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Io voglio scrivere in te, di te, per te.

Ché chiaro

sia l’incontro dell’occhio col creato

come una mattinata sul monte

come il gioco, del legno e della ruota

che taglia via il cortile.

Io voglio che mia madre capisca la parola

che ognuno che lavora ne abbia grande cura;

e voglio che la semplice lingua s’erga a Dio

più nobile nel suo sentimento

e nell’azione.

Non c’è, nella poesia, legge piccola o gigante

che debba separare intelletto e grazia pura

non nego l’arabesco e la stilla del pittore

ma sporca d’erba e terra per grano sia al contempo;

ognuno cerchi in sé quel mistero d’esser vivo

in questo viaggio in stiva, o sul ponte dov’è vento.

Io dal mio canto scrivo il fanciullo

perché l’amo.

ASPETTA IL GIORNO

Non la intuisci la forza d’abbandono?

Il pesco nell’inverno ha la lingua morsicata

le unghie dissacrate, affondate nella terra.

Aspetta con pazienza come la madre il figlio;

aspetta che l’orario di scuola dia i suoi frutti

candele e alloro intorno alla testa.

Pare dorma, il sonno di Penelope bella

il canto Omero,

lontano da quei rivi di dolci ragazzine

che affondano col nudo del piede in primavera.

Il capo reclinato ha due occhi di smeraldo

il fiuto della volpe, la sobrietà dei campi:

adesso che anche l’erba s’inchioda

come Cristo, con le sue spine il venerdì santo.

Aspetta il giorno

dell’inguine e del vino, della maestosa bocca

aspetta come un passero il verme della terra

un sottotetto pieno di musica, e colore.

SCRIPTA MANENT

Che aveva visto la lepre, spaventata

dai fari là nel campo

e ce lo raccontava.

Così sarà per questa poesia

una volta vecchi;

compagna di serate col fuoco bene acceso

racconto di una vita sparata a cento all’ora.

Ma mentre lo diciamo ci siamo tutti dentro

lo sento dalla schiena che m’ha creduto ancora

stamani nel raccogliere foglie.

E nel sapore

di certe ereditate credenze, dove il pane

durava per l’inverno come gli amori estivi.

Ci siamo bell’e dentro, con le pomate e il resto

la canfora sul petto per non tossire il cuore.

Ma un giorno, le poesie, ricorderanno tutto

le toccherai col bacio di guancia

un fatto, ancora.

LIBELLULA

E ancora preferisci me al freddo di un bicchiere

la coppa delle mani, ciò che rimane intatto.

Memoria tra le pieghe dei palmi, il viso ovale

teneramente arreso alla semina dei fiori.

Il tempo ormai è passato della gelosa ira

libellula tu, verde, tumulto d’acqua spuma

giornate lunghe e acerbe che osammo praticare.

Ma ancora l’ammiraglia ci solca il mare fondo

hai pelle come vetro talvolta, io una perla

portata su col fiato sospeso. Cosa viva

che parla tra i tuoi seni, così, come mi appari.

OGNI COSA TERRENA

Se non mi vedi più al limite dei boschi:

seduto a un fuoco acceso

la nudità felice;

è perché il giorno del fiele ho conosciuto

il suo scalpello triste qui sulla coscia dura.

Non è peccato il veleno dei poeti

peccato è berlo e farselo amico,

è questo tedio, rimpianto forse

pio desiderio. E’ l’appassire

di questa viola sotto la neve.

Ma resisto.

Capisco il tuo profilo di donna

e mi rallegro,

la notte adoro il fiato che suona sopra i muri

la tua gloriosa bocca che cerca l’aria pura.

Così si trae coraggio, e forse anche la fede

c’è vita in ogni cosa terrena

ed io lo sono.

LA PAVONCELLA

Li voglio lunghi abbastanza per l’ingaggio

che possano le mani sentirne i fini umori.

Li voglio per poterli scostare

e far museo, di quel tuo collo da pavoncella;

e delle vene, carpirne le maree e getti d’onda

ogni svagata, tua notte tra le mandorle e l’uva.

Così, nuda, fin anche nei reticoli in sangue

come un prato, che il vento di settembre

prepara alla ribalta.

Io voglio i tuoi capelli come bocconi in pane

per questa bocca tanto gentile quanto sciocca.

Io voglio i tuoi capelli di frusta e gelsomino

che corrano per questa mia schiena priva d’ossa

fino alle orecchie piene di mare e di tempeste.

Io voglio i tuoi capelli sugli occhi miei di bosco

come betulle d’aghi e fogliame

sparsi

belli.

VIVO BENE

Certo, del tenero, o desiderio puro

saliva in me in quel Bar mezza strada;

tra i vent’anni

e il buco nei calzini che non ho mai aggiustato.

Versava noi dei calici in bianco

  • quello nuovo –

 diceva, ed era vino degli anni.

Come lei

completa nei suoi gesti di donna sui cinquanta.

Due spanne dal suo viso come le mille miglia

un surplus d’esperienza nel mezzo

come un fiume, che d’impeto vestito

io non osavo amare.

A volte si può fare l’amore da poeti

le mani tra le sue, ma discrete, tra la gente

venuta lì per dimenticare, o solo a bere

due dita di Friuli in inverno.

Sono grato, a questo cuore mio innamorato

vivo bene.

COMFORT ZONE

Non ho paura dei cani,

sto distante,

se gelano lo sguardo con diffidenza pura.

Mi fa paura non esserci per te

per tutti voi fratelli.

Sia pure lo so bene che il tempo spazza lungo.

Allora, scioccamente, parlo da solo in casa

mi cerco come mamma faceva, certe sere

che per troppo silenzio mi dubitava il fare

l’esistere fin anche

se non nei suoi pensieri.

Discendo queste scale provandone sorpresa

e metto sulla tavola i confetti di domani

le scarpe del mio giorno di sposo;

i sogni belli

spremuti nelle notti che ancora non sapevo

le terre emerse dei tuoi bei seni.

Chiamo il nome

e a volte non rispondo:

mi devo abituare.

Si regalò dei denti quando poté pagarli

dei libri con parole giganti

un apparecchio,

per ascoltare ancora gli uccelli dell’infanzia.

C’è un’ora in cui la luce impigrita è sulla pietra

nell’angolo che sfiora la vigna

là, in cortile.

La stessa del suo vermouth

nei giorni ch’era festa:

soldi di carta a cambiare, le specchiere

inganno per le carte riflesse nella Scopa.

C’è un’ora che si sente nell’aria anche il letame

la fecola dei campi che evapora

e poi l’acqua, del lavatoio

perdersi in sogni e limatura.

E’ quella in cui avrei voglia di dirgli mille cose

ma più sentire storie di donne e di corriere

di tutto quell’andare al lavoro

come un santo, che ride del martirio

perché già morto altrove.

Io vado incontro alle mani,

mani tristi,

spellate come gli alberi davanti casa prima.

Ci metto il viso, l’intera mia stagione

la fretta d’esser figlio di tramandata speme.

Ci metto cantilene prima del sonno antico

le gemme che ho raccolto, da qui

al tuo ventre nudo.

Io vado incontro alle mani tue capaci

all’incavo dei venti, a te che sei campagna

e bruma di mattina.

Io vado incontro al tuo fiato d’alcol puro

ai denti fatti pietra, al tuo collo di roveto.

Io vado all’istrice bianco, al pube d’oro

agli inguini colonne dell’Ercole;

e più in fondo,

là dove il sangue ha gironi di clemenza

navi scomparse e rumori di pianura.

Io vado incontro alle mani, perché, solo

non so più riconoscere la stella che mi guida

il Nord da una qualsiasi strada

ho mezza vita.