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E’ GIORNO?

Talvolta pare fermo il tuo cuore
non un cenno
nell’aria miope e scura di questa nostra stanza.
E allora mi ricordo preghiere
e che son nano, davanti al tempo
e a tutto che cambia.
Sono solo
e seguo la corrente che gira intorno al mondo.
Come la coda della balena taglio l’acqua
ci scrivo la beltà d’esser stato, d’esser vivo
con te, che solo un attimo dopo fai un sospiro
la mezza ruota con le tue gambe
e chiedi – è giorno?

EROTICA

A pelo d’acqua, come una foglia
una lumaca
ai limiti dell’erba spiovuta.
Tu e le braccia
aperte come fai nell’amore, prima ancora
che venga il corpo a giungersi al tuo.
Sospinta, breve
coriandolo d’oceano sul pube, io ti bevo
come gli uccelli scesi alle pozze
come un latte, la cornucopia piena del sesso.
Vai ed ormeggi
un filo immaginario ti tiene a questa riva
i nodi della tua seduzione, il nudo vero
feroce nelle sistole in petto
e delicato
come soltanto il pasto di un colibrì saprebbe.
Vai sospinta
ignara come un fuoco rivale
avanti, indietro, le mani dentro il miele del corpo
l’ano e intorno. Il perineo dall’ali di ape
il punto esatto
da dove spicca su in verticale una farfalla
la cavolaia bianca dei fianchi
quando vieni.

ROSE E FIORI

Ma certo che non è rose e fiori, a volte impazza
ed altre lega mani e linguaccia
mette voglia, di uccidere la noia e scappare con qualcuna
a amoreggiare come dei matti e dire
– grazie, ho poca vita e voglio goderla.
Certo, è merda
a volte questo piatto di ore a lavorare
a togliere lo sporco che poi verrà di nuovo;
rispondere cortesi al telefono con tutti:
chi vende, chi lamenta, chi cerca compagnia.
A volte vorrei mica riflettere, star bene
con l’indice nel naso e col medio alla vagina
volgare fino a credermi un altro.
A volte urlare
sopra quel disco anni settanta: Bitches Brew
chiedere a Miles che cazzo c’aveva nella testa
che non potessi avere anche io.
A volte piango, e dopo rido per asciugarmi
a volte lecco
il lato del cuscino dove sei stata mia, secoli fa
che ancora ricordo.
Rose e fiori
son buoni per degli attimi solo
poi è fatica.

Mangi il gelato come una volta, spalancata
nel tuo stupore prati in Olanda.
Sei una donna
che chiede cento lire a suo padre nella festa
lo supplica con giusta innocenza
e non gli importa, di quello che accadrà
già domani alla frontiera.
Nel cielo azzurro elettrificato è tutto ora
sulla tua lingua senza paura, nella bocca
nel duro di capezzoli che viene
se li sfioro.

VECCHI LEONI

NOVE VITE

Avessi nove vite come i gatti
ci metterei più tempo a esordire con l’amore
imparerei ad avere i migliori, i voti alti
del come fare a giungere a te con testa e corpo;
dosando la saggezza dentro la lingua amara
e cestinando tutti gli errori con le mani.
Se avessi nove vite come i gatti
terrei le prime tre al materasso degli incontri
per dedicarle al bel cigolio che fa di notte
quando per troppa saliva al basso ventre
gli amanti fanno cose da matti.
E poi la quarta
la doserei ad ognuno che ho perso, come il pane
una moneta d’anima e aria. Tutte l’altre
ancora non ci ho fatto pensiero
ma, credete, c’è un mondo là di fuori che merita rispetto
fotografie e scritture nei secoli.
C’è gente
uguale a me che vuole un abbraccio
una parola, una semplice carezza
come si fa coi fiori, con gli alberi che volano via
con te che dormi.

A leggere i poeti tranquilli si vien vecchi
col doppio mento e il gomito in fiamme;
si vien tristi, innamorati delle beghine
dei quartieri, tirati su col metro dei sobri
e i farabutti.
A leggere i poeti tranquilli sono morto
il dodici dicembre sessantanove, e dopo
sui treni con le bombe, nell’urna elettorale.
A leggere i poeti tranquilli sto in prigione
ho una coperta sola per tutte le stagioni
la voglia che mi lecchi la mano il cane mio
quello che visse un anno con me da adolescente.
A leggere i poeti tranquilli non mi tira
e non mi viene in mente di radermi, di uscire
a comprare l’anno zero di quel giornale nuovo.
Non ho neppure il vizio del fumo, o del belare
dietro un politicante qualunque. Non umano
mi sento senza un cazzo di rabbia.
Solo un verme
che cerca il caldo in pancia alla terra
e poi la ingrassa, venuto al mondo quasi per caso
un quasi niente.