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DICEMBRE

Che poi siamo passati di qua
lo dirà il tempo
il miele nelle orecchie che arriverà, notturno
sentendo il mare farsi capriccio.
Poche cose, parole come fossero alberi
la storia, di due strappati via dalla scuola come foglie.
Desiderosi farsi dei viaggi fino al treno
al limite dell’acqua che bagna l’Asia e il cielo.
Di tutto questo scrivere lento e appassionato
vi rimarrà il ramarro alle vigne, il sole a picco
quel cencio unito su a quattro nodi e messo in testa
che la faceva Dea tra i mortali. Vostra madre
pulita come son cento rose e un calicanto
bambina nel sorreggervi il gioco, fine amante
durante il corpo elettrico e bruno.
Qui ora stiamo.
Per raccontare di cattedrali fatte a rami
di giochi che voialtri forse non conoscete
di strade e di città là a venire. E poi d’incanto
al pianto della vita che ha male al suo respiro:
il primo che v’ha messo del fuoco, e ali ai piedi.

per Alice e Davide, nati entrambi a dicembre

CORPO E RAGIONE

Io non ho visto niente.
Eppure, da che ho corpo e ragione
ne è passata, di storia e anche di acqua nei fiumi.
Ma la storia
non è una ferrovia tra Lugano e il passo dopo
si rotola nell’erba felice come un cane
o salta gli steccati talvolta, come una baio
mostrando i denti ruggini e gialli.
Suda, morde
è come l’aria elettrica di un ballo in piena guerra.
La storia non ha mica camicie, o scarpe belle
è nuda e ha un dito nella narice
fa le fusa, sul grembo delle donne che aspettano
e poi prende, toglie di torno gli uomini buoni
non distingue.
Così, io posso dire che non ho visto niente
se qui vicino giacciono i corpi, ed i macelli
dove le carni rosse trionfano nel gelo.
Io non ho visto niente di quei dolori forti
e delle partigiane col fango sui calcagni.
Io non ho visto niente degli impiccati ai pali
vestiti della festa perché la Libertà lo vuole.
Non ho cosparso calce e poi terra nell’inferno
nemmeno un miserabile verso tra i vigneti
in quei capanni d’occhi notturni. Occhi privati.
Ma ho mangiato il pane degli ultimi, e lavato
la bocca con parole innocenti. Qui vi ho amato
nel rombo dei ricordi di quel cagnetto in corte
ucciso come tutti i ragazzi età da moglie.
Nei telegrammi neri venuti giù dal Belgio
– comunica sgomento e dolore a signoria.
Parenti il tempo buono partiti e mai tornati.

BILLIE HOLIDAY

Non c’è granché da fare stamattina
il giallo della grande lucerna fiacca il cielo;
è come un osso bell’e lappato, piove ancora.
Soltanto Lady Day sta ignorando tutto questo.
Dal suo pontile in latta e cemento tocca il mare
l’asfalto strofinato dai Taxi. E le tue orecchie
abituate un tempo alla fabbrica, ora ai grilli.
Non c’è molto da fare nemmeno due ore dopo
in fondo è una giornata tranquilla: poco muove
si soffre tutt’al più nel silenzio dei cortili
o dentro proprie stanze di buio artificiale.
Più tardi cambieremo il lenzuolo, forse umore
via via che il notiziario si sgranerà giù intero.
Si metterà qualcosa sul fuoco, nel palato
la lingua prenderà la sua parte, io la tua
ristretta in un pudore che il tempo ha maturato.
Ma adesso non è ancora il momento, adesso è niente
niente fatica e niente discorsi, sta a sentire:
Strange fruits ricorda a tutti che cosa c’è la fuori.
Alziamo barricate d’amore, siamo in tempo.

NATURALE

C’è questa bella luce che tocca la finestra
un debole segnale di tuono
la tendina, che oscilla alle carezze di coda.
C’è una mela
crapa pelata vecchia che ha lavorato niente.
E c’è quest’emergenza del sonno, più capace
di prendermi e lanciarmi fino al soffitto bianco.
C’è l’ora che ricorda che il miele è in fondo agli occhi
la polvere bagnata poggiata allo zerbino.
Ci sono i piedi freddi sulla mia pancia nuda
cinque minuti prima di pace, e poi di sogni.
C’è il passeggio, un cane col guinzaglio ben teso
e dietro una;
terribile scommessa del trattenerlo invano
se appresso a una cagnetta lui tira come un matto.
C’è questo senso strano di vita che va via
e allora lo risolvo baciandoti la nuca.
Dovessi raccontare l’odore dell’amore
mi basterebbe un filo di fiato:
qui,
annusate!

ARTE IMMATURA

Non sono fatto per stare su un cavallo
o su una sedia da equestre della vita
a declamare versi allo specchio di Narciso.
Non mi somigliano gli angeli, i poeti
gli eroi profilo greco perduti in sette mari.
Tra me e una foglia morta di acero c’è intesa
memoria di finestre nel viaggio breve, terra
scolpita di radice e amarezza.
Eppure ho i segni
le labbra di una donna ora salice ora rosa
la gola come un tino di vecchie cantilene
le dita per far cerchi nell’acqua.
In me ricchezza
è ciò che ha fatto ridere lei, voialtri amici
il solfeggio dell’amore imparato, il quasi osceno
che c’è nel rivestire la donna. Arte immatura.
Per sempre potrò dire agli uccelli
voi beati, che navigate schiena di cielo;
per me è padre, la mani da lavoro che sciupano qualcosa
con l’infinta grazia di quelli in buona fede.
Non mi vedrete mai fare salti dentro il fuoco
ho gambe come spiga di grano, le ossa vetro
il pelo ritto e freddo dei cuccioli di uomo.
Un fiore tra l’orecchio e la bocca
e là mi voglio.

SIATE LIETI

Dei residenti qui in terra abbiate cura
che i morti hanno le loro ragioni
grano e fieno, un chiodo sopra il muro
per calendari muti.
Pulite se potete le vene di chi ha fame
e fate a pezzi il pane moltiplicato e duro.
Porgete sempre labbra sincere sulle tempie
compagna vi è la vita, sorriderà all’odore
al sasso della voce prestato alle parole.
Mettete nelle lettere due dita di oltremare
il fondo di un bicchiere bevuto insieme
un’ode, a quell’amore forza del tutto
alla sua grazia.
Vi pagherà in monete di giunco
d’acqua chiara, di trasparenze in cento finestre.
Siate lieti.

DISEGUALI

Non parli, perché hai visto la guerra
e avuto fame.
La pioggia lunga e fredda d’inverno entrarti in casa
il crollo del budello di terra là in miniera.
Non parli quando affonda una barca
e non son pesci, quelli che bevono il mare
né assetati.
Non parli, e dalla tasca ti prendi un fazzoletto
un tempo fatto su a quattro nodi, adesso basta.
Non parli, e te lo porti sugli occhi, soffi il naso
con quel rumore a volte scabroso che hanno i vecchi
per dirci che hanno pena per gli altri, i senza luce.
Non parli, perché dirlo a bestemmie non è cosa
il dialetto delle mani lo fa capire uguale.
Non parli, perché il mondo è paese
e giusto ieri, entravi scarpe tolte alla casa del padrone
pulite le sue vacche e già concimati i campi.
Zittivi sopra i conti che non sapevi fare
il dare avere, come ora il mare, diseguali.