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Non t’abbandona il potere dei tuoi libri
la loro cauta felicità in agosto;
riflessa sopra il lucido veniale
e timoroso, delle tue cosce semina e avorio.
Non ti lascia
incide in te come un nudo fossile, conchiglia
che in sé conserva l’eco dell’acqua tra due mondi;
spericolata e fragile faglia in cui t’addentri
con l’ali del mansueto e l’ebbrezza del falcone.
Più cauta di una barca tra Scilla e roccia pura
i piedi verso l’orlo che morde
verso schiume, ginepri e solitudini antiche.
Cauta e folle
la patria più esigente posata sullo sterno
il becco di fringuello che metti in te, felice
discreta come il Dio bucaneve
una cerasa, caduta là nell’erba più alta
nuda e piena

PICCOLI GESTI

Piccoli gesti io voglio, ne ho bisogno
bicchieri mezzi pieni
le tue ciabatte storte, mentre ti versi un cieco mattino
e un po’ di petto
ti sporgi bene attenta a ogni spreco.
Gesti nudi
semplicemente usciti di mano appena alzata
nemmeno un filo rosso sui labbri, cipria o altro.
Piccoli gesti come l’armarti di una sporta
per metterci dei fichi e un foulard
parole antiche, quale volerti bene
e aspettiamo il fresco insieme.
Quel riordinare tutto è pulito e siamo in casa
tu che nascosta fumi il tuo vizio
io che guardo, le piccole caviglie rinate
e il tuo coraggio.
Piccoli gesti e latte di capra, pesche noci
depositate a un cesto come ai granai una volta
io te per fare amore impossibile.
Un cantuccio, di ombra e una fioriera che esplode
un gatto in strada
che lecca le sue zampe con nobiltà e sussiego;
un campanile senza ritegno, uccelli a sciami
il disco ormai consunto di Mina dei vicini.
Le perle nel cassetto per quando starai bene.

un atto d’amore, da Luigi, che non finirò mai di ringraziare ed ammirare

Ad alta voce / En voz alta

IO TI SALUTO E RIDO
di Massimo Botturi ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa Lobos – Mazurka Choro, eseguita da Norbert Kraft

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IO TI SALUTO E RIDO
di Massimo Botturi ©

Dal basso di perenne idiozia, io ti saluto.
Le mani sulla rete che qui divide l’orto
dal magro viale in ghiaia della mia casa prima.
Io ti saluto come l’ebreo da un treno in fiamme
il nero incatenato, il bambino minatore.
Su me il sole supremo di David non scintilla
non miete le stagioni dei riccioli e del pane
la tavola abbondante, la pietra nell’anello.
Io ti saluto nudo nei piedi, sporco e puro
più vigile di un merlo disceso in mezzo all’erba.
Io sono margherita di campo che l’inchioda
il sorso d’acqua gelida, il frutto ricordato.
Io ti saluto con il cappello tra le mani
davanti a quel ciliegio osannato da Tonino;
ho qui un…

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Col vilipendio della parola scritta
di quella tramandata in conversazioni a tono;
dentro stazioni senza più neon
né cartelloni
ma monitor bizzarri tra due correnti d’ala.
Ho amato con le labbra degli orsi, dei rapaci
staccandoti la pelle in teatri rogitati
su letti circoscritti da oceano e statue in sale.
Ho amato una signora lontana, è stata dura
far tutta quella strada di bucce e sabbia fine.
Ho amato le sue pesche in procinto maturare
due natiche operaie, deluse dai sui patti
dai troppi alzarsi presto il mattino.
Ho amato forte
col grugno e il vedo rosso del toro
come un uomo, che tiene il paradiso per sé.
Ho amato
o forse, soltanto depredato i miei anni
usato il corpo, come fosse il padrone di questo ragazzino
che ha nostalgia dell’uomo in consegna del carbone
il conto sul libretto con saldo a fine mese
le braccia al vento in sella alla bici
quando ho vinto.

Nel costruire la casa dove vivo
nessuno ha fatto caso al quadrante vista cielo
al posto già assegnato alla luna;
alla mancanza
che un giorno avrei sentito allungandomi di lato
dove solitamente ti stendi per dormire
e dove con duecento e più astuzie fai capire
che meglio riempiremmo le ore in giochi braci.
Nessuno ha mai pensato che fuori, in metri d’erba
la pioggia avrebbe fatto cantare le cisterne
le foglie larghe come tamburi
e questa pena
che lenta come un cane affamato, non mi lascia
e mi ricorda prima del sonno cosa è stata
la vita da incoscienti e felici.
No, nessuno
nessuno nei cantieri le pensa queste cose
e ci si cura solo di lavar via la malta
il puzzo del sudore e la terra dentro il naso.
Per poi tornare a sera inoltrata a proprie cose
e un buon bicchiere e a fare l’amore.
Resto nudo
agosto fa sentire anche i gatti camminare
la gente ch’è rimasta ha il pudore di zittire
si lecca le ferite e poi sputa dai balconi.
Nessuno va veloce o sta litigando in strada
mi viene quasi un dire ti amo
ma son solo.

FOGLIE DI CEDRO

Da piccolo
restavo con la schiena delle ore, sopra la terra
senza pretese. Ero il suo pane
il seme sprofondato e il delitto.
L’erba alta
aveva quel colore prudente delle gonne
le sue, di fronte al ventilatore
le sue un tempo, in cui pareva fiera delle ginocchia e vene.
Da piccolo la voce dei prati era il mio liuto
e somigliavo a un sasso nell’acqua
levigato, pulito prima d’essere sonno
un frutto acerbo, nel suo stato di grazia
lì immobile e sensuale.
Da piccolo nessuno vedeva l’ombra bianca
di uno tra le spighe e un singhiozzo;
di me, solo, a fare i conti con il buon Dio
grande ingegnere, decoratore fatto e finito di canali
del limitare grave e fugace di una luce
che prima o poi sarebbe finita.
Era la cena
le grida sabbia e vento di mamma, le sue uscite
da quella porta mistica in strada, a farmi attento
un prodigo da non festeggiare.
E come allora
da piccolo ho cinquantasei anni, un neo sul labbro
e ancora rido forte negli occhi
quando nuda, non sai cosa succede al mio albero.
Per questo
non piangerò domani il congedo dalla scena
poggiate ancora a foglie di cedro
avrò le mani, il sesso di mirtillo sopra il suo seno antico
la bocca piena dei sette mari
il fianco curvo, profilo portoghese che guarda all’avventura.

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