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LA PISCINA

Io mica li capisco i rondoni a mezza sera
che vengono in picchiata come alla guerra santa.
Si schiantano sul chiaro di luna
vanno forte, mi sembrano le donne che chiudono bottega
dopo la segatura spazzata
i conti in fretta, la cassa e il campanello che suona.
Proprio niente
mi dicono col loro coraggio, l’eleganza
l’audacia con cui beccano l’acqua
quella dolce, intrisa delle api annegate
e del mio cuore.

AMARA

È che voglio ascoltarti là dentro
dov’è l’aria, e il sangue
e tutti i fluidi corporei. E ricordarli
come le lettere gialle dei racconti
di una poesia più pigra di un orso.
O forse solo
avere questa bocca vicino alla tua schiena
all’osso sacro, al monte di Venere.
Lo voglio.
Come volevo un ponte le estati dell’infanzia
guardare i pesci senza toccarli, avere in mente
un mondo dove tutti i rumori sono uno
ovatta nelle orecchie
respiro dentro i pori.
O forse voglio solo i tuoi piedi sulle tempie
le tue ginocchia a chiudermi gli occhi
le tue mani, animaletti sopra il mio petto.
O forse niente
soltanto immaginarti che soffi a un compleanno
e poi mi prendi per andar via
dici – sto male
ma è solo per avere dell’erba intorno, e cielo
vestito di quel nero macchiato a stelle e brina.
Vestito mentre tu fai il contrario
e c’hai la Luna
e non capisco mai quando è meglio lasciar stare
o averti nella bocca lo stesso, un poco amara.

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C’è sempre questa idea velenosa in ogni fare:
che tutti siano pronti a rubarti qualche cosa.
Così tieni la borsa aderita, sospettosa
li guardi come vipere in tondo, muovi cauta
illividita quasi negli occhi per la luce
le altissime specchiere del Centro Commerciale
che accendono passioni fasulle.

– Andiamo a casa,
la troppa gente inciampa la lingua
mette fretta, seduce come il due di bastoni.

Non t’importa, del ristorante col pesce crudo
dei cinesi, che tutto ormai si pigliano
e diventa roba scarsa.
Non te ne importa niente dei mille e più biscotti
in fila come belle ragazze in un concorso;
sei figlia del più duro dei pani e caffè latte
delle minestre dentro ogni cosa
niente spreco, pulire il piatto fino alla fine
che è peccato.

LEGGENDO CARVER

Proprio come lui
la poesia che non ha scritto.
Perché s’è mossa l’onda del letto
e tutti i pesci, in quell’istante erano uno.
La sua donna
incinta di coraggio e di rabbia.
La sua donna
caduta dalla notte con tutti gli ematomi
la bocca spalancata in un’ultima ripresa
le macchie sulla pelle che sembra sia piovuto.
E proprio come lui resto zitto, penna in mano
aspetto venir chiaro per ricoprirmi in niente.
Per poi considerare che ho ossa piccoline
e gambe affusolate, come le donne, dici.
Aspetto che gli uccelli rimettano via i libri
col filo della paglia per segno
i fiori chiusi
nella coreografia della vita.
Ho scritto tutto
in mille giorni presi di petto.
Ora sto bene.

ESCURSIONE

Un frate dice – Dio è tutto questo.
Non gli credo
ma porto su con lui il culo molle
queste gambe, e gli occhi come lenze
gettate tra due valli.
Non so se Dio fa cose del genere
lo ignoro,
mi prendo la sconcezza degli alberi fioriti
la favola tra i seni della bella alberghiera
insieme a un’acqua tonica senza limone e ghiaccio.
Mi prendo le preghiere di striscio
faccio foto, ascolto dei tedeschi il parlare molto duro.
Mi prendo le cazzate capite, e quelle no
gli strilli dei bambini biondissimi e affamati.
Mi prendo tutto questo sudore per la schiena
nei pantaloni e in ogni sa dove. Ma son vivo.
Potrei volare e rompermi il collo, senza un fiato
scavare con le unghie la terra come un matto.
Potrei, in ‘sto giorno chiaro e magnifico
anche amare, l’idea che un dio può in fondo anche esserci
ma si.

Rispondo positivamente, anche se parzialmente, all’invito/premio/nomina
di Stephy. https://unblogunpocosi.wordpress.com/2015/07/14/tracce-musicali-tracce-di-me/

Positivamente perché Stephy è Stephy, parzialmente perché sono ancora più pigro e poco avvezzo a seguire queste sia pur simpaticissime iniziative.
Non me ne vorrai, spero, se mi limiterò alla musica, alle tracce di me.
L’origine di questo premio è da trovarsi in questo blog: http://www.ghbmemories.wordpress.com
Un applauso e un ringraziamento doveroso dunque, all’idea e a Stephy per aver pensato a me.

parto con Massimo Ranieri, questa canzone in particolare è stato il mio primo 45 giri, consumato in quegli aggeggi chiamati mangiadischi. Per la cronaca il secondo fu Angie dei Rolling Stones, ma almeno per oggi il primato è di Ranieri. Inutile dire che nelle serate di Canzonissima del sabato italiano io tifavo per lui.

proseguo con questo brano di Elton John, perché mi ricorda le estati al lago di Garda, il jukebox a manetta e le turiste da abbordare col vocabolarietto alla mano.
Sempre nel Jukebox amavo selezionare Lazy dei Deep Purple e Any color you like dei Pink Floyd.
Si sa, il fascino dell’intellettuale acchiappa sempre, ma non nel mio caso, troppo giovane e bianco cadavere.

arriviamo dunque alle scuole superiori, al gruppetto casinaro e squattrinato, messo su per emulare i nostri idoli di allora, i Deep Purple appunto. Questo brano mi ha consumato le dita per anni.
Il vangelo del rock, per noi allora.

eccomi, ometto fatto, l’amore vero, la rivelazione dei cantautori, la poesia.
Fossati è uno dei miei preferiti, e questa canzone un brivido continuo.

non sono ancora da copertina sulle gambe la sera, ma nel pieno della mia maturità, anche se c’è chi mette in discussione questa tesi. 

insomma, per farla breve, ora amo queste atmosfere, spesso e volentieri.

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