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La compostezza virile che hai seduta
mi porta a immaginarti priva d’ogni barriera
latrato sulla falsa morale, o pregiudizio.
Coperta fino ai piedi sei erotica, importante
la deliziosa attesa che attiene ad ogni uomo
sotto il balcone sfitto della sua innamorata.
Vestita sei monastica e bella
sei un ulivo, un grimaldello verso il mediocre
un’orazione, nel Tibet millenario e segreto.
Sotto hai cedri, e sesso che ti odora di salvia ed oleandro;
nell’aria sembri il falco che oscura il sole freddo
nel letto una falena ostinata, un ché di estivo
un nudo matriarcale, incontaminato, grande.
La percezione pura che entrarti dentro è vita.

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SUBLIME

La foglia d’acero ha poetica sublime
i Salmi ed i capelli degli angeli.
Quel bosco, la sua popolazione notturna
o certe storie, di uomini ingabbiati
per vincere un’idea, cavarci sangue e merda
ed ucciderla d’oblio.
La melma dell’infanzia ha poetica, acqua pura
la polvere al cortile levata dal postino
l’odore forte su per le scale, e l’ozio d’una
che ha lavorato fino a patirne.
Le magnolie
gli uccelli quando volano bassi, e fanno l’ombra
muovendosi nell’orbita invisibile a levante.
Le mie pietre, venute lisce a furia di passi
i prati d’aria, e l’uomo innamorato che dorme sotto il pino.
La donna quando è nuda ha poetica sublime
il salto della lepre, il nono mese esatto.
Le ostetriche che annunciano i figli, e sono perle
sgusciate da una vulva d’oceano.
L’urlo e il pianto, la polpa rossa della placenta
e poi il silenzio.
La tetta che riempie la bocca, il sonno
vita.

per il compleanno di mia figlia Alice

COME UNA COSA VIVA

Talvolta
chino all’ombra di un posto in fondo al treno
ricordo che son stato ragazzo.
E allora rido, da solo come certi balordi
qui, al paese, che vengono additati da matti.
Dolce affiora
in me il ritratto d’ogni poeta, innamorato
del semplice profilo che incendia una vicina
di posto mentre sfoglia il suo libro.
Od accarezza, sul vetro la misura degli alberi.
Riposo, ripenso le piastrelle coi fiori a prima casa
la tua verginità persa in piccoli dolori.
E il mio tremore. Per quella nudità
già più grande del destino,
del dono che non merita l’uomo, a volte inetto
non buono di competere in grazia.
Ed ecco, accetto
lascio al futuro un fragile ramo
un verde incontro, di terra e mani caritatevoli.
Una voce, e cento meraviglie animali
la passione, la storia che sta dentro le pietre;
questa mia.

E voglio ringraziare chi ha fatto le stenelle
il nome tuo a sei lettere, il prato
queste foglie.
L’odore della terra che apre le sue gambe
quando per mesi non piove e pare danno
il riversarsi forte nel prenderla.
Ringrazio
ché posso dire al sole – ti vedo vecchio amico
c’hai il muso dei malati a novembre, ma va bene
ho qui venti spettacoli pronti per guarire;
la donna del creato in libidine reale.
La spiritualità del garzone giù a bottega
quando ripone l’etto di cotto sulla carta
come farebbe, certo, con lei che non lo guarda.
Volevo ringraziare l’orchestra delle piante
dirigerla è un affare per pochi, forse uno;
o forse sanno fare da sole, e tu sei ricco
di piccole monete di luce, d’erba, d’acqua.
Sei ricco dei chilometri avanti
e verso il cielo.
Sei ricco quando al soglio di casa lei si siede
ti dice come fare il lavoro perché renda
e intanto c’ha una foto e la guarda
gli occhi lustri.
E’ lei vent’anni fa, e stava bene
l’ami ancora.

MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Sappiate che ho sconvolto un oceano di sottane
appese al filo in qualche quartiere.
Ed ero un lupo, quando la luna ancora era vergine.
Ho studiato
la direzione esatta dei venti, i pesci gatto
il nome che ci univa e non era parentela.
Sappiate che anche io ho messo l’ombra in qualche valle
e avuto vista come di aquila, rapace
in queste unghie sulla sua schiena. Ho scritto il meglio
con l’acqua della brina e fatto di conto
per mia madre, a fine mese già dal droghiere.
Sembra strano
ma ho avuto il cuore debole e forte nei sospiri
gite scolastiche da metterci poi bocca
a una compagna dietro una siepe.
Melograno, per qualche tempo questo era il simbolo
più rosso, del sesso quando ha smania d’amore
il corpo luce, nel suo volere solo giustizia.
Questo è il viaggio
affondo la mia coda maestosa ora che è sera.
Io sono Moby Dick, l’innocente
vado a prua.

BILANCIO CONSOLIDATO

Ho scritto per metà degli amori
l’altra ai morti.
La terza mia metà per il grido Novecento
i ratti sul soffitto in campagna
Luna e vetri.
La quarta mia metà per le donne nel cortile
per le mutande stese dopo la candeggina
per i vagiti dei tanti figli.
Altre metà
le ho scritte a un metronotte incallito
sordo e duro, meridionale più del suo accento.
Altri frammenti, li ho sparsi sulla strada di casa
Pollicino, o semplice ragazzo che ha preso due inculate
dal primo amore e dal principale.
Altre frattaglie, le ho messe nella carta da zucchero
a bottega; per via che dopo i primi cinquanta
il resto è gratis.
Alcuni li ho nascosti nei pantaloni nuovi
attento alla cerniera sul fatto dei coglioni.
Qualcuno l’ho lavato coi denti, sotto ascelle
in mattinate fredde che fuori era un porcile.
E tanti poi li ho messi in prigione, malandrini.
Parlavano di voglie, di desideri osceni
per donne che nemmeno il suo nome.
Ho confessato, e senza alcun rimorso
ho bruciato un sacco d’anni.

SEMPLICE

In questa cittadina occidentale vivo.
In giorni in cui il colore è monotono
rappreso. E le notizie certe si mostrano arancione:
quattro minuti al quindici o al tre. Verso là fuori
ai palazzoni degli sfrattati, ai nuvoloni
sui campi di magnesia ed ortica.
Qui io vivo, precisamente a qualche chilometro
e, credete, a volte cambia tutta la storia
e i paletot, le feste con i fuochi di sabato.
Qui vivo, col porto d’armi dei macellai
capanne in frasche, e capannoni un tempo abitati.
A volte il gelo, che fa brillare l’erba che sembra un’officina
una gioielleria di liquami. In occidente
dove s’invecchia prima del tempo, sempre presi
dalle centrali elettriche o il gas, dal partorire
dei gatti e foglie nuove ogni anno.
Eppure godo, sento le gambe fredde alle donne
e le consolo, vivo bene, dove l’amore è uguale e universo
stesso sangue, respiro, facce da funerale
se getta via i tuoi fiori e ritorna da mammà.
Un occidente fatto di labbra, introspezioni
di gratta e vinci e sedie anatomiche, di auto
che vanno sole ai propri parcheggi. Vivo qui
dove mia madre ama i suoi preti, babbo l’orto
i pomodori come le tette di una balia
il verde disgregato al prezzemolo, la terra.
Vivo nei tuoi pensieri alle volte, tutto intero
paure e altri dolciumi compresi. E me ne vanto
perché c’ho dentro il blu ed il cobalto
il rosso anguria, il giallo dei limoni cresciuti sul balcone
il nero dei tuoi anfratti d’amore. Tutto quanto.