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7 NON RUBARE

A una che passava ho rubato ago e filo
per chiudermi la bocca durante il film;
e il giugno
della sua gonna a fiori tornata ora di moda.
A un altro che sedeva giù al molo l‘idiozia
di camminare sopra le acque
il viso allegro, l’ingenuità di certi assassini
un po’ per caso. E il naso grosso.
A un tizio, che fratelli non ha, a restare solo
col cielo che diventa marrone e dopo niente
un coloraccio buono ad esprimersi col nero.
Ma prima d’ogni cosa rubai il suo sonno, e il miele
le carte giù all’anagrafe di lei col cuore molle.
Rubai le pere del contadino, il cacio al padre
gli zoccoli per stare in cortile alla mia zia.
A te ti rubo un poco ogni giorno, tutta intera
in piedi o sparsa per il cuscino, troppo donna
per rimanere un bravo ragazzo.
Rubo sempre:
le fisime di certi poeti per il mare
la cieca devozione per gambe nude e culo;
il bacio anche alle amiche, la bocca mai uguale.
Perché non c’è una rosa gemella, e neanche sposa
non c’è una caramella più dolce dell’amare
del furto con le mani bambine, ed il peccato
averne solo due per sentirti giubilare.

Se la riprese, e poi sussurrò
– fammi le care.
Mansueto come un cane da branco ormai azzoppato
voleva la sua mano alla testa
era smanioso.
Voleva la sua mano sul petto, sulla pancia
più giù se non provasse vergogna
a farlo dio.
Voleva che la mano sporcasse la poesia
perché la fede ormai era perduta, il senso pure
del far bella figura tra i vivi.
Lui, il brav’uomo, capofamiglia o firma di chi ne fa le veci.
Voleva si chiamasse tutte le donne avute
di più la prima e unica sposa, ma a vent’anni
non so se c’hai presente i colori dei ‘50
le ultime macerie là ancora da spostare
e le balere un tempo cortili.
Per favore
quell’uomo, si, ne aveva bisogno
come un fiore
che mette su la testa nell’acqua ripulita
prima di scavezzarsi nei petali, e nel cuore.

***

L’opera è fresca, di un laico angelicato.
Novella come i pomi di fronte all’avvenire
scultura fatta in burro e mistero;
la tua mano
sul precipizio dove sei d’oro ed anilina
sul gorgo delle favole d’Eros, sulla barca
dentro la quale un pesce divento, privo d’aria
e luccichio di squama perfetta.
L’opra tua
violenta nel cercarne ragione, delicata
come fa l’altalena con debito di vento.
L’opera tua dell’indice unito a quello medio
la predica dei carri su per la strada sfatta
la risalita per i vigneti, l’oasi in grano
dell’istrice che l’inguine infiora.
L’opra sacra
il mantice del ridere dentro, del peccare
mostrando i fianchi al medico impasto della sera;
tra le tendine e il pizzo dei vasi di geranio
tra scendiletto gialli e amaranto e la mia guardia.
L’opra oscena
del nudo senza nero
senza cappello di paglia e venti ortiche
l’opera nuda del getto naturale
le quattro labbra in segno di sfida, il loro canto.

5 NON UCCIDERE

FANCIULLO DI VETRO

Non uccidermi
lo fa ogni giorno questa banchina
il treno in ferro;
l’aria gelata scesa dal nord, la tua paura
la bocca di quel cane chiamato anima mia.
Non mi ferire oltremodo con il sonno
il debole respiro esalato, non col petto
svuotato delle sue meraviglie.
Non barare, ho qui un coltello per fare rissa
ed una rosa, per addobbarti morte
e venirti sulla pancia.
Tu non uccidermi il sogno, la mia infanzia
che ancora sa di latte sull’uscio, e di mia madre
venuta a raccontare giù a scuola che lavora
che non può fare a meno di alzarsi ancora scuro
per mettere del pane sul tavolo, e poi uscire.
Non ferirmi
ché dopo un’ora o due tutto spengo, muoio piano
con tutte queste schegge del mondo andato a male
ucciso come fosse poi niente madre terra
il paradiso delle orchidee
la vacca sacra, il sole sulla testa dei buoi, l’oceano mare.

SERIAL

È stato bello.
Io la piegavo un poco all’indietro
e lei ci stava.
Sembrava non volesse nient’altro da una vita.

Trent’anni fa mi sciolse la lingua sotto un tiglio
ma le ho restituito il favore
l’altra notte.
C’è odore di ragazza sfebbrata oggi nell’aria
e dopo di tempesta in un secchio.
Sono solo
e cerco per le scale il rumore di una donna;
ma è solo per la tenda che gioca a fare il morto
sul lago della luce di agosto.
Guardo altrove
avere gli occhi quasi gentili non guarisce
ma limita la cresta dell’onda a ore dieci.

Mezzo bicchiere è un porto assolato
forse ho ucciso
l’origine del mio desiderio con la scure.
Nessuna esitazione con lei, due giorni prima.
Nessuna esitazione con me, due giorni prima.

Potrei contarle i nei che ha nel cielo
anche a distanza;
fare la mano a coppa per dare idea del seno.
Potrei poi disegnare com’è che fa a dormire
con quella bocca aperta
ch’è strada per i muli, una salita dove c’è vento
un ventre scuro
per le mie margherite raccolte.

Ma è ormai tardi
nessuna esitazione con lei
due giorni prima.

SAN MARTINO DELLA BATTAGLIA

Dopo veduti gli ossari
e i crisantemi
le piccole eresie delle croci messe in fila.
Fuggire alle specchiere di un bar
per troppa voce
sentita venir su dalla terra come fuoco.
Io col mio latte macchiato
e il cuore in panne;
il solito per te, ch’è diverso ad ogni volta.
Ferocemente zitti
come quando c’è sereno
svuotati nelle tasche da un borsaiolo in erba:
la storia della gente distratta che s’uccide
il carnevale delle mostrine, onore
e il resto.
Pensare che qualcuno ci avrebbe preso gusto
a far l’amore tutta la vita
e invece niente.
Il rantolo dei mille proiettili è un ingorgo
la Torre soffre il vento alle costole
d’inverno, ha più ferite che alberi Creta
è quasi morta.

NON UCCIDERE

Quando s’ingrossa e batte la chiglia, la seduce
è forse il mare come Caino?
o non è l’uomo
la piaga che divora i raccolti, i propri infanti?
è lui che fa la rosa di piombo a coturnici
che scava nella terra una vena rosso sangue
e indica il nemico col dito verso luna.
E’ forse l’ossatura dei continenti un male?
il movimento lento e grandioso di Pangea
è quello delle donne di sabato, infantile
innocuo per chi nulla poi sa del grande amore
delle virtù e di tutti i pianeti allineati.
Uccide non vederle tornare, spento tutto
fin anche le vetrine coi loro cappellini;
quella maniera un po’ settecento di parlare
come farebbe un fiore al cospetto delle api.
Uccide un tavolino nell’ombra
e tu che aspetti, venire dalla strada la giovane operaia
tua madre con le calze ormai andate
e una borsetta, con quattro arance e il latte
dell’ultimo scaffale.
Uccide un capannone d’estate, io e il mio amico
il cottimo che taglia le mani, le morose
a casa che già pensano a un altro.
Uccide l’acqua
riversa senza farne misura, e senza colpa.
Uccide il fuoco degli ignoranti
e quella serpe, del gas dei minatori bambini.
Il capitale
quel dio inodore e senza colore che è un impero
le reti unificate e il messaggio universale:
spremete tutti il vostro profitto
e così sia.

LA SANTITA’

Ti sei mai chiesto cos’è la santità?
io l’ho veduta in terre da poco
una stanzetta, con dentro un vecchio viso di albero
smagrito, la scorza del colore dei meli a primavera.
L’ho vista quando prese mio padre iniziativa
di raderlo pur poco capace, delicato
tributo a volontà del resistere e morire
ma in ordine e i pensieri puliti.
L’ho veduta
spiegandomi che questa è la vita, dopo il pianto
il pasto dei ricordi e anche il riso necessario
per l’uomo alto e magro impacciato con le donne.
L’ho vista poi pagare i suoi debiti a bottega
all’osteria che dava alla corte.
Poche lire, ma quel che è giusto è giusto
e va fatto.
Eccola dunque
quell’ultima preghiera del prete era mestiere;
la santità restava là in piedi, accanto al letto
all’angolo dei figli devoti, testa alta.

IL NODO

Qui sulla macchia che cola giù dai pini
dolcezza resinosa e morente,
adorno il piede
fasciato di vecchiaia e di radici storte
di vene d’olivastra fragranza, un ceppo duro.
Quell’atto tante volte donato a me, piccino
te lo restituisco ora con lacrime da uomo
la tenerezza un po’ inevitabile di un figlio
che sa negli occhi tuoi quel percorso farsi breve.
La mano sulla testa ti chiederei ora, madre
la predica e il rimprovero, la voce della pace.
La mano sulla testa come la mia al tuo piede
la scarpa nuova che lo ripara, lo conduce
due passi o tre che non faccia male.
Eccoci ancora
su questa ruota che gira il sole, e poi la notte.

LENTO E’ L’AMORE

Lento è l’amore
come la guarigione.
E’ un portico per tutti i ragazzi
per pregare, e riposare il sangue dei piedi.
Lento e giusto
l’eterno che ripete le ombre, i rampicanti
le velleità dell’edera povera e tenace.
Lentissimo nel petto e nel cuore, nel toccare
è l’anima del fuoco incapace di volere
d’intendere ragione aritmetica.
E veloce
com’entra il vento appena le imposte fanno il giro.
Arredo d’usignoli è il suo bosco
voce e luce, un fulmine talvolta
che acceca e fa vedere, legami di molecole
di vecchie limature.
La forza che fa muovere bocca ed ossatura
peluria della voglia che abbiamo di restare
poggiati l’uno all’altra
come a un battesimale.

EVA CASSIDY

Mio padre mi portava all’immagine di Cristo
domenica alla messa a buonora, ultime file
ché anche nella chiesa era il povero minore.
Consolazione d’opera buona era l’offrire
l’avanzo di monete alle tasche, in quell’istante
che per le sedie usava un borsello
prima ancora, del segno della pace scambiato.
E poi cantava, sommesso e preso da commozione
lui, tenore, uccello da Osteria nelle sere
era un bambino
che vede la sua mamma lasciarlo per lavoro
col gioco appena sfatto per terra.
E una gran pena, a me veniva su dal profondo
per gli adulti, inginocchiati sopra le panche consumate
devoti e sofferenti allo spirito volato.
E quando poi s’apriva il portone lo cercavo
la mano nella mano colmava in me la grazia
la voglia di dividere il pane con qualcuno;
d’aprire le finestre al profumo delle viole
al ridere e al vociare di quanti erano fuori
finite le faccende ed i compiti.
Ma grazie, io sento di poterlo ora dire, anche se Dio
l’ho perso per la strada come le biglie e gli anni.
Grazie alla vastità della spalla su cui andavo
alla sua giacca nuova con dentro una palletta
di naftalina dimenticata;
grazie al sole, che primo mi faceva vedere
a cavalcioni, quando in paese c’era una gara di ciclisti.
Grazie all’uomo
alla sua firma da avanspettacolo
agli eccessi, che l’hanno fatto fuori dai santi
terra a terra
come mi piace ancora incontrarlo. Dico grazie.

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