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FRAGILE

Quando poi sfiori il mio sesso con la mano
mi sembra di tornare a una decade di tempo.
A quando tutto questo malore era lontano
la sofferenza roba degli altri, compassione
talvolta corrisposta in offerte di danaro.
Ma poi che mi sussulti col tuo respiro viola
comprendi che l’amore è altra cosa, più discreta
un angolo di spalla dove il candore è amico
i fianchi come fiori di sale. Così attendi
che con la tenerezza di sempre dica
– Amore, sei tela di Penelope a volte
oscuri e sorgi,
come la scorza fine dei pioppi, come il muschio
l’unghia del temporale che taglia a sangue il cielo
ma poi disegna un arco di luce, fine, breve.

ANNI FA COME OGGI

Quanto mi dura la mano tua alla guancia
mi pare nata lì da cent’anni, così calda
sospinta da un amore improvviso.
Sono cose
che impari con l’età e il turbamento
col cuore malandato ma ancora pronto.
Cose
che a dirle non fa mica giustizia.
E allora taci, ti gonfi il petto come le rane
e benedici, ogni granello santo di vita che ti preme.
Disteso, con un’ostia da fare
sto qui in ombra.
Mi pare solo adesso di appartenere al mondo.

Con una sedia in paglia intrecciata e legno vecchio
misura il mondo al crescere d’erba
ai suoi sussulti. Perché la terra, immobile
non lo è per niente in fondo.
E mentre lei lavora nel buio, il corpo dura
s’impianta come un seme di pesco.
Viene grande, e dopo che ha strinato le foglie
piega un poco
come tendesse in pieno diritto al suo riposo.
Quando poi il sole più alto stanca il viso
mette un cappello in tela marrone, soffia il naso
col portamento dei contadini, ora che zolle
ne ha giuste quattro o cinque da farci pomodori
zucchine e qualche prugna se viene.
Poi risale, uguale alla marea con la forza della luna.
Chiama mia madre in preda all’affanno
e giunge in porto, cambiandosi la maglia sudata
via dal vento.

IL CORPO DEL REATO

C’è sempre qualche goccia che viene giù al mattino
il sangue non fa mica disturbi, arriva e cade.
Lo vedo abbarbicato sui piedi come un gatto
che ancora non decide se là dormire, o andare
a far miglior ricovero di sotto ad un divano.
Io credo sia il pensiero che muore in ogni notte
il corpo del reato dei sogni quando prego
che durino più a lungo se dentro c’è una donna
un’oscena e naturale passione per il letto.
Così, nel ripulire, più tardi mi confesso
tutta la verità, niente altro che la vita
che goccia a goccia lascia me indietro
e così sia.

ZIP

Quanta fatica mi costi tu lo ignori.
Percorro il tuo profilo curvato della schiena
come una pedalata in salita, e non ho fiato
poiché nel firmamento dei pesci l’ho ceduto
con le intuizioni grandi a sedurti, i buoni intenti
dello spogliarci in ordine sparso.
Ora la luce
si posa rigogliosa come svagata d’acqua;
così che ancora infante ti vedo, e questo affanno
diventa la traiettoria di un aquilone arreso
un palpito di foglia lunare. L’aria bianca
che viene alle finestre dopo viaggiato nuda.

BLUE IN GREEN

E si rinnova questo silenzio amico
questa cesura da un mondo imbizzarrito.
Qui non si bagna la sponda, è la pianura
immensa come un libro di Proust
battuta a vento, le volte che dall’Africa corre
e viene a male, come una crosta di cacio fuori frigo.
E’ il tempo delle mie confessioni
e dei ramarri, dell’erba più smodata e selvaggia
è il tempo nudo. Dove patire bellezza è nei ricordi
nel limite sovrano del corpo maturato.
Allora come gli alberi stiamo, fronte alta
il corpo sopra il corpo imitando il copulare.
Potremmo anche gridare a un nemico di confine;
avessimo nemici e confine. Nulla
verde, luce fittissima e tremula. Là in terra
semi d’anguria e una selva di formiche
Miles Davis a volume due e mezzo.
Un quasi orgasmo.

Ci vuole il tempo giusto,
il palato un po’ allenato. Sensibilità alle dita
e l’olfatto sopraffino. Bisogna amare l’uva
e lasciarla maturare, tentarla appena un poco sui fianchi
e dirle brava, sei diventata adulta con spirito bambino
adesso fammi un poco l’amore, fino al giorno
all’usignolo e al canto del gallo.
Poi soffrire, sentire la mancanza di qualche amore andato;
lasciare che le lacrime scorrano, un po’ idiote
oppure fare lunghe risate come i matti.
Bisogna dichiararle incondizionato amore
di quelli che fin morte separi, e poi provare
dapprima un sorso lento e minuto, da allagare
i piccoli pertugi del gusto e del piacere.
Scoprire poi che il fuoco non brucia, allappa
scoppia, come i tizzoni dopo le streghe.
E infine andare, nel lago di lussuria del rosso
nuda gola, in nuda contrazione di sé.
Poi riposare, dormire il necessario per dare del giudizio
la giusta e più sincera tua prova. E dire, ovvia!
Cos’è questa cazzata mai scritta? E ritappare.

RITUALE

Se qui m’attardo al volo radente il velo d’acqua
è per la meraviglia che mette perfezione.
Ellittica, mi pare, la sua traiettoria pura
ché il corteggiare è fatto di danza, esibizione
e scapricciate d’ugola in aria.
Quale bene, è più prezioso, dimmi
del gesto innamorato
che cuce con l’audacia tutta la grazia in cielo?
Così faccio con te, tra le labbra il mio mattino
pagliuzza, e poi granaglia d’avena, ora che d’acqua
ti fai sopra lo sterno che è un eremo inviolato.
La punta dei tuoi seni viene lambita appena
la piccola marea la sottrae, tale la cima
che acerba nuvolaglia non copre, e resta chiara.

UN FIUME DI GERANI

Tu credi per davvero d’esser solo
in mezzo a una finestra il 15 agosto, nudo.
Ti affacci sulla terra che pare dorma sempre
attendi che una foglia si stacchi e annunci autunno.
Ma è presto, lo dovresti sapere, e non sei solo
hai mille occhi d’esseri umani proprio addosso
chi dalle tapparelle scucite, chi dal viale;
sia pure finga altre occupazioni. E non t’importa
perché vorresti in cambio il favore, o meglio, grazia
di averne un po’ anche tu di quei corpi bianchi e tesi.
Così sollevi un poco la testa ai piani alti:
c’è un fiume di gerani tra le sue gambe snelle
un refolo di vento tra il pelo. Adesso è giorno
il sole ha già tagliato i suoi polsi, scopa forte
e dal balcone vipere morte miste a sabbia
si levano in due stormi distinti. Adesso è giorno
il fiume di gerani ha la sete delle bestie.
Mi tiro un po’ la tenda sul sesso, è mia intenzione
lasciare che il momento sia puro.
Anche lei soffre.

Mi gratto forte in testa dal tanto non capire
come mai possa far male stare nudi
stesi sul prato in un sonno indagatore.
La notte ha una rugiada violenta, dice zio
lui c’ha il cappello in paglia anche l’ora a desinare;
tutte le stelle a sassate credo tema
trovarsi impreparati e pur senza desideri.
Il grano alto e un cielo sereno, poche cose
romanticume lui non ne ha mica.
Eppure piange:
lontano una canzone nel juke box lo corregge
s’annusa vagamente le dita e pensa ancora
alla ragazza vista ballare.
Signorina, ha un ricciolo di erba ai capelli
stia più attenta.