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FORSE IL MARE

Servono a questo le nuvole, ora so.

A tener basso maggio sugli orti

e a fare rose, mischiate con la crusca

e il sudore dei bambini.

Mi son mancati tanto quei tonfi d’altalena

le risonanze ai muri dei mille e più palloni.

Qui dietro c’è un parchetto di rondini felici

e margherite come piovesse.

Quasi noia, la perfezione senza una voce.

Quasi noia.

Sul chiodo c’è il cappello che ha preso la mia forma

per terra gli stivali della misura giusta;

adesso che capisco le nuvole, le tocco

mi basta alzare un dito ed è come far valige.

Partire per altrove col numero lasciato

non si sa mai ché può capitare

forse il mare.

NON IMPORTA

La mosca che s’attarda sull’orlo del bicchiere

non sa che anch’io di passo cedevole ora affondo.

Non sa che mentre salgo le scale vengo meno

il fiato brucia zigomi e gola, l’osso cede.

La voce non s’allaccia a parola. Oh, mia cara!

Son poche gocce in sangue dal naso a darmi acuto

il rosso del rubino nel fazzoletto liso;

colore della mia gioventù che ora presenta

gli avanzi buoni d’una minestra, un pane duro.

Così, trovato il lembo di casa, ecco la luce

la cucitrice insonne nel vetro angelicata

le linee ammorbidite degli alberi là fuori.

La mia dolcezza d’essere niente

e non importa.

SIATE UMANI

Le molte anime buone a me devote

son come le betulle più chiare in cieli chiari;

son come le campane la sera a ferragosto

le gambe delicate delle mondine ai prati.

Sappiate custodire il linguaggio delle mani

la tenerezza di un tulipano: io ho vissuto

sbagliando l’occidente talvolta, ma fedele

al miglio già percorso e a quello che mancava.

Sappiate riconoscere il cervo nella luna

ed osservarlo nella sua grazia. Siate umani

ancor prima che poeti eleganti e talentuosi.

Ho più imparato all’ombra di un tiglio

sui gradini, guardando mamma fare il bucato.

E non c’è libro, poema, opera d’arte

che ora le competa.

Poiché il suo poco pane lei lo ha spartito sempre

il primo di quel solo boccone alla mia bocca.

IL LATO OSCURO

Dentro il tuo sesso c’è un cane alla catena

un falco, un’ossidiana sepolta.

C’è un ragazzo

un liuto con la voce dei miei migliori anni.

E poi una sella lisa di cuoio, un filo in perle

l’essenza della rosa più spudorata in maggio;

c’è il viaggio ultraterreno che abbiamo fatto insieme

la tenda sulla porta d’estate, un orto intero

e Santo Sebastiano trafitto da un poema.

Le tracce di mio figlio passato nella fuga

c’è la scapigliatura di Alice, il mondo in fretta

che vuole masticare come una pesca al vino.

Dentro il tuo sesso ci ho pianto come un bimbo

e riso come uno qualunque, respirato

e costruito immagini mobili, un teatro

un blues per gatte insonni già gravide.

Un motore, idrogeno e fatica la sua alimentazione.

E dentro ci ho trovato anche Dio mezzo spaesato

chiedeva indicazioni sul settimo del mese.

Dentro il tuo sesso ho imparato anche la terra

e il vuoto che non lascia dormire, il lato oscuro

che dalla luna prende anche te.

L’assenza, infine, di tutto ciò che esiste

e si affrancherà da noi.

La libertà era una cosa mica chiara

se in mezzo ai campi poca istruzione e niente scarpe.

Il tuono del fucile cessava coi vitelli

quando del fieno seccato gli si dava.

Di certo mille morti sono bastati allora

ma non i fazzoletti per piangerli: i villani

hanno le lacrime povere in sale. Puoi anche berle

così che non si sprechi più l’acqua del padrone.

La libertà è una monella sempre sveglia

si arrampica sugli alberi, si getta dentro un fiume

devi seguirla con tutte le molliche

salvarla quando rovi di spine ha sul cammino

ed insegnarle il fuoco che mente, mille volte.

Mio padre ha sventolato bandiere solo un’ora

all’ombra del richiamo gridato dalla terra;

il proletario mica c’ha patria, solo braccia

e il prato non conosce confini, l’erba è verde

da qui fino alla fine del mondo, tutta uguale.

IL TEMPO IMMOBILE

Vorrei la mia vecchiaia fosse una notte chiara

un caldo continente per barche alla deriva.

E dentro il naso un fischio di vento, tale e quale

a quello del vapore dei treni;

così forte, che ancora di tornare mi sembrerà la sera

alla mia casa d’alberi e fango.

Là, sdraiato

così che il tempo immobile possa riempirsi d’api

del volto di mio padre che torna per la strada.

E del sapore amaro della cicoria cruda

raccolta da mia madre in ginocchio ai prati elisi.

E infine il fiore in sale del cappero al palato

quando con gli occhi d’acqua berrò alla tua fontana

mia vita generosa, l’ultimo sorso ancora.

Non mordo più l’incoscienza di una mela,

andare a bocca aperta nel vento è stato un rischio

ma mai lo si dimentica, credi. Ed è animale

l’istinto che ha abitato questo mio corpo teso

la vastità negli occhi del lupo, il suo vigore.

Così che ancora adesso sul nudo vengo meno

come se chiarità della vita, tutta insieme

si presentasse a me a fondo valle, in tempo d’ombra.

Un sorso d’acqua sulle tue rose mai non manchi:

è il fiore per le labbra di un bimbo che io adoro.

E sempre un buon raccolto possa produrre il campo

per la tua schiena feconda ancora infante

per il tuo addome di pietra e fiume arso.

Là dove sorse la vita mista a sangue

sia eretto un pozzo a lunga memoria, sì ch’io possa

lanciare il grido di giovinezza, e averne l’eco

dell’onda che riposa per mille anni ancora.

RISORTA

Come se pietra ti fosse questo lino

il bianco carapace dei sogni ora scostato.

Non sei figlia di Dio, ma femmina terrena

risorta come Lazzaro ai secoli, divina

nell’acqua e nelle messi degli inguini.

Loquace, come lo sono le foglie del ginepro.

Scomposta la mattina che un prato ora mi avviene

dove due scolaresche squittiscono per ore.

Se questa vita è calma lacustre, tu sei il tuono

la lama dell’estiva cicala nel canneto.

Ora risorta, attendi la tua prossima morte

me vicino, capace di umettarti le labbra

tale al putto, nel quadro della Vergine al muro.

Siamo grano, tu del colore acerbo

pur se non te ne avvedi. Io il fiore del papavero rosso

sì sottile, che puoi guardarmi dentro

quel che chiamiamo amore.

CREATURA

Come veloce l’aringa sfugge al palmo

così tutti i miei anni sono trascorsi in luce.

Un guizzo con un lascito furbo, una scia d’acqua

l’afrore che vien su alle narici del salmastro

quando al pontile le dichiarasti amore

lingua straniera tradotta naturale.

Ancora immerso in questo dipinto, sono tale

al lucido stupore del bimbo nell’attesa:

il piccolo candito comprato là alla festa

si farà dolce a lingua e palato questa sera.

Poiché l’incontro al bello d’averti sempre dura

anche se poi come pesce tu, creatura

dilegui il corpo snello nei prati del corallo.

Ed io rimando acceso come quei fari antichi

confuso tra le stelle, venute basse a incanto.

Come sei nuda amore

nel tuo dolore prossimo e nudo.

Come strilla

la pelle dell’inverno nel suo tremore insano.

Da quando ho piantumato le rose

un buio d’api, si è fatto il mio giardino

aspettando nasca il sole.

La notte ha una durata inconsueta

sei in altrove, col becco dell’infanzia

poggiato a reti e ghiaia.

Sei nel veleno prossimo fiorito in un bicchiere

nell’ozio di quei campi in maggese.

Ah, mio amore

come sei nuda adesso sul collo

sei Antonietta, che porge il capo nudo alla lama

e quando ridi, negli occhi viene un albero triste

un’acqua cheta,

profonda quanto un palmo di mano.

Ah, mio amore

come son nudo anche io senza i tuoi baci

le gelosie feconde e le unghie nella schiena.

Come più dura si fa la pace, ora

nei corpi abituati alla corsa. Ah, mio amore

forse rimedio più acuto è consolare

alleggerire il cuore dai sassi del dolore;

spiegare queste ali bambine ancora buone

e far come le rondini, venute giù per bere.