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ISOLE

Per via di rifrazione di luce adesso incendi.
La porta è come un cesto di braci
dietro, il sole, paventa come la sanguinella.
A bocca piena, tu sembri farne un solo boccone
e qui, il ritratto
diventa l’ossessione del giovane tuo uomo
la fitta sassaiola di baci prima ancora
di dichiararti quanto ti voglia.
Bei colori, li abbiamo sì veduti e calati come gli assi
nel gioco pigliatutto dell’estasi ruffiana.
Placche di nudo come le isole più verdi
nel mezzo dell’oceano monotono e frugale.

OGNI MINUTO

Conto i grani
come a un rosario laico che in fretta si rivela;
fin anche il sonno giunge a levarmi quella gioia
di mettere le mani a conoscerti più d’una.
Perché la donna ch’abita in te è cangiante luna:
lo spicchio balenato se vuoi restare sola
la mezza ad educarti il sentire. Piena in luce
quando ostinatamente dai l’ombelico nudo
per farti come un prato per me, per la mia soma.
Per questo custodire il ricordo d’oltremare
il leccio di un battello con la sua spuma bianca
e il coro delle acque simile al sangue in vena
ceduto a notte mentre l’amore.
Oh, mia cara!
Sorridimi con bocca di pesca, ogni minuto.

E non potevo io esimermi dal farlo:
guardarti i piedi un po’ primitivi, in quello slaccio
di sandali venuti via a poco giù al mercato.
Tu che somigli alla Venere dei pazzi
scendevi sulla terra simile al cardellino
troppo vicino all’odio degli umili, alle pene
di chi non sa la gioia dove mai ha preso casa.
Sensuale come l’edera su per le mattonelle
colore più vivace del fresco, quando piove
e stacca il verde giovane del dorso di un ramarro.
Non ho potuto dirti che immaginarti nuda
mi ha fatto tenerezza e sapore nel palato
sentore di uva spina e di more in mezzo ai rovi
qualcosa che ricorda il principio dell’estate.

IL SOLE DI NOTTE

Ci sono stato in America una volta
ricordo avevo gli occhi incapaci a misurare
e il cielo stava sempre lontano, più di qui
che ho il campo come meta e stupore.
Come dire, che il fondo dell’oceano
è una cosa innaturale?
Il blu teneva in sé quattro solchi, troppo sale
e code di balena a zittirlo in ogni dove.
Io sono abituato ai balconi d’ordinanza
dove vai a prendere il sole il tre di maggio
con le tue gambe bianche di latte e non t’accorgi
del desiderio osceno che sale alle mie braghe.
Dei piccoli sentieri che amo al mio paese
dove c’è ancora silenzio a una cert’ora
e stesa sulle foglie mi sembri una poiana
che passa dentro l’aria come una pioggia estiva.
L’ho vista ed assaggiata l’America, era un Cine
un Luna Park di dolci e filato, come un vino
che preso troppo presto non umida la gola
un miele che sprecato non gravida la terra.
Io sono abituato al negozio dietro casa
a quattro e più palanche che servono per cena
al pelo della fica che ti intravedo a volte
nero di fumo come l’America, vivace
come il tuo sole di notte che hai alla schiena.

UNA MELA

Quasi impossibile ritrarti nel dolore.
Fossi una statua, la mano in perfezione
e mille anni ancora di glutei e seni duri
turbata dalle tue oscenità; potrei tentare.
Ma la destinazione a noialtri è l’arte pura
del divenire come le piante: ogni stagione
il proprio malaffare, le sue tribolazioni.
Il nudo del risveglio se è tempo dell’amore
e l’acqua dei canali che intorbida, domani
a ricordare al corpo che ha spoglie da mortale.
Migliore dell’eterna poesia è il tuo sguardo d’ombra
quell’eco del pensiero che sale dentro casa
quando centrata su niente ti domandi:
se sia una condizione perenne il tuo soffrire
o il frutto occasionale veduto andare a male.
Come una mela che presto si matura
e cade non raccolta da alcuno.
Ecco la terra! Direbbe in quella lenta agonia
profonda, dura.

LE ORE

Potrei starci le ore così, col vento in faccia
le foglie ipnotizzate sollevano le case;
le portano sul mar di Norvegia, dove il freddo
si batte sopra il petto come una mandarina.
Potrei cantare come una pianta, un pioppo, un olmo
e prendere con gli anni una scorza bella dura.
Fruttare come un melo in collina o farmi fiore
per il tuo naso sempre curioso, perché d’api
hai preso quel colore di platino e di oro.
Ora che il miele del corpo è cristallino
e trema come un fiocco di neve sulla mano
di un bimbo che l’assaggia
perché così vuol fare.

Non faticassi a riprendere ventura
mi poggerei di corpo e di anima qui in terra
tra queste beole scure d’infanzia e l’erba attigua.
Per rimirare il mondo come fa l’animale
o il debole trifoglio che viene alla stagione.
Aspetterei là in fondo alla via il ritorno stanco
del padre mio e il suo fumo nel labbro;
e poi di mamma
con sporte di pan duro e di arance. Fino al sasso
al coccio che misura la strada per gli alberghi
i vetri dei negozi del centro.
E ancora oltre, dopo ringhiere e portoni
luci accese, le scarpe messe in luogo a tacere.
Senza fiato, né lacrima che riga la guancia
fingerei, il sonno delle mele e il ritratto di pietà.
Fino al richiamo argento lanciato nella piana
la mano sulla fronte per addolcire il sole
il cenno di saluto e scoperta.
Vieni a casa.

Pesavi come un cielo stellato questa notte
circa un ventennio fa, le tonsille un po’ arrossate.
Dalla tua bocca aperta partivano gli aerei
ricognizioni in cielo in Giappone
il piano raso, di ignobili tragedie per via di civiltà.
Eppure hanno una grazia, le donne, che non muore
la voce cristallina nella disperazione.
Mi hai detto – non son buona all’amore, tanto vale
lasciare questo inverno per l’altro.
Tutto in sogno
mentre una carovana passava sopra il muro.
( Notizia della notte una mosca fuori luogo).
Pesavi come un Requiem di Mozart, Lacrimosa
ma ben intenzionata a rimetterti a ballare;
sopra una mattonella magari, come un tempo
che mi premevi i seni immaturi sopra il petto
sulla mia timida e rapida erezione.

A volte non ho niente da dire, sono fieno
e lei la mia chitarra sul prato, due nel sole.
A volte penso ai grandi poeti, quei speciali
che pizzicano quando fa pioggia, e sono uguali
al legno dei violini sul mento, alle zanzare.
A volte credo tutti lo siamo stati un poco;
tu con l’anello in mano in quell’inverno buio
dentro una cinquecento a vapore. Poi mi hai detto
– magnifica notizia è la felicità.
Mio padre in quel teatro degli ultimi
l’età, fa cose da miracoli sai?
Mia madre più, più di una volta, forse un milione.
E non lo sa.
Poi tutte le galline del mondo, i ragazzini
le lavandaie chine sul Rio. I germani, i buoi.
Miles Davis quando soffia nel suo pertugio blu
e tutti quei garzoni ai pedali, le tribù
che vivono di piante e conigli. I treni e i sax
poesia del fischio e dell’armonia. I grandi gnu
gazzelle ed elefanti nel fango. Donna Pia
coi mandarini in rete e le sue calze ecru.
La mia modella senza mutande, oggi alle sei
la sigaretta spacca polmoni ed un foulard
sui suoi capelli tinti di fresco. Il nibbio e Amin
nel guscio di una noce sul Nilo. Lady Day
e Joni cherubino di Dio. La vastità
che solo un astronauta capisce. Sirio, il Rum
la fica pronta al salto nel buio. Oh mio Dio!
Magnifica notizia è la felicità.

LA CENA

Terra non buona per erpici e limoni
dura di petto come le cavedagne.
Battevo i piedi proprio d’incanto
ero un uccello, che lecca le sue piume
color dei tredicianni;
battevo i piedi e il sole saliva, e le chitarre
di erba e di papaveri sparsi.
Là, il concime, spandeva la sua ira modesta
alle fessure, nutriva in generosa postura
ogni sartiame, di questo bel veliero dei campi.
Come mamma
a cui toccava il fondo rimasto alla pietanza
dicendo – non ho fame stasera
eppure smunta, a noi pareva, via della luce
quella fioca. Una sola lampadina
più nuda di una vena.