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HO DATO TUTTO

Un tempo le brinate coprivano ogni cosa

avevo il collo tenero, protetto con calore;

e gli occhi come i gatti

che vedono anche al buio.

Col mio giornale alla pensilina,

insieme ad altri,

ci si contava il proprio dovere

stando zitti.

E quando i fari lunghi della corriera prima

bucavano la nebbia bastarda

un altro sguardo, gettavo a quella casa

dove tu ci dormivi; ignara della grazia

che avevi per i fianchi

e del mio desiderio inespresso.

Tra i paesi, a volte poche luci

mi davano conforto: guardavo le stoviglie

sui tavoli, e le sedie

scostate per un primo caffè.

Popolo inerme, col segno della croce

a giustificare il pane,

l’amore rimandato alla sera, se veniva

la voglia e anche l’ispirazione.

Ho dato tutto.

E tu anche più di me, lo senti ancora

il puzzo del gasolio e il rumore di ferriera?

A volte per cacciarli ti dormo sopra il seno:

la donna spezza tutti i sigilli

e solo miele, mi prende forte al naso

e il cuore si consola. Lo puoi sentire ridere

appoggiati, tranquilla.

ACQUE

Sei come quelle foglie che chiudono

prudenti, al tocco e più allo sguardo

Calpurnia delle siepi. Fatica

è questo incontro di corpi aggiudicati:

il ferro s’è corroso là dove ci piegammo

il limite intuito ha spostato un poco i baci.

Per acque generose giocammo gli anni interi

puntando verso rocce più bianche di Alicante.

Adesso che scoperte le stelle, le leggiamo

a palmo aperto insisto, e tu insieme

l’aria è buona, l’abbiamo profumata

dandoci in pegno interi.

Se apro io per primo le palpebre il mattino

tu come un grande banco di pesci

segui il giorno,

nutrendo questo starci un po’ in ombra

nei pensieri, nel torto che il Dio Crono

ci mette sulle spalle.

Ma è quando l’adunata di lucciole si smorza

che ritroviamo luce spontanea

ed avanziamo.

SEGNI

Lo fa per dissetare la mano,

oltre la gola,

la nebbia del ricordo là dove lui dormiva.

Lo fa con questa pelle che non si lava bene

che trama le sue pene lasciandone confini

muraglie, crespature invadenti.

Lei, mia madre.

Contiene la caucasica cera del pallore

le guance rosse quando ha vergogna

e compie gli anni, nascosta

dentro un letto più grande della luna.

Adesso poggia piano il bicchiere mezzo vuoto

le onde da agitate si fanno via più calme;

ha bagnato il comodino, ma cosa può importare?

Lui lo faceva sempre: forse la stessa mano

ha preso agitazione nel bere, forse Dio

scappati tutti i sogni ha mandato questi segni.

La tenda che si muove seppure non sia vento

lo sterno che ora duole perché qualcuno muore

il suo orologio come impazzito.

Oppure niente.

È l’immaginazione che prende i cuori soli

la sera, nel silenzio, la porta chiusa a chiave.

Credo conoscere la pena del soldato:

poggiato il mento alla terra in dolce sonno

per tutto il corpo m’è trasalito il moto

la spinta delle sorde radici, e poco oltre

disseminati fiumi d’azzurro.

Vita, dunque, è tutta in un sussulto di rose

un fiotto in sangue,

che dalla bocca di fiume giunge ai porti

all’uscio delle pietre e alla neve silenziosa.

Credo sapere la pena del soldato

che guarda il cielo come caduto

un mare verso, fatto di onde di vento

e di visioni. Di volti

che vorrebbe tenere tra le mani

sentire respirare d’urgenza:

un caldo grano, acceso nella fame d’amore

mentre il cuore, si getta stanco in case d’infanzia

e lì vi muore.

IL PETTIROSSO

Poggiato come un quadro

qui, al muro di cucina;

dono a me stesso una lacrima di sale:

là fuori è un pettirosso alle briciole del pane

tra l’edera e poc’acqua nottura.

Una moneta, perduta dalla mano di Dio.

Si guarda intorno

non muove nessun muscolo ora

vuole a lungo

rimanga alla memoria di questa mattinata.

È un libro di avventure e di piume, un aggraziato

cenacolo di brina per il mio cuore in erba;

tornato ragazzino adesso che ti fermo

e un cenno con la mano soltanto, dice

  • guarda,

è qui da due milioni di anni

e ancora canta.

La sua fiducia è quello che serve.

Ascolta, ama.

Sei la guardarobiera delle mie notti brevi

a te io affido frangia e cappello, niente terra

tra l’unghia e il dito da ragazzino.

Niente cielo, tra il labbro

che si fa un po’ vermiglio e un poco neve.

In te confido come un bambino, quando gioca

e non s’avvede al manto di sera; poiché strada

ha quell’odore fertile di gonna alle ginocchia

la voce delle piante che brinano, pazienti

la volta delle stelle che cambia ad ogni ora.

CHIUSI GLI OCCHI

Non posso credere al mio corpo minuzioso

al bozzolo perfetto,

alla geometria fatale.

Sono venuto da un ventre morsicato,

da un fiume sotterraneo fatto di zolfo e cera.

Le ossa di mia madre curvarono a comando

si fecero profilo di oceano, Santa Chiara

e Sebastiano fitto di dardi. Una saetta

che volge sulla terra la spada sua di luce.

Così, non posso credere al tuo corpo minuzioso

adesso che t’affacci alla strada

e sei imbiancata, un manto di betulla

e di polvere di luna.

Adesso che di seta tu entri nel perdono

le mani alle ginocchia serrate quando dormi;

il viaggio della chiara memoria

chiusi gli occhi.

Eccola china, nel bere la sua voce medesima

si sfina, e fa la ragazzina

ginocchia sporche e vanto: di giochi

appresso a quell’altalena. Tutta vento.

Amore, amore caro e sofferto, tra quel seno

le carovane lente ai deserti ora ti vedo

la stella che produce la strada al mondo infetto;

la scimitarra bianca di luna.

Amore mio, la notte non verrà questa notte

non ancora. Sbiadito un poco il tocco

mi piangerai le lodi,

ma il labbro non contempla l’età: è tuo

il più d’oro. Su tutto il corpo a un cenno lui vola

mia signora.

CENTO ALL’ORA

La sua filosofia la tirava fuori il vino

il giorno di dicembre,

quando nasceva il Figlio.

Più semplice di un bel monumento:

marmo e ossa, sputando quando terra

lo permetteva intera;

cantando quando gonna di donna là passava.

Mio padre lavorava di brutto, solo questo

nessuna imprecazione veniva dalla noia

nessuna scuola altra che le sue mani, e i calli.

Più buono anche del Papa talvolta

spesso ingenuo. Capace di far conto

quel tanto che bastava

frizione, freno, mai cento all’ora.

Eccolo là!

Nell’atto di salire le scale,

prima l’ombra, la mano che si aggrappa

feroce alla ringhiera.

Ecco l’uccello che plana, e lo ricorda.

A volte c’è un silenzio qui in casa

che fa storia, e preme sulle orecchie

come una malattia.

GIGLI

Le nocche di una donna che lava sono rocce

montagne dove l’erba fatica, e tira vento.

Le nocche di una donna che invecchia

sono pane, e seta

se le baci con bocca più sincera.

Odorano del sesso degli angeli, e di cera

di rose appena sorte nella stagione breve.

I gomiti di questa mia donna sono gigli

riflettono la luce del fuoco alle caverne;

e s’aprono all’amore per gli ultimi, in silenzio

lontani dalle aiuole curate, dai giardini

tirati in bella mostra, ma d’anima perduta.