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FOGLIE DI CEDRO

Da piccolo
restavo con la schiena delle ore, sopra la terra
senza pretese. Ero il suo pane
il seme sprofondato e il delitto.
L’erba alta
aveva quel colore prudente delle gonne
le sue, di fronte al ventilatore
le sue un tempo, in cui pareva fiera delle ginocchia e vene.
Da piccolo la voce dei prati era il mio liuto
e somigliavo a un sasso nell’acqua
levigato, pulito prima d’essere sonno
un frutto acerbo, nel suo stato di grazia
lì immobile e sensuale.
Da piccolo nessuno vedeva l’ombra bianca
di uno tra le spighe e un singhiozzo;
di me, solo, a fare i conti con il buon Dio
grande ingegnere, decoratore fatto e finito di canali
del limitare grave e fugace di una luce
che prima o poi sarebbe finita.
Era la cena
le grida sabbia e vento di mamma, le sue uscite
da quella porta mistica in strada, a farmi attento
un prodigo da non festeggiare.
E come allora
da piccolo ho cinquantasei anni, un neo sul labbro
e ancora rido forte negli occhi
quando nuda, non sai cosa succede al mio albero.
Per questo
non piangerò domani il congedo dalla scena
poggiate ancora a foglie di cedro
avrò le mani, il sesso di mirtillo sopra il suo seno antico
la bocca piena dei sette mari
il fianco curvo, profilo portoghese che guarda all’avventura.

CERCHI D’ACQUA

Il senso di paura ha il colore delle more
lentiggini sul naso
e del blu dentro le vene.
Germoglia quando ho fretta di viverti
e sei secca
potresti aprirti mille ferite, anche se piano
facessi sopra te le pulsioni, e poi le ondate.
Il senso di paura ha riempito il nostro vaso
di frutti sciagurati e precoci
ho gambe al vento, terribili alle cose d’amore
ma prudenti, vicino alla tua soglia del fiore
alle tue foglie.
Le braccia hanno memoria dell’edera, inurbane
selvatiche gattacce in cascina;
e tu sei vetro, la fila più ordinata dei calici in cucina
la delicata e nuda moria dei cerchi d’acqua
che vivono di breve bellezza
e poi van via.

Con le zampette dure e sottili, con i denti
col carico alla schiena dei muli
testa bassa, la voglia di spaccare le noci con le mani;
la fretta di mandare giù tutto con un sorso
la boria delle rivoluzioni.
Sul mio pene
venivi con l’astuzia e le bende di una gazza
l’odore sotto braccio di pane con le mele
l’eccitazione delle scogliere
il petto aguzzo.
E il sangue ti scalava le montagne.
Poi lasciavi
cadevi con la coda frusciante
eri una volpe, con l’occhio dei ciclopi tra gli inguini
e la furia, di certi temporali che viene quasi voglia
da farci un’orazione e una foto
lì, ammirati.

A uno che vedeva più niente gli è bastato
l’odore di mammella dell’acqua sopra i piedi;
il sasso tra le dita come una cosa viva.
A uno che viveva più niente l’han portato
dove gli uccelli fanno fatica, molto a largo
e l’aria spezza l’ultima cena
e dio ha più niente, con cui celare
il viso e le braccia.
L’han chiamato
col sentimento solo che viene su alla fine
il film delle sue cose animate, delle labbra
perenne movimento del suggere neonato.
A uno che voleva nuotare l’han lasciato
come una carpa a guado di fiume
aveva il sangue
tra guancia e paradiso per via di un amo esperto.
Ma poi che fu nell’utero azzurro ebbe coraggio
e respirò altre tre quattro volte
poi un gran riso.

FA CALDO

A VOLTE IL CIELO

A volte vorrei essere un albero pennuto
vivere fuori la notte
per toccare, le piccole mammelle alle donne della luna.
A volte il cielo
il cielo che non puoi misurarlo e non trattiene
il cielo che fa l’arco perfetto di colori.
A volte vorrei essere tuo
e domani niente, ognuno a casa sua
ed è stato bello, amen.
A volte la poesia si fa debole, distante
necessita di un pizzico, meglio uno sculaccione
a volte si fa porta d’inganno, e le fessure
si riempiono di un sole slabbrato
un po’ puerile, nulla a identificarlo con quello della Grecia.
A volte è alzare il calice alla trattoria S. Anna
ma bere solamente a partita ormai finita,
con l’ultimo vagito animale di qualcuno
che a casa c’ha nessuno e se piange è naturale.
A volte vorrei essere un luccio, un pesce bello
aguzzo per le mani di chi mi vuole morto
ma morbido con tutti gli amori, a volte l’acqua
che dentro te fa bene il mestiere, farmi bere
dalle tue mani sacre e dipinte, dal tuo addome
sudato e genuflesso all’abisso che ti chiama.

LE COLOMBE

Talvolta luminose hai le mani
piene d’ira
e cose che vorresti afferrare. Altre taglienti
rivolte alla tua fronte come sul sole estivo.
Per via forse del rosso veleno che ti sale
inetta alle giostrine d’amore, al po’ di senso
d’un liquido futuro sparito.
A volte paghe
stoccate con la santa memoria verso il pane
danzate sulla frutta che spogli, come un uomo
ha fatto mille volte con te.
Talvolta cieche, di aria sopra gli occhi pestati
occhi bucati
dai quali perdi l’acqua del nascere.
Ed è fiume, un caldo serpicello d’innocua resistenza
un timido convoglio di sale che avvicina
la bocca a quel sapore un po’ amaro e capriccioso
che ha il cuore delle cose perdute.
A volte amo
trovarle alle ginocchia dell’uomo che conosci
là ferme come al grano, colombe
senza voglia
di andarsene lontane, né spine di timore.

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