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L’ho vista,

puoi dirla meraviglia,

la luce di vapore su dalla concimaia;

quell’atto di dolore verso la via d’inverno.

Ho visto questa scorza di albero soffrire

come la pelle di un uomo, il labbro sporto

al miele di un gran seno materno alla buon’ora.

Ho visto le sue braccia di ontano in piena estate

contorcersi nel vento e graffiare anche la luna.

Ho visto la mia forma mortale in divenire

la roccia dubitare, friabile, e le pietre

infine, rivelate in un fiume fatto secco.

Ho visto anche il pudore degli ultimi

un bambino, uscire dalle ossa di un vecchio

e andare altrove.

VUOTO A RENDERE

La domenica è fatta per gli incontri

per i biscotti secchi

guardarti mentre ridi.

Il taglia calli e i vasi in basilico

le fionde, con cui tiravi al cielo

mancando uccelli e stelle.

Domenica lo sa la campana

il tabaccaio, giornali come semina a grano

e la lentezza;

un cane che rincorre le nuvole, il soccorso

che spiega le sirene anche se è mare aperto

la strada principale del borgo.

Ma è dovere, conoscere la sorte di ognuno

e dire –amen- mi volto ancora per un istante

alla tua pancia, alla tua schiena nuda

tua fragile esistenza.

LUNA ROSSA

Nel mio ginocchio ferito il plenilunio

è questa la mia scaglia poetica:

il ricordo.

Ricordo del dolore, della mortalità.

Potessi dare il labbro all’arancia ora nel cielo

le spiegherei dei sette e più giorni

del creato,

dell’esplosione Prima e del sauro fuori d’acqua.

La scienza con lo spirito insieme.

O molto meno:

l’insonnia che mi manda a quest’ora giù in cucina

a coltivare odori di pane e di caffè

ad aspettare lei, che mi chiama per l’amore.

TENORE

Se la parola – Bocca –  ripeto all’infinito

rinasco a marzo e muoio in inverno

è nel destino.

Così come natura ha voluto la palude

l’uccello all’acquitrino là su una zampa sola.

Lo stesso sole scorza d’agrumi hai visto, padre:

tenevi una Marlboro spezzata tra le dita

il naso alla corriera, lanciata da siluro.

Ma hai governato bene la Bocca

dal padrone,

così come a mia madre chiedendola per sposa.

Avevi per spartito i tralicci della luce

le nottole sui vetri degli anni dell’infanzia;

gli ottoni di un’orchestra quando dicevi

  • mangia, che il mondo è un prato

lungo d’attraversare. Stanca.

Sei pallido mi dici.

Sarà la prima luna

o il modo che hai di metterti da sempre controvento.

Tu che conosci il frutto del ventre ne hai ben donde

ché un figlio è come un albero confitto alla memoria

i piedi duri della radice, il cuore molle

svagato come gli innamorati.

Mangio, certo

a volte mi concedo peccati anche veniali

piaceri che ripagano, brevi, un corpo stanco

digiuno delle brezze che Donna sa calare.

Ma ho avuto molti giorni felici, ho bene in mente

son come la saliva che m’umida la bocca

ai tuoi sapori semplici di fine settimana;

a quel ricordo dolce del viso suo riflesso

sui vetri della Metro, ancora sconosciuta.

PRIMA DI CASA

Dopo il secondo spruzzato era il futuro

cantato come un coro dagli operai dell’Alfa.

Dal tavolo all’estremo cantone, fino all’uscio

là sulle cinghie di gomma sballottate

nervose di corriere velocità del suono.

Prima di casa era un pulpito maestoso

coi gomiti sul banco spugnato mille volte

la foto di Rivera con dedica, e il pallone

tenuto in una teca neanche fosse d’oro.

Prima di casa s’andava giù di Spade

Bastoni e Coppe, pochi Denari;

quelli sempre

nel piagnisteo di un magro contratto

o là, segnati:

negozio a fine mese, l’affitto, due galline

donate dal cognato votato alla campagna.

Quanto malore nel fondo del bicchiere

nel buio delle bocche con denti da aggiustare.

  • I tempi di una volta non li rimpiango mica.

Diceva mio papà, ma poi si commuoveva

poggiato al suo bastone con la fatica boia

soltanto per andare a pisciare in un cantone.

La curva dei tuoi fianchi s’è modellata al tempo

ci manca un uccellino per farti una fontana.

Ad ogni tuo rimando di aria nasce un giorno

una mammella pronta all’infante

un lavatoio.

Ad ogni tuo sospiro dei sogni sei Venezia

Dakar col sole a picco, la sete di Ragusa.

Ad ogni tua pensata d’amore mi consumi

divento come l’albero che frutta e si fa male.

Ad ogni tua pensata d’amore faccio chiaro

davanti ai piedi, fino al sentiero.

Tocco il grano, le foglie al melograno

e la gonna alle signore.

Ad ogni tua pensata d’amore

io ti scrivo.

Ma noi

che abbiamo il fumo degli orti di campagna;

cosa ubriaca a guardare questo azzurro

questo gran piovere che ci stramazza il cielo?

Son pozze mica buone alle bestie, san di sale

lingua di vacca alle guance. Che ci prende?

Son nude fino a farci un po’ rabbia ora le donne

beate in quel bel tempo fissato che le inganna:

la pelle come i fichi maturi

il frutto acquoso, che quasi puoi palparlo

e poi chiedere perdono.

Ma noi

col vento delle officine, e le bandiere

andiamo a cercar cosa qua in mezzo tra i pietroni?

L’infanzia forse piena di risa

o un ché d’amore, tra due cicale e sedie divelte

il suo bel seno, le imposte più accostate

e la polvere al comò.

Un corpo ancora giovane capace di follie.

CONTROVENTO

Con la naturalezza di un coro a bocca chiusa

hai sollevato un poco la maglia

e breve luce, si è fatta all’ombelico

sul prato dei maturi.

Lo si è intravisto appena il profilo dei tuoi seni

un’intuizione come capriccio, un tremolio

di foglie quando il sole carezzano

e un istante, lo negano, nel dopo che è eterno.

Il capo grigio,

or pare l’evidenza di mattinate al lago

il premio di natura concesso

sciolti gli anni.

E un poco anche il pudore di stare controvento

per disegnare in aria una nobile alberata,

la chioma che si libra dal tronco

femminile.

CANTO ONIRICO

Faccio di te chitarra viva

la culla della mia nostalgia;

faccio te rosa

un canto d’acqua più impertinente

la mia prora, per i cristalli duri d’oceano.

Faccio te un prato

con spada di geranio e d’ortica

te, mia avena.

Faccio di te l’amore dei popoli

il coraggio, la vergine delle processioni.

Faccio il segno, benedizione d’orti

e di treni, d’oleandro

quando la furia del ferro lo sconquassa

portandosi nell’aria ingranaggi

e bei velluti;

la prima classe delle signore

e il legno sporco, dei tanti lavoranti

che sognano un migliore.

Un mondo di delizia e bambini

il sonno caldo, dei vasi di limoni

sul lungomare acceso.