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Qui tutto accade a viole e dispense

litigio della mano che presuntuosa assale.

Sapessimo nel cuore che nulla ci appartiene

staremmo sulla chiglia di un’umile barchetta

a far fotografie di una bella al sole, o a Orione

e aspetteremmo agosto nei giorni di caduta.

Scintille sulla curva di Gaia. Vecchie glorie

accese per l’innamoramento, o i desideri

quelli reconditi e quelli terra terra.

Come vederti un mattino sciolta e nuda

venire vecchia quando è il suo tempo

pur maestosa. La rosa nel suo corso d’infanzia

non conclusa

LE PESCHE

L’afrore delle pesche venuto dalla sporta

è questo il mio segnale d’estate:

lei che mena, la bici alla salita

con gambe affusolate

il fazzoletto con quattro nodi

e il gesto breve, di porgermene una

con fare malizioso.

Più tardi noi saremo battelli

e casa un porto, di acque più agitate

e poi quiete. Ma ora è il passo

lo zigomo veloce nel gesto di pigliare

la polpa come se gioventù mangiasse

e amore. E poi verrà lo scarto del nocciolo

e il tacere, la schiena come un campo assetato

e me, venuto, a graffiare con le zampe

le scorze già snudate.

Ché somigliamo ai gatti talvolta, un po’soffiamo

la diffidenza prima di chi non ha maniera;

ma appresa l’arte fine e suprema del donare

tagliamo l’onda senza ferire, parte a parte

così come la luce, che batte e frange, e schiva

si spande in acqua e germina cose, fitte, vive.

Il mio infinito mondo riluce in una scuola

in una vecchia chiesa, e la breve strada a casa.

E in quel suo bavero teso sopra il collo

per digiunare il freddo in inverni senza pane.

Tra queste mie distanze mi sei venuta incontro:

la gamba nuda mediterranea, il sandaletto

scucito dove batte il pedale. E le hai colmate

con terre d’India e oceani balena.

E il solo dire, che il gusto della donna

ha milioni di anni luce

sta tutto nelle stelle bruciate, e in quelle nuove.

Chissà, l’aver saputo le vastità segrete

i nomi dei paesi mai visti. Quale vita

avrei mai speso in botteghe d’arte, o in drogherie

con l’etto sfuso e il viso di mamma, soddisfatto

di metterci nel piatto qualcosa di speciale?

PEPITE

Lascia che vada in malora l’allunaggio

la calza bianca nel sandaletto

e la forcina;

e il pettinino d’osso infilato nel taschino.

Ho avuto mattinate migliori, inebrianti

dopo la gioventù benedetta

ed ho imparato,

che mentre ci si inventa l’amore

è bello dire, versare le parole

del mondo osceno, piene, e liquide

all’orecchio tuo libero a farfalla.

L’ingegneria del fuoco ha creato nuvoloni

fumaglie provenienti da terra

e poi dissolte.

La scienza dei tuoi fianchi

m’ha estratto l’oro in bocca

parole fatte semi e granaglie

per entrare, gentile come un ramo di pesco

quando è sera, tra l’ombra

e le fessure di calce, alla tua casa.

ONIRICA

Dicono i sogni non stanno nel reale.

Mio padre raccontava di grandi tavolate

galline e uova sode, svegliarsi per le nove.

Mia madre niente male alla bocca

denti sani, e un viso Greta Garbo

per principi annoiati.

Mio nonno un giorno privo di sangue

senza guerra, mia nonna gravidanze

senza più figli morti.

Io sogno quello che sogni tu

se sogni me, scoperta dell’amore

per non lasciarlo più.

Mia figlia sogna felicità, perché ce l’ha

le mette su un pigiama la notte

e dice – ciao –

domani stessa ora, che io sia qui, o lì.

Mio figlio sogna un mondo di eroi

o forse no, a volte solamente non esserci

l’idea, che ad ogni rivoltata del cielo

ci sia, qui, un mondo un po’ più giusto

morale, fatto su, alla maniera dolce

dei fiori di bambù.

SIA BUON VENTO

Non voglio vivere per altri cento anni.

Ché non c’è mondo abbastanza da vedere

e alberi asciugati da lacrimare insieme.

Mi basta conservare nel libro delle dita

i segni delle grandi cadute, delle zuffe;

di quando non s’aveva un bel taglio di capelli

ma spine e siepi libere ai campi.

E sulla schiena, le piume degli uccelli

svernati alla ringhiera.

Tu dammi l’orlo di questa gonna lisa

e ti racconterò delle gambe di pianura

del duro sotto i piedi dal tanto camminare.

Tu dammi il fine di questa biancheria

e ti regalerò le mie rose nate in bocca

la fronte di un ragazzo distratto per le scale

perduto tra il grembiule slacciato del lavoro

e i seni piccolini, ancor giovani limoni.

Sarebbe troppa amara la sera senza miele

e il ritmo di vertigine su te, bella balera.

Sarebbe troppo dolce la foto tua da sposa

per questo cuore mezzo in disuso.

Lascio al viaggio

quel mettere la pietra del miglio sulla strada;

la mano tua è una vela spiegata

sia buon vento.

Come noioso sembrava il tuo rumore

un orso dentro casa che non trovava pace.

Eppure, queste crepe ora soffrono il silenzio

la colpa dei fantasmi di ciò che potevamo:

le poche e maledette parole intenerite

rimaste nella gola, di noi, schiavi del tempo

di quel pudore di mezza età, e del lasciar fare

al corso della vita ogni cosa stabilita.

Guardavo il pomeriggio scurirsi in un bicchiere

cercando un argomento che ti toccasse il cuore:

il ricordo dei tuoi vecchi, di quando c’era fame

i primi tempi in questa Milano, e quel volere

qualcosa di diverso, e di più

di mille lire.

TURCHESE

Non ho bisogno dell’alluce di Grecia

del fiordo immacolato

in un mondo sottosopra.

Ricordo estati meglio turchesi,

là in campagna,

le sere che metteva dei pipistrelli in cielo

a fare le battaglie del grano.

E poi le ore

passate ad ascoltare storiacce tutte uguali

di diavoli e misteri da preti.

E poi le stelle

venute fuori come le efelidi;

bambine

con una pila in mano a cercare, quando è buio

le bambole di pezza perdute in piena luce.

LUNGA VITA

Nell’arte di cucire

c’è Dio e la sua pazienza.

C’è quel volere bene alle cose

alle ferite.

Mia madre aveva tasche perfette

e anch’io, pulito, vestivo dignità

e niente spreco.

L’arte, infine, era del fare materia

lunga vita

un girotondo d’oche sul lago

una risata, veloce sugli specchi

a riempire la pianura.

Possiamo ritrovarla

in mattine piene d’aria

di uccelli già felici d’essere scritti in cielo.

Possiamo risalirla al bel fiore dell’ibisco

o dentro un letto quando la donna da sé stessa:

là tra le gambe i segni dell’orzo

poco vento, quel tremolio di terra

che sopra i seni viene

a dirla respirata, un fuoco ormai passato.

Vieni a sederti al cospetto di un balordo

ho perso quasi il senno a imitare quelli buoni.

Un piatto di minestra scaldata non lo nego

il tuo bicchiere è quello col manico, da sempre.

Vieni e raccontami di cosa fare al mondo

se è giusto faticare per insegnare ai figli

il bene, l’altruismo, e che sfruttare è male.

Diventi più minuta ogni giorno, è il tempo d’ossa

a volte sembri un’altra persona

ma sul muro, hai bene impressi i segni

che t’hanno fatta anziana.

I chiodi li ho piantati all’altezza che hai voluto

ho ancora braccia buone, un discreto girovita.

Eppure, non son più quel ragazzo a militare

lo sposo a cui insegnare il risparmio.

Curvo anch’io, sovente

verso l’umido in terra. Ne ho il sentore

a volte il desiderio, ma non lo posso dire.