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Non basta farsi piuma, capello, quadrifoglio.
E’ necessario un IO un po’ sconvolto
un turpiloquio, tra fegato e esperienza di vita
e poi l’odore, rimasto sulle dita del quasi amore
un fregio, la crosta di una vecchia ferita
tutto il pianto, che da bambino hai fatto da solo
la paura, che vivere a fatica costante sia peggiore
del semplice morire di netto.
No, non bastano la gioia e le carezze dei figlioli
la neve e l’usignolo che va cercando il grano.
Non bastano le gambe tornite dell’amica
desiderarle e mordere l’aria, o un po’ di spago
intorno alla valigia degli ultimi. Non basta
memoria della bocca e degli occhi verdi.
In cima, bisogna essere santi senza vedere Dio
né religione alcuna che scrivere, ed amare
tutti i pioppeti visti da giovane
i cortili, le piccole vetrate dove cuciva Elvira
i gatti con il muso di sbornia, e poi le scale
perennemente all’ombra e nettate con le grida
di bimbi e lavandaie in ritiro.
E poi giacigli, fatti di paglia e frasche piegate
terra all’unghie, e il cuore più pulito dei salici
giù al fosso, quando la primavera li lava
e mette fretta, a tutti quegli apostoli dodici d’amore.
Bisogna avere un posto di vento per ognuno
un bacio pronto a fare giustizia, l’apertura
magnifica e maestosa dell’aquila in planata.
Bisogna conciliarsi alla schiena dell’amata
aprirle delle porte per farla andare altrove
se proprio non ne può fare a meno e ti saluta
col frutto silenzioso del suo appassire
e basta.

I TULIPANI

Se guardi in alto vien meglio la poesia:
c’è il missile milioni e milioni di altre strade
l’arancia della luna tra i rami
il freddo becco;
i monaci alle case di pietra, le campane
le quattro migrazioni che fanno quegli storni
nel caricare il cielo di fumo.
Nonostante, m’è dato l’apogeo del lombrico
il fiore emerso, e quello che verrà poi reciso;
il sasso aguzzo, tra il piede nudo e l’inguine rosso.
E dopo, ancora
m’è dato il suono fragile e fondo del metallo
l’orecchio ben poggiato al dolore delle piante.
M’è data questa testa che ha il sonno delle mele
si sveglia quando passano i treni, e si riaddorme
se mi carezzi un po’ maliziosa.
Qui, sul petto
da dove cavo versi come il marmista un dio
colori tenui ed altri più accesi, tulipani
che vivono con me la vita breve
bella.

PREGHIERA

Non chiedo che un ritorno all’infinito
la luce che proibita fu a Omero, la genziana
e tutti i frutti dell’alto mare.
Chiedo venia
e tutto l’impossibile giusto, me, rinato
in un eterno andare e fiorire
e te, maldestra
che stendi la farina alle prime armi.
Chiedo
pregando un Dio che m’è sconosciuto
faccio il mago, Romeo senza veleno né arte
chiedo il cielo
che non è affatto assenza di cose.
Chiedo il verso, degli animali all’alba
e nel parto prodigioso;
dalla tua schiena roccia per case e cattedrali
dai tuoi progetti un semplice corso di campagna
beccato a mille luci di ghiaccio.
Lungo un miglio, ed oltre fino a quanto io veda.
Chiedo vita, per te prima che all’essere insieme
per i nostri, e i loro viaggi via dalla fame;
chiedo grazia, e forza perché fletta il mio corpo
a te, risorta
mediterranea fame d’ulivo
donna lesa.

IDA

Il suono del telefono è parente primo grado
sei l’unica a sentirlo
hai un piede nella pancia, un dito in bocca
e il miele dei poveri.
Lui trilla
comincia col risveglio delle galline e i tordi
col carico di frutta che sosta a bordo strada;
ti dice che a Milano ci sono piazze immense
palazzi con il nome di dolci e di liquori.
Ti dice che ogni treno ha un prima o poi che parte
un divanetto per le signore, un controllore
che chiude un occhio innanzi all’età.
Lo fa fin sera
non smette di suonare perché c’ha due nipoti
e un figlio quasi astemio che ama il cielo azzurro
e le portinerie di una volta, molti gatti
una stufetta e baci rubati. Schiena e bocca.
Non smette neanche andata a dormire, ti ricorda
che hai avuto un vestitino fiorito, giorni tristi
l’odore della morte vicino
ma anche pace.

per gli 82 anni di mia madre

GENESI

Il male di poesia m’è nato col cratere
con l’eruzione prima che ha fatto l’uomo
il mare. Col monte che si spacca per partorire il cedro
il collo della donna e il suo istante passionale.
M’è nato con caviglia di cerva, col sartiame
di un naufrago che ha cera alle orecchie;
con risacca
e poi rumore forte di onda. Con il ventre
e i suoi vapori in salsa materna
in fretta
in gola
nell’ugola dei tuoi mandamenti, nel cercarmi
per trasformare in oro il mio sesso.
E con le ere
il nome ai continenti e ai malati di pigione.
M’è nato con caduta di sassi e un po’ di cielo
col bronzo delle stelle sepolte, con la voce
dei piccoli operai nelle fabbriche.
Col fumo, dei ventisei battelli lanciati a brutto muso
coi treni supersonici che sbattono le ali
e ignorano le storie di ognuno, le pignatte
lasciate sopra il fuoco in attimo di morte.
M’è nato quando ho visto la donna
e dopo il figlio, la vulva dentro l’albero magico
le foglie, la sabbia del deserto del Sinai
la tortura. M’è nato quando imbianco la notte
quando lecco, o mando giù la bocca tua amara
quando indugio e metto il dito nella tua essenza.
Quando godo
o lascio che il respiro si fermi, quando provo
a vivere quel senza di te di cui ho terrore.
M’è nato quando ho visto mia madre sulla ghiaia
le calze rotte e il pianto celeste, e poi mio padre
i suoi due tiri prima di andare. E me, bambino
il buio della stanza coi mostri, me, ragazzo
il buio della stanza coi mostri.
Me, ora uomo, il buio della stanza coi mostri.
Me, nessuno.

IO TI TOCCO

E faccio te una radio a galena, un notiziario
da decifrare in pace e tormento.
Tocco il grano, la sciabola che giudica l’erba
il rozzo e il fine, della città che vide mio padre.
Tocco l’ossa
come la carità dentro un velo, quella intera
nell’incavo di uno che ha sete;
e io ti tocco, recido la campana dei morti
sembri seta
la consistenza mezza inventata di una calla
un tulipano uscito di senno.
Sembri aria, un giro in giostra e l’orlo scucito
scarpe e calze, nel tango dell’infanzia raggiante.
Tocco il meglio
e quello che mi neghi da martire attempata
e tocco le abluzioni nella tua acquasantiera
le labbra screpolate che cerchi di lenire
con telo di Penelope e burro di canzoni.
E tocco la viltà dei dottori, la maniera
di venerare il freddo di un letto, le sue vele
incipriate a canfora e calce.
Tocco il melo, sul quale fosti prova di dea
le sue escrescenze, le fioriture e il nudo di agosto.
Io ti tocco.

Coi piedi adolescenti
io l’ho aspettata sempre
di fuori da una fabbrica, nel mezzo di un cortile;
nella ferocia inverna del niente foglie
sempre.
L’ho circuita
fatta tremare come fa il vento, l’ho guardata
nella ricchezza rossa dei frutti
nella pace, che la miseria spoglia produce.
E poi salita
per aggiustarle i rami confusi dagli uccelli.
L’ho asciugata
e poi bagnata di me soltanto, me svuotato
zittendola talvolta col bacio sulla bocca.
La donna mia che è un albero suo che non conosco
che onoro col mio esserle accanto
coi miei occhi, appesi alle sottane delle impiegate belle.
La donna mia che è un cero pasquale senza chiesa
una serata lampi lontani, una maniglia
sul mondo che precipita i fasti, la bellezza.
La donna mia che è un parto di api, un oleandro
il canto simultaneo di due balene a notte.
La donna mia che ha dodici vite e le ha mangiate.
La donna mia che è unghia di terra, il mio costato
lo scheletro dell’uscire presto e del tornare.
La donna mia che è un albero triste, un olio santo
la purga dei bambini del sabato, un battello
un pozzo differente da tutto.
Lei che è me, bottega di paese con la farina e il vino.
Lei che mi bevve il sesso con salti da campione
col volo delle rondini ai fili, con due Gloria
e un Pater Noster per penitenza.
La mia donna
che parla lingue fatte contrada
che ha due arance, sul tavolo di nonna in Via Villoresi sei.
La donna mia che non mi appartiene, il suo bicchiere
per poi la testa indietro e le tette in alto mare.
La donna mia che è latte di pecora e un ditale
per quando mi cuciva i calzini.
lei che è miele.
La donna mia che ha mille pertugi, mille anni
e code di lucertola nei giochi di bambina.
La donna mia che non mette il sale
che si nuda, se le mie mani sono vicine. La sua gioia
di un tabaccaio aperto, una vincita, un prelievo.
La strafottenza delle sue gambe in bicicletta
il pelo che le esce dal pizzo, e altro ancora.
La donna mia concreta e gentile, la noiosa
la donna mia che fuma sull’uscio e fa le smorfie
a un Cristo di paese che la vorrebbe sposa.
La donna mia che vomita incenso, i suoi capelli
con dentro passeggiate di cervi e batticuore.
La donna mia che sputa a fatica, che non gode
che tocca le persiane per separare il tutto
il giorno dalla notte, e me, dal suo dolore.
La donna mia che annusa le rose e poi sorride
ringrazia per il bel paragone
poi si oscura.