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SENZA

Per le radici caste e terribili ci amiamo
per quel venire terra da terra, mare a mare.
Per quello che significa, prima del frutto buono
la luce nel profondo del buio.
E’ per noi
che siamo non poesia che comprende e non comprende
per gli anni della fabbrica che c’hanno rotto i piedi.
Per quella tua lentezza che capovolge il mondo
e il bacio a labbra chiuse perché sei una signora.
Per questa storia che tutto passa, e non è vero.
Perché c’è un po’ di gusto a fregarsene a cinquanta
magari predicando coerenza pei figlioli.
Perché c’hai il riso molto difficile e fastidio
al minimo volume di un film, di una canzone.
Per la frugalità degli incontri, e la campagna
che ci cresceva dentro i polmoni
per la noia, di certe sere senza un buon libro
senza sesso. Per la complessità di ché sei
per l’ignoranza, con cui mi sono posto talvolta alle tue lune.
Per l’innocenza senza ritorno con cui amiamo
di noi le più puerili paure, per il fatto
che senza ci sentiamo un po’ orfani
e un po’ scemi.

BRIVIDI

USCITE PRESTO

Per giungere a poesie dell’orrore ho rotto i ponti
le scalinate fatte di fiori
il caldo, amici, che evapora coscienze ed inganna.
Amori tutti, sappiate anche per me quella strada di paese
che annusa i mari come le gatte
uscite presto
quando la luce è miele e vaniglia; ricordate
i giochi fino al gelo nel petto in madri assenti
catapultate in fabbriche nude.
Uscite presto
che l’eco dell’acciaio mai non dorme, andate avanti
dove la ferrovia va scalciando, dove inizia
l’inetta moltitudine dei lavoranti stanchi.
Andate a visitare il cemento dei cortili
le vipere dei poveri che dormono il veleno;
andate ai cimiteri che furono il lavoro
vedrete scarpe sporche sostare alle bacheche
in cerca delle offerte di sfruttamento a ore.
Voltatevi un istante di più sulle galere:
chi ha disprezzato leggi non sempre è morto in cuore.
Lasciatevi alle spalle lo spreco della noia
e immaginate il vivere in case senza luce
col volo degli aerei sul tetto, non cicale.
Terrorizzate i figli sul senso della guerra
toglietevi la flebo di questa anestesia, provate
per un poco, il dolore degli oppressi
la figlia tredicesima affidata ad un barcone.
Provate a cavar gusto dal sangue delle rape
a far l’inverno dentro un cartone, a dire grazie
per ogni insulto e sputo borghese, ad ogni scemo
che giudica più ladro chi scappa del padrone.
Uscite presto e tutto annotate, siate cauti
soltanto con i vecchi e i malati, uscite
presto.

L’odore di una donna è il cavallo fuori Troia.
E’un legno che non brucia e non porta inganni
è un pacco, recapitato da un ragazzino
primo pelo
impiego stagionale per fare quattro lire.
E’ il modo suo che ha per accendere stazioni
biglietterie per vincere viaggi, o per restare
la schiena sulla pianta dei padri
e intorno foglie.
L’odore di una donna è la tiratura prima
notizie mica sempre felici, voglia poca
di andare a lavorare e poi stare via le ore.
L’odore di una donna lo scopri piano piano
è un lupo che si acquatta tra i seni
è odore forte, sa di periferie cementate, di fioriere
di drogherie e salami in cantina, aceto e sangue.
Sa della spugna in bocca di Cristo, di caverna
di fiume sotterraneo e cappotti in naftalina.
L’odore di una donna è un cappello per l’inverno
la grazia che ti lava il coppino e fuori è mondo
spericolato fino alla notte.
E’ un pungitopo
che metti sulla porta nei giorni di Natale
è tutto quello che si è fumato, che ha bevuto
ricorda il sesso appena scoperto, tiene rabbia
ma anche le violette del parco.
Tiene duro, fa il miele in vasi di terracotta
tiene schifo, degli uomini col cuore slavato
dei furfanti, i ladri di carezze senza teoria del dono.
L’odore di una donna ti siede accanto e ride
ti fa le fusa come una gatta quando vuole
rifiuta la ragione della sottomissione, si da
con gambe larghe soltanto se ti vede
la verità che è oltre la bocca, le parole
il belvedere di una camicia. Crea e disfà
il tutto in sette giorni contati, come Dio.

ACQUA DALLA LUNA

Acqua dalla luna
invece dei miei soliti fiori in carta velo.
La porterò alla fine di un viaggio immaginato
sul filo del telegrafo insonne, un piede solo
mi basterà a percorrerlo indenne.
Acqua salmastra
di villeggianti scesi in inverno, un poco amara
e rarefatta fino a puoi berla.
Acqua di luna
vicina alle promesse di un padre manovale
alle sue feste Cristo comanda, alla sua assenza.
Vicina a quelle donne con il foulard marrone
sui motorini in strade statali, andate tutte
a farsi via le mani a un telaio.
Acqua di luna
vicina alle calzette di Paola sul balcone
a venti foglie uccise ai gerani per chiamarmi
farsi guardare su alla ringhiera e poi scalare
i metri d’aria fino al suo corpo.
Acqua di luna.
Rimane sulle dita di chi la sa vedere
di chi ha capito il gusto segreto nel palato
di certe lingue in baci d’assurdo
baci lunghi, precipitosi e poco consueti.
Acqua di luna
per la fotografia da lavare, per il mago
che nel cilindro ha mille conigli e un tuo messaggio
una spinosa voglia di rose per l’amore
d’avermi accanto come l’afrore, verso sera
dei gelsomini in piena carriera.
Acqua di luna.

DEDICA

Ai giri sulla giostra concessi i dì di festa
alle mie scarpe nuove e alla mano di mio padre
al suo risvolto dandy da contadino in frac.
Alle mie sole ragioni da esternare
per non volere smettere mai, ai pochi anni
e al modo di suonare che avevano.
Ai capelli, tagliati con la tazza sul capo
al mio barbiere
felice dietro i vetri più sporchi del paese.
Al sacrestano disoccupato e agli scalini
lavati il giovedì di mattina. Ad Esterina
che segna le sue ore in agenda per il mese.
Alle maestre in gonna extra lusso il primo giorno
ai loro bei grembiuli dei mesi successivi;
al mio bastone da cavaliere, a quelle siepi
venute qualche volta le navi, altre il coraggio
dei pellerossa schiavi d’America.
Agli amici
metà già traslocati in città doppi servizi
agli altri qui rimasti, un po’ ruggini
un po’ glabri
venuti grassi tra i capannoni. Alle ragazze
coi tacchi sulla ghiaia o davanti alle vetrine
ai loro cappellini alla moda
a quei discorsi, sulla bellezza effimera e ingiusta
sull’amore
per uno visto al Cine o nel viale principale
senza il coraggio di dire niente, cose tipo
– mi andrebbe volentieri un caffè
mi vuol sposare?

Non basta farsi piuma, capello, quadrifoglio.
E’ necessario un IO un po’ sconvolto
un turpiloquio, tra fegato e esperienza di vita
e poi l’odore, rimasto sulle dita del quasi amore
un fregio, la crosta di una vecchia ferita
tutto il pianto, che da bambino hai fatto da solo
la paura, che vivere a fatica costante sia peggiore
del semplice morire di netto.
No, non bastano la gioia e le carezze dei figlioli
la neve e l’usignolo che va cercando il grano.
Non bastano le gambe tornite dell’amica
desiderarle e mordere l’aria, o un po’ di spago
intorno alla valigia degli ultimi. Non basta
memoria della bocca e degli occhi verdi.
In cima, bisogna essere santi senza vedere Dio
né religione alcuna che scrivere, ed amare
tutti i pioppeti visti da giovane
i cortili, le piccole vetrate dove cuciva Elvira
i gatti con il muso di sbornia, e poi le scale
perennemente all’ombra e nettate con le grida
di bimbi e lavandaie in ritiro.
E poi giacigli, fatti di paglia e frasche piegate
terra all’unghie, e il cuore più pulito dei salici
giù al fosso, quando la primavera li lava
e mette fretta, a tutti quegli apostoli dodici d’amore.
Bisogna avere un posto di vento per ognuno
un bacio pronto a fare giustizia, l’apertura
magnifica e maestosa dell’aquila in planata.
Bisogna conciliarsi alla schiena dell’amata
aprirle delle porte per farla andare altrove
se proprio non ne può fare a meno e ti saluta
col frutto silenzioso del suo appassire
e basta.