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Se vuoi ti dico la mia stagione
la piaciuta, la preferita a muso di cane
il mio rosolio.
Ti dico che dev’essere calda
perché nudo, voglio svegliarmi e averti vicina;
e un po’ d’incanto
d’incartapecorita lentezza, un po’ d’agosto
una formica tra le fessure
fuori il secco, la voglia d’acqua in bocca alla rosa.
Fuori il sordo
pomeridiano niente da fare
dentro l’uomo, arroventato e incline all’amore
e poi una donna
stupefacente in tutti i suoi odori
nel candore, delle sue mani sempre curate
senza pieghe, senza la carta straccia dei guai.
E dentro il viaggio
che inizia dal capitolo due e prosegue all’otto;
in mezzo ci mettiamo figure, Valentina
capello corto e corpo da dea, gli occhi socchiusi
che dicono dei sensi spericolati e rossi.
In mezzo ci mettiamo una limonata fresca
l’acqua del bagno a fiumi per dopo;
in mezzo niente
soltanto noi con tutti i difetti, la scultura
di come poi l’origine muti
pieghi
impazzi.

ULTIMO VIAGGIO

E come poi potessi ferirla,
che sciocchezza,
hai avuto cura di fare piano
là, chinata, per allacciarle bene le scarpe.
Ultimo viaggio
L’hai preparata come una mela del mercato:
la guancia lustra a bella figura
un po’ di cipria
sopra la fronte a spegnerle gli anni

E poi mi hai detto
Che là pareva quasi bambina
il giorno quattro
quando sposò il suo primo marito al porticato:
gallina col ripieno e la pasta fatta in casa.

Senza quel ghigno da medicina, gli occhi un velo
sembrava rilasciasse l’afrore delle rose
le rilassate, via dalle mani, dagli sguardi
dietro la chiesa uscite spontanee.
Ultimo viaggio
ancora due caffè, molte grazie, son graditi.
Dobbiamo risalire la strada per Milano
prima che inferno diventi
e anche la vita, ci appaia poi una cosa da inutili.

Dai il bacio
la tocchi e sono in pochi lì a farlo
ne hai diritto. Lei gradirebbe
e forse ti guarda, si
sorride.

LE OFFICINE

Son capitato, leggero come l’aria
su per la strada che porta alle ferriere.
Mi è parso di vedere tuo padre col cappello
il viso piccolino e scavato, gli occhi chiari.
Ma ero un po’ lontano, son mica poi sicuro
e forse c’era neanche del ferro
e neanche io. Soltanto l’ho sognato
che ce l’avevo ancora, il mio Garelli rosso
e la Paola per morosa.
Lei mi veniva incontro alle sette meno un quarto
pulita dopo un bagno alle essenze naturali;
io avevo sporco il collo e le orecchie
non toccavo. Avevo fin paura a parlare
come in bocca, potesse poi scapparmi
qualcosa di proibito
qualcosa che facesse di lei un giglio impuro.
Si, ho sognato
non c’è nessuno più col cappello in quelle parti
e il fumo dai camini ci ha smesso ch’era inverno;
già nel settantacinque mi pare. Ma la Paola
me la ricordo bene, lei c’era.
S’è sposata, col figlio del notabile
ma non ha avuto un figlio. Voleva non andasse al lavoro
e si sporcasse
fin dentro dove il cuore fa quello che gli pare.

MARE DENTRO

massimobotturi:

pensieri estivi…

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

image

Avevo diciottanni, più un giorno
e una ragazza
la luce dentro gli occhi di tanti innamorati
non solo dei colori, del tempo, delle storie.
Avevo il cuore pieno di mare, dai sei anni
avevo in mente bianche balene, temporali
il balzo che fa il fulmine sfiorando l’acqua dura.
Avevo il mare dentro, come una riga azzurra
il taglio più sottile di tutti, e dopo il cielo
il giallo della tela bagnata, e quell’odore
che c’hanno i marinai della terra
avevo te.

( Massimo Botturi)

Foto estiva mia.
Parole estive di Massimo

View original

La testa ti s’è fatta più nuda con il tempo
ma le mie mani adesso le muovo come nuove
rilevo il tuo profilo di donna e mi rallegro
d’aver sensibilità di figliolo, quella sola
capace di capire se il sole infastidisce
se è meglio tirar giù la serranda, farti l’ombra
meno sul foglio del tuo giornale.
Questo è il tatto, questo l’udito
e il gusto è la lingua mica opaca, segnale che stai bene
che tutto è meno amaro.
Che tutto è come l’erba dei campi
o la cicoria, che viene quando non la guardiamo
hai fatto caso?
Di sotto c’è quell’uomo che hai amato
l’uomo onesto, statura d’ogni santi
camicia da scordare. Di sotto c’è un falcetto
e un badile, un uomo goffo
chinato sui piaceri di terra, un po’ per gioco
un po’ per somiglianza a quel dio che l’ha chiamato
a fargli tutti i sabato sera la creanza
di ricordare poche preghiere, rito in piedi
e il canto allo spezzare del pane.
Anch’io ho un po’ male, qui dentro
nei ginocchi, ho le antilopi del Niger
quelle di vetro e carta da pacchi, cosa credi?
Ho mica età per riderci sopra
e poca forza, dovessi mai portarti giù a spalle come un sacco.
Ho poca forza e ossa di gatto, non odiarmi
se sul divano rompo gli indugi e dormo forte.
Più forte della dura giornata che ho passato
più forte della voglia di mettermi a guardare
dove m’hai fatto crescere bene, tanti anni
tanti momenti umidi e verdi, e quelli azzurri
momenti come gocce di mare, ma’, sapessi.

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