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VECCHI LEONI

NOVE VITE

Avessi nove vite come i gatti
ci metterei più tempo a esordire con l’amore
imparerei ad avere i migliori, i voti alti
del come fare a giungere a te con testa e corpo;
dosando la saggezza dentro la lingua amara
e cestinando tutti gli errori con le mani.
Se avessi nove vite come i gatti
terrei le prime tre al materasso degli incontri
per dedicarle al bel cigolio che fa di notte
quando per troppa saliva al basso ventre
gli amanti fanno cose da matti.
E poi la quarta
la doserei ad ognuno che ho perso, come il pane
una moneta d’anima e aria. Tutte l’altre
ancora non ci ho fatto pensiero
ma, credete, c’è un mondo là di fuori che merita rispetto
fotografie e scritture nei secoli.
C’è gente
uguale a me che vuole un abbraccio
una parola, una semplice carezza
come si fa coi fiori, con gli alberi che volano via
con te che dormi.

A leggere i poeti tranquilli si vien vecchi
col doppio mento e il gomito in fiamme;
si vien tristi, innamorati delle beghine
dei quartieri, tirati su col metro dei sobri
e i farabutti.
A leggere i poeti tranquilli sono morto
il dodici dicembre sessantanove, e dopo
sui treni con le bombe, nell’urna elettorale.
A leggere i poeti tranquilli sto in prigione
ho una coperta sola per tutte le stagioni
la voglia che mi lecchi la mano il cane mio
quello che visse un anno con me da adolescente.
A leggere i poeti tranquilli non mi tira
e non mi viene in mente di radermi, di uscire
a comprare l’anno zero di quel giornale nuovo.
Non ho neppure il vizio del fumo, o del belare
dietro un politicante qualunque. Non umano
mi sento senza un cazzo di rabbia.
Solo un verme
che cerca il caldo in pancia alla terra
e poi la ingrassa, venuto al mondo quasi per caso
un quasi niente.

VIA VILLORESI

Questa che fu la casa di Lazzaro e di pena
trema alla stessa maniera, prima ancora
che giunga quel fanale di nebula del treno
su dalla curva dove fa due la strada in ferro:
di là la snaturata riviera, qua per monti.
Passando tra cortili di ragazzine scese
a far saluti col fazzoletto, e poi tornate
a diventare donne con gli alberi dell’orto.
Ha preso quel colore dei nasi rosso vino
degli ubriachi di nostalgia, di tosse forte
e pare, per i muri, che il piangere l’accechi
con righe d’acqua dalla finestra.
Tu là stavi
davanti al Papa in televisione, tutta presa
da me che avevo un ciclo ormai vecchio, senza luce
il fiato ancora grosso dal pedalare forte
per arrivare prima di tutti, e di tuo padre
buon’anima che nulla poteva in nostra vece.
Poiché l’adolescenza è più furba, è come il lupo
che bagna il suo mantello alla luna
e nulla teme.

ANGELO

La prima volta che tolsi via le mani
sfiorai la ghiaia un soffio di niente, senza danno.
Poi proseguii sfidando l’eterno, istinto puro
una vittoria netta negli occhi di mio padre.
Lui mi aspettava con mezza cicca, mano in tasca
e quel sorriso altro da sempre che diceva
senza mai pronunciare parola.
Ritornammo
convinti di un lavoro perfetto, stesso orgoglio
stampato sulla fronte dove fa il nido inverno.

Dopo il telegiornale alle dieci è coprifuoco
un pentolino d’acqua e di malva, giù la luce
la tapparella sopra gli Uffizi, mica l’arte
ma file di robinie e di piante senza nome
che a primavera fanno i coriandoli, e l’estate
un serpentone d’ombra e di aria.
E’ ancora presto
ma lui si disarciona da un bufalo impazzito
ha le giunture vecchie da tornio, i piedi grossi
come aeroplani in mano a un bambino.
Sta di lato, così che a guardar fuori è più facile
la notte, quando si sveglia per orinare.
Tiene i conti, ma lascia fare il meglio a mia madre
ragioniera, delle braghine corte e i rammendi a risparmiare.
Bestemmia con ardore ed istinto, poi si pente
sgranando il suo rosario come tettine dolci;
ricorda i tram e Piazza Fontana, mangia troppo.
Non ha mai fatto tessere o corna, ha la mia fronte
e una paura vacca che noi non si stia bene.

MARGINI

Vengo da un posto di alberi mai soli
di spazi con le pecore perse
luce azzurra, mattino presto e poi calda miele.
Posti ignoti
ai più che fanno il mondo importante
posti argento, per l’acqua quando scava tra i prati.
Più vicini
di quanto l’apprendista play boy possa pensare
mezzi giusti, per la malinconia di ‘sto tempo passeggero
dove il silenzio sta a capotavola e c’ha il gusto
di fare le mie notti un tamburo di pensieri.
Vengo da un posto di mezzadria, di stalle e vacche
di sogni fatti spesso col tono della voce
di chi va alle osterie per cercare padri e figli.
Vengo da un posto inverno più lungo, ghiaccio ai coppi
dove le rondinelle faticano a volare
e i nuvoloni sono le donne, per noi becchi
che le vogliamo nude guardandole nel cielo.
Vengo da un posto pari e poi dispari, di morra
di giochi con le carte e di limonate fredde
di mani tra le cosce in un auto in piena estate
nascosti sotto un tiglio e spiati dalle stelle.
Da un posto programmato ad uccidere, a salvare
lontano quanto basta dalle città di mare
per non sentirne l’ozio di chi ci fa l’amore;
per non sentire il gusto terribile e affamato
di prendere una vela e scappare chissà dove.

BALLATA DI MARZO

Tra il paletot e la tua riga di rossetto
c’è una faccetta febbre dei tigli, ala di gallo
la limonaia in pieno d’estate.
C’è un aliante
un pezzo della Francia e una bambola di pane.
C’è un uccello, una colomba in cerca d’amore
un davanzale, di grate e di fioriere coperte.
Un ché di marzo, da poco cominciato
e già pieno d’invenzioni. Di sole sulle spalle
e di pioggia ballerina.
C’è un’ora di scommesse in un parco, dietro siepi
il gusto di pistacchio nel cono tuo da due;
il libro delle belle maniere preso ieri
rubato da una gazza domani.
C’è l’istante, la femmina che elettrica gode
e che produce
dall’acqua l’erezione dei seni.
C’è la sete
il debole respiro di quando dormi, il vento
da Procida alle isole greche. C’è il progresso
la civiltà che ha gusto per l’arte; una scultura
che parla le due lingue dei gatti.
La natura
che porge il frutto e lenta si nuda. Il mio toccarti
parola dopo santa parola, come niente
potessero distanze e stagioni. Un ché di marzo
che fa la spuma al tratto dei porti, soffia
placa, ti spettina e neanche ti accorgi, un alleluia.