendi già inventati
sotto un sorriso nuovo e la voglia a proseguire.
Quando cadiamo insieme nel sonno
sotto è un fiume, toccato con i piedi
prima del gran finale; del salto gambe unite
e naso chiuso in mano.
Il brivido provato e scordato in un istante
il sole appiccicato sul mento appena usciti.
E tutta l’aria nuova da bere e rigettare
sui fiori in fuga dai giardinieri.
Là noi andiamo
quando cadiamo nel sonno, niente pianto
la bici sulla ghiaia, le scarpe rotte altrove.
Il lembo di sottana di Madre Terra preso
e poi di nuovo in piedi
mandando giù l’errore.

Questo mio corpo di semola e germogli
di luce assidua e figliata, mela verde.
Questo mio corpo anello di bestia, catenaccio
così che puoi trovarlo, perduto il senso a cose
la strada per la resurrezione.
Corpo antico
di creta fatto su a brave mani, generoso
coi tuoi capitolati dell’arte;
corpo asceta, distratto nel ferirsi alle rose
vecchio il giusto
per quella esuberanza d’atletica sfiorita.
La netta interpunzione tra il correre ragazzo
e la maturità di una prugna in cima al ramo.
Questo mio corpo tuo che m’allegri
che seduci, che mi carezzi come morissi.
Come il tempo, il tempo che è per sempre
riempito con il dire, il fare e il contemplare
ciò che respira o è inerte
materia dalla quale veniamo
e torneremo.