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DAVIDE

Chi è questo ragazzo
che azzurro netta il cielo?
questa catasta di legna acerba e grano?
forse una costola, un seme del mio amore
troppo sottile per contenere il cuore
la vita dei melensi e delle faine furbe.
Lui tutto bende di sole e oscure maglie
tessuto sangue e seta dell’India
lui straniero, nella sua stessa terra di cani e prati lunghi
di gas e nere fiamme di fabbriche.
Lui Moro, dominatore solo d’eccessi, lui
mio figlio.
Chi è se non la macchina eccelsa?
il Novecento?
la disputa di poco tabacco, la serranda
dietro la quale tutto consuma:
orari, notte, telefoni di donne improbabili
fontane, strade di vecchi barboni e mendicanti
profumerie e potere del nulla
musicanti, tamburi come lupi di neve, vibrazione
di madre terra, e acqua, e poi luce.
Lui, mio figlio.

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Quanto più inutili ci appaiono le cose
quando impalpabili son quelle di valore:
l’aria più fresca che preme sulla porta
la luce che ora abbonda sui serbatoi di vita
sulle tue gambe scoperte, molli, belle.
Quanto più allegra mi pare la persiana
ora che incontro a una giovane si apre
e insieme allo stupore del giorno, la sua rosa
le mandorle del seno maturo, il capo chino.
Pudore che sa tanto di ghiaccio e tamarindo
di prendisole a fiori celesti, sotto niente.

So di aver scritto altre volte queste cose.
Ma come la perpetua ripete lodi a Dio
anch’io nel corpo ho il sangue degli angeli
e qui volo, tra fecola di stelle e partenze d’aeroplani
tra scettici vaganti e chitarre americane.
Son stato dilettante in amore, più in poesia
ma schietto come l’acqua dal monte nel cantare
i colori del tuo corpo di giunco e il suo clamore
esploso in una stanza di ninnoli e cicale.
Lo so di avere scritto per cento volte grazie
all’equilibrio santo di capra, all’occhio gatto
all’uomo mentre semina e alla donna che lavora.
Ma oggi ho nuova linfa alle dita, e traggo vita
da quel tuo odore vivo che fa di casa un orto
un piccolo giardino di eccentriche ombrature
di unghie le cui caducità graffiano il cielo
nell’attimo in cui spegne, distratto, luce
e me.

FRUTTI ACERBI

Disdegnavamo i cortei con le preghiere
le piccole collane di fiori, i toni cupi
dei veli sulla testa alle donne in prima fila.
Noi, incensati, padroni delle tavole ricche
e di bevute, di serenate fino al mattino.
Noi goliardi
compagni il giorno in nude officine
e poi gattacci, intorno alle balere e alle scuole di cucito.
Troppo presi, esuberanti e inclini alla lotta
ignoravamo, il declino della luce dopo l’ascesa nota.
Nostro il cielo, gli oceani e i territori deserti
questo c’era, nelle conversazioni da Bar, nelle Osterie.
Nostre l’acque, da camminarci sopra come moderni Cristi
motori da duecento candele con l’amore
corsari dentro letti di ferro arrugginiti.
Noi, baluba, le mani sulla rete degli oratori in festa
noi sempre pronti ai cori dell’immaginazione
bandiere srotolate per partecipazione.
Incerti solo sopra i pontili, nella lingua
con cui si avvicinava qualcuna se straniera;
calzini bianchi i giorni domenica e capelli
teneramente pieni di aria. Noi africani
vietcong e altre tribù prese a nozze, voce alta
nelle assemblee tirate via a lustro.
Noi, poeti
un po’ per sentito dire e un po’ per emulazione
guardiani delle terre di niente, americani
per via dei motocicli e gli occhiali neri al sole.
Noi, immortali
mischiati tra le nuvole del Novecento in guerra
pesanti niente ai meli di casa, frutti acerbi.

Ispirata alla poesia di Mario Luzi “Vent’anni”

LA SEDUZIONE

Volete una granita al limone, signorina?
Mica i tacchini di adesso, che eleganza
che gesti delicati con mani da lavoro.
Mettevano un po’ timide la catenina in bocca
allora lo capivi che le ragazze in fiore
potevano ascoltarti le ore, là sedute
su una cadrega in paglia sotto una lampadina.
La mia cugina prima era pallida, un po’ ossuta
faceva dei gran bagni di luna là alla bassa
con tutta la rugiada ai capelli e un po’ di cipria
sui brufoli a nasconderli all’uomo.
Poi tornava
toglieva la sottana nell’ombra al camerone
credendo noi dormissimo duri.
Poi, piegata, lasciava un po’ di miele di donna all’orinale.
La notte ci sembrava che gli alberi là fuori
venissero con passi di lupo sopra i vetri;
un vento di tempesta le volte soccorreva
i campi moribondi di sole, e i nostri anni
di labbra insanguinate e di inguini pelosi.

Per improvvisa coscienza ti ho cercata.
È stato questa notte di luce artificiale
di gonne con il pizzo alle cosce della luna.
Ti lamentavi come un bambino, bene attenta
a non svegliare il resto di casa;
là, seduta, sul letto cineasta rifatto solo ieri.
Allora lì ho capito che è facile esser soli
le ore dentro casa a guardare cosa è stato
del tempo mozzafiato dei giovani in salute.
Toccandoti la schiena ho abbracciato le alberate
e colto i frutti della vaghezza.
Nudi, insieme
siamo precipitati nel mistico candore
di due che hanno mai fatto del male
delicati.

IL RESTO E’ NIENTE

Leggo poesia per scordarmi dei pidocchi
e praticare il tempo felice della vita.
Quella con gli alberi blu dipinti al lago
quella del calcio minuto per minuto
e di mio padre con la Seicento.
Leggo tanto
perché più scende l’umore e più ho bisogno
di prendere pastiglie di A, e poi di B.
Così, fino a che poi mi addormento
e sogno un campo, e noi che ci corriamo nel mezzo
perché è festa, non c’è lavoro, e treno, e rumore
niente. Un campo.
Magari appena dopo piovuto, tutto molle
così che i piedi affondino bene e ci ricordi
che in fondo siamo parte di un tutto
voli bassi, e che bisogna farsi del bene.
Il resto è niente.