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A quelle cavalcate di riso a stupidera
alle mie dita sempre nel naso
al ghigno aguzzo, di uno
ch’è incapace a rubare anche una mela.
Addio alle pizzicate sul culo
al tuo dispetto
di mettermi la faccia del mondo sempre a tiro.
All’infelice presa da football dei tuoi fianchi
se scure come l’Africa si fanno le giornate.
Addio alle settimane di sole
piedi all’aia, sopra le merde secche dei cani
e le galline.
Addio a chi se ne frega, all’uccello sempre duro
a certe mie lungaggini sulle tue cosce snelle.
Addio ad un sacco di bella roba, mai al peccato
d’averti in mente come un concerto di organetto:
suono pulito e voglia di prenderti, anche in piedi.
Addio alle angurie rosse coi denti, alle mie mani
dentro il tuo sesso come nel Louvre l’esperto d’arte;
addio al mio baccanale notturno
a stare sveglio, suonare il blues e andare
di sotto a farsi birre.
Addio all’adolescenza farlocca, alle sudate
dietro un pallone in cuoio pagato per vent’anni.
Addio ad un sacco di cose belle
adesso ho te, per dirti addio
e per dirlo tu a me, addio per sempre
oppure per due dieci minuti di paura;
quando non respiriamo più insieme
e sembra morta, la casa, la città
tutta Europa e il planisfero.
Addio alle mie cazzate di un tempo
ecco le nuove.

*
Un verso di Dario Bellezza.

APERTI

massimobotturi:

un’altra bella occasione per stare bene insieme, il bianco e nero mi riporta al periodo spensierato dell’infanzia, i fiori semplici e aperti alla purezza dei sentimenti. Grazie Stephy :-)

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

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Aperti, spampanati
come noi due la volta sull’erba
tu sei anni, io qualche mese di più
il paese in festa.
Scappati dal banchetto nuziale
su in collina, le lavandaie in cerca di sole
l’acqua a valle; spettacoli del maggio di un tempo.
Aperti, pari, il m’ama o non mi ama
non ci importava allora
e forse neanche adesso, le dita più lontane
le case a mangiar via dei chilometri
il pensiero, di stare nonostante l’età
aperti, insieme.

(Massimo Botturi)

Foto mia.
Parole di Massimo

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brividi

PIANO SEQUENZA

A volte mi delizi con niente
poca roba: quattro campanule al piatto
il letto fatto
con due guanciali dove mi duole.
A volte un bacio.
Ti prendi la rincorsa dei tori nell’arena
e arrivi come un pesco fiorito incontro al cielo;
vestendo la mia maglia con sotto niente.
Essenza
di ciò che piacerebbe al tuo corpo
avermi un poco, anche senza novità
senza il fuoco delle mura
che prese dall’assedio capitolano arrese.
A volte è il piede uscito di qui
quel passo in più, che arriva
a chiuder porte e rumori, e a farti in là
per complicarti i sensi da te
le mani giù
nell’urna della mimica, giù.
Serrate come fossero mie, a toccarti
giù
a fare le cicale agli ontani
a farti, si
quel che non si può dire, ma solo a volte.
Si.
A volte è la tua medica assenza
è quella sedia
il reggiseno appeso per dirmi quanto pigra
sia stata la giornata a sentirtelo animato
proteso come un fico da cogliere
sbranato.
A volte sono i segni che mostri quando torno
i polsi come fossero miglio, le beccate
della mia uccella assenza di maschio;
a volte il rosso
di Lipari sul fondo di schiena
e quel ruffiano, delinearti i fianchi
come una spiegazione.
Una ragione in più per la nudità sfacciata
sorella a quella tanto più vasta delle notti
passate in un androne come una ladra in erba.
A volte è solo un cenno di mano
un – torna presto
ricordati che sei il mio ragazzo
non morire.

OTTO MILLIMETRI

Prende da sempre il bus delle cinquanta e uno.
Legge poco
distratto dalle luci di piccole cucine.
A volte sogna
che arrivi presso a lui un’ impiegata delle linee:
gli chieda del biglietto, del meglio
se ha mangiato.
Da quanto tempo più non affonda i suoi bei denti
in una svestizione magnifica, e, sapete
non lo ricorda mai come il sogno va a finire.
Perché gli passa come un airone sopra il petto
e sembra la sua donna tornata da orinare;
quando lo bacia e sente se ancora ha un bel respiro
se dorme l’innocenza dei bimbi.
A volte perde
il bus delle cinquanta e poi uno:
quello arriva, ma lui sta fermo come un’amante sulla porta
che guarda il reggicalze, il bicchiere
il suo bracciale.
E il sogno non comincia nemmeno, brucia tutto
e sembra agosto quando la strada ha inganni d’acqua
Fata Morgana e tigri feroci, scarabei.
E sembra come il Cine all’aperto a Rivazzurra
le mosche e le zanzare ai calcagni, lei vicina
che lecca il suo gelato dei poveri e sta fissa
sul telo che fa via le parole, e i temporali
i titoli di coda guardati da nessuno.
E sembra quella volta col seggiolino in legno
ti giuro ch’era un film sulla guerra, no!
d’amore; lui la baciava e tutto veniva giù di sbieco
sembrava una fontana di luce, di gazzose.
Ma poi toccava sempre andar via, un po’ per vento
un po’ per malattia degli scapoli
e calava, in tutti una gelata nel cuore
anche d’estate.
Prende da sempre il bus delle cinquanta e uno
ma oggi è un po’ domenica e allora
in culo al mondo
si mette in fila fuori dal Cine, dentro è buio
aspetta che la pila lo porti dove vuole.

È COME SE…

Originally posted on I Fotolavori di Stephy:

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È come se la mano pulisse il cielo, si?
è come se
qualcosa, qualcuno, forse tu
venisse a fare nidi quassù, è come se
la forza delicata di un fiore fosse qui
in questo mio guardare lontano, dentro me
e dentro un poco anche di te.
È come noi, è come l’aria fina e precisa
è come se
chissà dove le nuvole andranno
è come, no…

(Massimo Botturi)

Foto mia.
Parole di Massimo

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OCEANIA

Si, piccolina è questa terra
la puoi in un pomeriggio percorrere, pestare;
vederne il limitare concreto
udirne il fasto, che fu dei latifondi
dei gran seminatori.
Più piccola di te
che da sempre non raggiungo
di te che gambe larghe mi pari l’Oceania
un’onda di guerriglia che complica
si frange, s’abbatte a volte in questa mia bocca
e sembra un treno, di spume e di detriti
portati da marea, la bassa
la bastarda. L’inutile marea.
No, non sai
malinconia di un uomo non sai che cosa sia.
Tu vedi l’usignolo nel viale, il pettirosso
le mie parole alzarsi ai lampioni, i moscerini;
i fanali stravaganti di certi, là lontani
che vanno a benedirsi di baci.
No, non sai, che l’Oceania è il piede toccato
e lì io annego
nella risoluzione incompiuta, nel tuo fango.
In quelle labbra sempre discrete, nel tuo bere
i sorsi degli uccelli di mare.
L’Oceania,
è in questi Park a ore di polpa e di sozzura
nei passi che mi mancano a dire
– Si, lo so, è fuori orario ma è la mia vita,
lei mi aspetta, con una sporta di ferri vecchi
due giornali, il pettine ubriaco
dei suoi capelli rame.
Non sai che l’Oceania è il cappello dell’estate
la paglia s’è disfatta un pochino intorno ai sogni
e sulla parte dove hai la fronte c’è un pertugio;
dal quale puoi vedermi cercare l’anellino
quello cascato mentre giravi il mondo in quattro
pensando chissà a cosa, o a chi, meglio di me.
Non sai che l’Oceania è quel filo di bucato
le tre mollette in legno e giocare col fantasma
delle calzette rotte mie prime, anche ora
che ho l’Oceania dentro il mio cuore
acqua, tanta, tantissima che neanche la vedo
la tua sponda; la vergine cilena che sei
la mia araucaria.

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