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Chissà se gridano gli alberi al dolore?

Le mani sue di legno le confondevo sempre

col ramo più robusto cresciuto a vista d’uomo.

Avevano del nero nel modo di fruttare

fratture incorporali rimarginate male;

e un secolo di storia nel leggerle:

animali, cavalli al trotto, forche e rastrelli.

Amiche piante,

cantate se potete con la sua voce chiara,

il vento è il musicante ed io lo spettatore.

Son qui seduto al sasso del miglio, qui

l’aspetto; come un foulard di seta

perduto da un balcone. Verrà

con la sua grazia da giovane soldato

un uomo senza spada né odio, innamorato.

SENTO TE

Combatto questo orrore con il sorriso e i denti

col bordo del bicchiere umettato di saliva

la tua, mia donna cara; che certo non t’importa

se porto braghe corte e gambali. Io m’arrangio

trainando la mia bici con le sportine piene:

arance, qualche pane di scorta, e mille sguardi

a quella tua finestra sbiancata di calcina.

Combatto questo orrore terreno con me nuovo

e riconosco il miglio d’uccelli, il loro canto

che fa la seduzione una grazia; sento l’erba

che cresce e brucia avida il bere. Ascolto il mare

che frange al campanile credendolo uno scoglio

le onde volitive bambine farsi grandi

e poi chetare all’ombra degli olmi. Sento te

il piccolo catino dove riposi i piedi

il seno d’educanda che sembra per sbocciare.

RISVEGLIO

E’ la coscienza pulita che fa il sole

la tazza del mattino, il bussare delle rose.

Vivo in costante ricerca dell’amare

la luna obliqua e il gatto alla corte;

il tuo lenzuolo, che quando non ci sei

sa di mare, salsa, e grano.

E quando avvolge il corpo felice, lo scolpisce

in cento pesci rossi e lucertole sull’aia.

Vivo lo stato di grazia delle mele

attendo la tua mano allungarsi, e poi la bocca.

UN BALLO LENTO

Il primo ballo lento ti rivelò la schiena

le vertebre contate come a una rosa spine.

L’afrore del sapone, quello da poche lire

la spazzola passata con cura tra i capelli

soltanto poco prima, la bianca carnagione.

Abbiamo atteso insieme la vespa dietro il vetro:

il volo ha cancellato un silenzio imbarazzante;

mettendo quarant’anni tra noi e la stessa casa

la stessa mattonella di sassi levigati.

E un oratorio donna compiuta da abbracciare.

Ché sai ancora di buono, di pranzi alla rinfusa

e cura d’aver bocca di viola, o menta essenza.

Io spero d’aver fatto la stessa tua figura

cambiandomi la maglia, non certo le parole.

40 anni con te, un privilegio

MEDITERRANEAN BLUES

Alle lusinghe ed ai vizi, a tutto cedo.

Che pulsi di grintoso animale questo cuore

si insozzi della sbornia marea, non ho più tempo

di imbellettarmi come una scimmia; voglio i sensi

al limite supremo di questo corpo in fionda.

Che mi si scagli su te, donna superba

la nudità è il migliore gioiello, e poi ne beva

di più là dove il giglio fiorisce: ho lingua astuta

sottile come il nuovo trifoglio. E poi ne tasti,

con l’indice e col piede, le cavità evolute

le mante, e le cipree, dei seni le delizie.

E possa poi sentire le onde ai focolai

il lento lievitare del pane per ciascuno

le pletore del legno che passa a miglior vita.

Così come i tuoi golfi di ascelle, il fiato luna

di quando hai masticato l’amaro dell’amore.

Datemi il canto, poi infine, che le sale

come una salamandra dal pozzo, quando gode

la musica dei cedri svezzati sottovento.

La voce delle madri del Mar Mediterraneo

che piangono pei figli del mondo. Alle lusinghe

ai vizi e a questa disperazione, a tutto cedo.

EDEN

Mi trovo a desiderarti

come il pane dei conventi;

come i miei anni da giovane, i più ingenui.

E indosso quel colore degli imbarazzi pieni

se t’avvicini a voce di cuore, non sapendo

che il mare le conchiglie le lascia innamorate

milioni e poi milioni di anni, sì che un giorno

i figli scaturiti dal nulla l’udiranno

e troveranno il primo degli uomini, la donna

il gusto della mela proibita, il senso a cose.

SEMI

Siamo fatti per il giorno festante e l’altro ancora.

Per la franchigia dei corpi e per la terra

per l’abbondanza dell’acqua nella bocca

il miele amaro dei salici e l’orecchio, evaso

a suoni brevi e inconclusi. Per le mani

e per le dita sorelle, per le mele, rifugio del peccato

padrone della fame. E siamo fatti per teche da museo

per la memoria dei vecchi e per i figli.

E siamo fatti per correre in collina

per somigliare alle vigne, alla zattera d’Ulisse

per fecondare col sesso il mare intero.

E siamo fatti di aria, e bava dolce, di pelle di papavero

e zoccoli di mulo.

E siamo fatti per stringerci qui in strada

il nome al campanello, due piatti, una tovaglia.

E siamo fatti per ridere nel sogno, dimentichi del braccio

che inavvertito poggia, sul pube come un’arma d’amore

siamo semi.

LE NUVOLE

Spalle a terra, nel granturco

e mille anni prima di piovere, son io

il fiore giallo occhi di vetro, fissi al cielo.

Le nuvole che passano son donne nude, e treni

quelli che portano il pane, il ferro, e i sogni.

E vanno a coricarsi tra il monte ulivo e il lago

là dove urlò più feroce col suo schioppo

Lombardi Federico soldato. Adesso è pace

il rullo della trebbia spaventa le galline;

ma oltre questo mondo è il macello dei maiali

il sangue fatto fiume, l’odore dello sparo.

Di là da questo mondo la bestia si fa grande

e corre sulle nuvole, come i rondoni a sera

straziati dalle raffiche, dai cavi della luce.

Di là da questo mondo è la stessa terra lieve

se allungo le mie braccia, tiro la fune a un morto.

STELLA CADENTE

Vigile al punto che vuol punire il sole

appena munto nel cielo ch’è una zinna.

Lei tira la sua tenda di erba spagna e tela

fino al ginocchio compreso, fino ai piedi;

e il bosco colorato là tra le gambe molli

par ora come un vaso di salvia, qui, lo sento

arriva come un pranzo di quelli a Ferragosto.

È stata tutta notte con la finestra aperta

a prendersi le lucciole sguaiate sopra i seni

più nuda di un’anguria spaccata in mezzo al cuore

più nuda di una vela spiegata a lingua vento.

È stata tutta notte più sveglia del suo cane

la pancia al pavimento, ch’è fresco, poi un ventaglio

così che quattrocento farfalle sono uscite

ognuna uno specchietto di lei, pelosa e bianca

le borse sotto agli occhi, una pesca in mezzo ai denti.

MAI LONTANI

Ho faticato l’occhio, le gambe, e tutto il corpo

cercando di trovare nel cielo il latte sacro

le stelle sparse come granaglie dell’infanzia;

ma non ho visto mondi perfetti, né misteri.

La liquerizia delle nottate è merce rara

di questi tempi amari con troppe luci accese.

Allora ho calibrato il sestante nella stanza

e ho inteso seni nudi fuggiti al sonno fondo

la bocca aperta piena di baci e di parole

e il tuo diaframma come la Terra: due sussulti

e poi gran quiete, e via nel ripetersi.

I tuoi piedi, due sassi bianchi nella sterpaglia.

E un gran dolore, m’è preso faticando nel passo

tale in me, tu sei come il peccato d’origine.

Tu aspiri, ed io rilascio il soffio seguente

mai lontani.