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Mirarsi il viso infante in un pozzo
e dietro Luna; un ghirigori fatto di rondini e altri insetti.
Le abbiamo conosciute davvero queste cose?
Adesso ciabattiamo veloci alle stazioni
contenti del minuto preciso alle portiere.
– Gli annunci fanno acqua alle orecchie, inascoltati –
E gli occhi della gente si scontrano, vetrosi
attenti a non confondere i visi col perdono.
Adesso controlliamo la cinta e il sovrappeso
con lunghe cavalcate su nastri di bitume.
Un tempo c’avevamo i leoni nella gambe, ricordate?
i campi di patate sembravano infiniti
l’eco lontano dei carri il “Novecento”.
Un tempo c’era un tempo tagliato per l’amore
conoscersi e poi uscire a ballare, oppure al Cine
due lettere con dentro disegni e margherite
un bacio solamente mandato a dire a voce.

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Ho sempre usato mille parole elementari
ma con monastica cura dei dettagli
l’ossigeno più denso alle mani. Non per scelta:
è l’ignoranza bella e un po’ ingenua a farmi nudo
la stringa che si slaccia nel mentre corro. E il fatto
che per pigrizia ho chiuso questi occhi sopra i libri
per dedicarli sempre alle nuvole. Pensieri
ne ho tanti e complicati fin troppo, ma è col palmo
che tocco te se me lo permetti, e leggo il mondo
la tua pepita via nel petto. E con la bocca
assaggio l’intuizione del nudo, la confermo
e volo sopra il fiore più aperto come scritto
nei secoli di regole semplici, incorrotte.
Ho sempre usato mille parole elementari
cortecce di magnolia e orecchini di ciliegie
la barba del granturco per riderci l’un l’altra;
la schiena sulla terra di quando sono esausto
e guardo il cielo in cerca di onde, di balene
di ninnoli da metterci il dito. E tu capisci
arrivi prima d’ogni giuria, d’ogni sospetto
prima dell’osso di seppia e del cantore.
E unisci le tue mani alle mie
forse è poesia.

Un bacio non ha etnia, né materia
è incontro/scontro.
Il labbro superiore vestito per la cena
e quello sotto nudo d’Adamo.
E’ un cervo in ombra
un tordo sopra il ramo di tiglio, è il tuo coraggio
di attraversare a nuoto lo stagno fino al borgo
all’erba marzolina che si risveglia antica.
Un bacio è un cacasotto che prende la sua mira
e fa l’uccello per un istante, è una saetta
che attraversato il fango si infila nella terra
ribalta le sottane del cielo, la fa sua
con tenerezza o argilla di vene.
E’ duro a volte
si lancia contro i denti con piglio militare
fa diventare duri i capezzoli e li chiama.
Un bacio è un pentagramma per flauto ed ocarina
per l’aria nei pertugi della benedizione
è prima delle mani e delle parole oscene
è il modo più bagnato di salutarti intera.

SOLTANTO UN PO’

Magari un’azalea, di trenta che ne hai
un fiore preso al supermercato, un altro in più.
Suonare il campanello dove ho vissuto te
le piogge di una Rho più indecente tempo fa
la puzza di miscela in garage con il Merlot.
Si dice che la mamma non la si scorda mai
ma quando si sta in piedi da sé non ce n’è mai
di tempo per contarsela su, non ce n’è mai
biglietti per un Cine e Nazzari.
Mamma, sai, è come si nascesse due volte, o forse tre.
La prima conta solo la tetta, la magia
di un mondo dove tutto è già pronto, un bel bijou.
Ma poi è venuto un tempo senza capelli, e noi
minuscola in un letto che non facevi tu;
un tempo di due pugni di riso messo là
in un vassoio senza poesia. Un tempo noi
cinquanta due e più anni da crederci e far via
come le brise sulla tovaglia. Mamma, sai
tirarti fuori è stato restituirti un po’
dell’uomo visto sempre andar via
soltanto un po’.

Un uomo, a questa età
dovrebbe avere muli e cisterne, non credete?
Un piccolo grembiule di cuoio, ed un martello
la forca e gli strumenti per fare su una casa.
Dovrebbe avere un pezzo di terra, anche due metri
qualcosa da lasciarci su scritto.
Mica io
che ho fatto della penna il mio fascio di roselle
il più tenero regalo per arrivarti in cuore;
per poi posarmi come un uccello sui tuoi fianchi
beccare qualche grano di miglio tra i tuoi peli
e ricordare più come vola, a uno spavento
l’astuto e il mattiniero grifone.
Mica io
che ho gli occhi sulle vene del campo e annuso l’acqua
la sera dei dispetti e di poche situazioni.
Che aspetto quattro giri di chiave per puntare
il dito a quel tuo letto già caldo
e dirti, t’amo, perché sei piccolina
adesso che la vita, ti ha masticato tutta
come una mela prima.

Questi budelli di acqua, terra molle
e rose le cui spine palpeggiano i confini.
Questi presagi di tempo e schiene rotte
di piccoli animali in boscaglie senza eguali.
Questa mia landa d’accessi un po’ musoni
di gente dai dialetti foresti, questi spazi
dove gettare il pensiero e farne uccello:
pignolo testa bassa sui solchi e sulle crepe.
Questi canali più stretti e tumefatti
libri di foglie che volano, incapaci
d’uccidere bellezza ed orgoglio. Questo tempo
che lento si è posato sull’erba, e sulla pelle
facendone una stola di mandorli. Il mio tempo
tra queste mura e i baci di babbo, i pianti zitti
di mamma mentre legge i suoi conti.
Questo legno, che zuppo di brinate mi scheggia il cuore
e il canto. Questa mielosa cagnara del mattino
che chiude imposte e tace le sveglie.
Eccomi dunque, salute cose amate
miei cari tutti e vita più agile
io vado, ad occhi aperti incontro alla luce
quella accesa, il giorno che dall’utero donna venni al mondo
lasciando il guscio d’uovo e conchiglia in un ospizio
in metri due di sabbia e acqua cupa.
Questa è l’ora; sento gridare giù in strada le monete
la gioventù risorta e immortale. A loro il vanto
e l’onere di erigere case, ed alberate
violini per il mare profondo, voli e salti.
Per tutte le creature che vivono, sia bene!

Se la sceneggiatura lo prevedesse, amore
metterei bocca vicino a quel tuo orecchio
luogo di tedio e teatro, e di lussuria.
Verrebbero parole di luce e di crepaccio
di zoccoli sui sassi e sentieri sotto l’erba;
verrebbero parole di Genova di notte
di mare tempestoso e di te, scoperta ancora
come un’America nuda là poggiata
coi seni sui gerani e la sigaretta a lato.
Mezza ubriaca di acqua minerale
di ustioni al sole primaverile. Un tono sopra
le gronde e gli uccellacci sui tetti
ed uno sotto, alla saggina scossa degli alberi.
Il più giusto
che faccia come l’olio nel tempo dei malati
consolazione e dopo accensione, lingua e verso
patibolo ai cattivi pensieri
forse gioia.