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QUATTROCENTO PASSI

A colpo d’occhio saranno quattrocento

i passi che dal treno ci portano qui a casa.

C’è un viale di cipressi coi nomi dei soldati

canali con la bocca stancata d’aver sete

e sempre qualche vecchio seduto alla panchina

con un giornale e un chilo di spiccioli in ricordi.

Sorride coi suoi occhi allagati e indica il prato;

ha viso qualche uccello piumaggio silenzioso

e a noi vorrebbe dire che tutto è meraviglia.

Sia pure sotto il braccio le carte sono chiare:

una strana malattia sporca il quadro di ambedue

che come fosse un lupo cattivo, nascondiamo

il viso tra il lenzuolo e le braccia in letto a sera.

L’amore cura bene altrettanto che il dottore.

L’abbiamo salutato con cortesia sincera

lui ha tolto il suo cappello, perché sei una signora.

FACCIAMO ACQUA

Non c’è bisogno di un grande risultato.

Lui ride nel suo mondo d’ovatta, lo sa bene

che forse pochi anni lo baceranno ancora.

Eppure ride come un ragazzo, e perde acqua

dal labbro che fa un po’ come vuole.

E noi ridiamo

con lui che ne ha ben viste di cose, e allagamenti.

Ridiamo dell’infanzia futura, del progresso;

ridiamo perché i fiori lo fanno da milioni

gli uccelli alla bocciofila

le gatte sui calcagni.

Ridiamo perché viene la notte insieme ai lupi

e noi la carezziamo, ché male non fa mica.

Ridiamo perché abbiamo l’amore

e siamo maghi

con gli occhi da bambini riempiti di stupore.

Ridiamo fino quasi annegare, bella vita.

TOCCAMI

Come al catino di zinco, metti mano

sono un’acquasantiera stamani, benedetta.

E ho rigettato forte il deserto arido e solo

come mio padre gli inverni delle nebbie

dei tram colore tacito assenso.

Prendi il corpo

è sempre ultima cena se arrivi in processione

se sali per le scale che pari una marea

fuliggine di sale e tristezza novembrina.

Metti mano

la gioia di vederti ora è un albero, un campetto

con quattro stracci in terra a delimitarne il senso.

La gioia di vederti mi fa latte di capra

più nudo di una mela e rotondo come un sole.

Ti succhia via il veleno dal seno ancora acerbo

e canta come un passero sui fili del bucato.

NUANCES

E quando fumi di notte vorrei tanto

ti denudassi gli inguini scuri

e poi venissi,

qui sulla porta a becco di mondo.

Una signora, con sotto niente e seni piccini.

Almeno un’ora

d’erotica possanza dipinta.

Come un ciuco

io seguirei il pietrisco dei piedi, su, ai sentieri

che impervi fanno femmina il corpo.

Fino all’acqua

l’asessuata essenza degli angeli caduti.

NININ

Ninin,

vieni a vedere gli alberi accampati sotto vento

com’è che la stagione li veste per la festa.

La stessa foglia d’acqua che tu suonavi al labbro

adesso ha le pianure dell’Africa, gioielli

appesi agli orecchini di mamma.

Dai, prendi.

Ti lascia nella mani un polvere d’uccelli,

di quando vanno per continenti, e a lungo in aria

rimangono guardando la terra.

Vedi, Nani, così anche noi passiamo di mano

come i morti, ai quali dedichiamo maniere più gentili

passato il tempo di compagnia.

Sorridi sempre

a una che neanche conosci. Più leggero

ti sembrerà il cappello degli anni, e tu migliore.

Non mi serbate le prediche al domani

poesie dal peso eccessivo, complicate.

Io nel soprabito beige della mia bella

ho spesso ritrovato le cantilene buone

parole con il gusto di latte e di amarena.

Dal tabaccaio dell’angolo, col padre, ho celebrato

messe su messe cantate in forma breve;

lui spezzettava gli ultimi tiri come un boia

penuria d’aria nelle osterie, ed io piangevo

le lacrime degli occhi prestati alla malaria.

Non educatemi al pizzo ed ai merletti

ai viali dei roseti dove si entra a ore;

nei fiori delle mie cavedagne ho messo il naso

e il sesso ancora prima che lei venisse nuda.

Trifoglio ed erba Spagna fanno il dialetto duro

ma lei poi mi capisce e s’aggiusta in mezzo ai seni

quel foglio di mia ultima grazia, poche righe

per dirmi suo poeta, come la bocca al pane.

ERI RAGAZZA

Hai come due sentieri di luce sulle guance

le scie di una lumaca che ha fatto molta strada.

La luna li riflette allo specchio

e un po’ ti sfiora, come tentasse giù una carambola

un filotto, e tu fossi il suo prato di gioco.

Lasci fare, il sentimento mica si finge.

Piangi, preghi, cominci a odiare il corpo

lo stesso molto amato.

Poi porgi il seno come risorsa, come incontro

sperando che io dica qualcosa, come allora

seduto sul muretto a guardarti trasalire

per via che avevi visto una biscia d’acqua nera.

  • E’ già scappata in mezzo alle erbacce,

non temere – le scarpe in mano tutta la corsa

eri ragazza, le gambe come schegge impazzite

lo ricordi?

ALMOST BLUE

Lo so che non è l’ora

non è partita ancora l’irrigazione ai prati

la luna è a metà strada coi suoi scarponi a chiodi.

La gatta cerca ancora lucertole, e alla radio

siamo soltanto al terzo in classifica.

Ma guardo

lo stesso a quel vialetto di poche lampadine

al cancelletto senza la chiave, tra la siepe

e l’altalena nuova ai vicini.

E’ la passione

che aspetto come dopo una guerra, il passo lento

gradini fatti quasi a memoria. La dolcezza

con cui si spoglia senza rumore

e quel suo – grazie – per quattro cose al piatto

e la mezza minerale.

GIORNI DI SCUOLA

Si crede che a sei anni non s’abbiano pensieri

il sole sulla faccia anche a notte

un cuore mite.

Eppure, quella chiave là sotto lo zerbino

faceva già un po’ vecchio il mio modo di arrivare.

Pigiavo poche luci, con parsimonia, e andavo

al posto apparecchiato da sempre.

C’era il pane

una caraffa d’acqua col piatto di minestra

il letto fatto e teso, il pitale già svuotato.

I giorni trascorrevano da naufrago felice.

A volte se pioveva restavo sotto vento

coperto dalle scale ascoltandone il rumore.

A volte, se pioveva, volevo la mia mamma.

LUCE

A volte, un’acqua viva di braci mi cattura:
è il volo di farfalle bianchissime oltre il vetro
venute sulle punte dell’oleandro in fiore
per poi levarsi senza traiettoria oltre le siepi.
E’ allora che distraggo i miei occhi da lettura
e riconosco in me una pepita di coscienza.
Potrei fare lo stesso, domani, non più uomo
evaporato in carne e ossatura verso il cielo.
Potrei tornare a eludere i passi, come seta
ignaro della forza che spinge e tiene in aria
un corpo malleabile fatto di luce sola.