Feeds:
Articoli
Commenti

FEDERICO GARCIA LORCA

Fate cantare ‘sti muri, ve ne prego
ché incudine è il silenzio
e le mie storie ferro.
Fate cantare finestre e girasoli
i morti nella terra tra cento passi e il treno;
lasciate entrare il vento nelle mie ossa cave
il dubbio e la certezza d’avere anch’io due foglie
due gemme aristocratiche che s’aprono a stagione.
Lasciate che s’immoli per me quest’agonia
di sassi e di letame seccato, di fossati
pieni di piedi e ginocchia, di ragazzi
che ora hanno imparato ad amarsi.
Fate largo
A quello che sarà la mia vita, da qui a luce
da qui alle terme bionde del miele, da qui
a Dio.

Annunci

ANNUNCIO RITARDO

Solo l’odore è rimasto impresso in tela
l’odore proletario dei freni quando arriva
il treno alla stazione di Porta Garibaldi
dove c’è uno che chiede cento lire;
e un altro impreca all’onda che uccide
al Vaticano.
Tra i cameroni marmo mediocre e l’eco sfuso
delle biglietterie sempre piene, il freddo cane
d’inverni che ci siamo scordati.
Si, l’odore, della Bovisa e i panni al balcone
della Fiera, odore di progresso e di fame stessa forma.
L’odore un po’ sfacciato dell’Acqua di Colonia
tra pendolari un piede nel sonno e i finti sciuri
con la ventiquattrore di pelle a farsi vanto
soltanto perché a pranzo c’avevano una stanza
un turno separato dagli operai baluba.
Gli odori della Edison la sera a casa mia
e quello del letame di chi onorava ai campi;
quello di marcio salito dall’Olona
e quello paradiso qui in terra della prima.
La prima mia morosa quando si sollevava
sottana e mutandine minuscole
e una festa, pareva il lunedì del principio settimana.

Rivedo, ad occhi chiusi, i passi incerti
la vita concepita rizzare il collo e andare
leggera, sulle foglie cadute e ancora verdi.
Rivedo quei suoi passi incoerenti farsi danza
un oratorio di perfezione; fresca e fina
come sa solo l’aria il mattino;
un modo antico, di prendere poi il volo
e franare sulle cose.
L’immortalammo con una mela
più per arte, che per sfamare un corpo già acerbo.
Là, per sempre, tra i viali delle cento fontane.
Dietro Roma, e il suo latrato lungo come il colore oro.
E dietro ancora un velo dipinto
azzurro e malva, l’acqua salata al porto di qualche bel paese.
E ancora più lontano il fiorire uomo donna
le loro gambe nude per confortare il seme
nutrirlo e darlo al mondo da giovani impostori.
Due bisce arrotolate nei sensi
innamorate.

Dice – i padroni son tutti uguali, Nani.
Mio padre in generoso dialetto.
Li ho serviti
in giro per Milano con un grembiule nero
un timbro, poi una firma, una sosta autorizzata.
Con il cappello in mano ho chiesto mille lire
il mese di Natale per farti un po’ felice.
Allora si ce n’era lavoro, e poche mani
ben sporche di calcina o di olio di officina.
Allora è stata l’onda dal Veneto e Calabria
due mondi messi insieme da pane e costrizione.
Che s’era tutti uguali ce lo insegnava il giorno
e dopo anche la notte, coi figli già dormiti
le donne senza voglia d’amore.
Il letto duro.
Allora si ce n’era lavoro, a averne voglia
coraggio e un po’ di buona creanza. E si rideva
il venerdì di ore pagate straordinario
e il sabato sovente; che in giro s’era in pochi
e si arriva prima con gran soddisfazione.
Come gli uccelli in fuga dal freddo, a fischi lunghi.

Ai ragazzini d’oggi a cui manca un prato
il fango, il muco sui polsini e le spighe nelle calze;
io dico le ho provate e amate queste cose.
E il fumo del carbone perché tirava piano
la stufa di quel buco di casa al piano alto
di un caseggiato con gli orinali, le ringhiere
gelate anche in agosto sotto una luna molle.
E il buio più feroce e anche l’incenso
di quando servir messa era un obbligo
il malore, di mamma coi collant mezzi buchi
il pianto muto, di quando divideva il suo latte
con me solo, e un tozzo di raffermo da metterci
e girarlo, così che diventasse più dolce dopo il giorno.
Io le ho provate e viene il magone se ci penso
che adesso siamo tutti alle porte di vecchiaia
e ancora ricordiamo il sudore appiccicoso
il ciao di certi duri traslochi, e la campagna
che a noi sembrava fosse dovunque.
Ve lo dico, perché ognuno di noi quaggiù in terra
è come Dio
e infanzia viene solo una volta. Amate bene
amate solo.

SIAMO BEN NATI NUDI

Siamo ben nati nudi, per via di verità
o per calibrazione di Dio.
Per dire il meglio, spogliati dalle nostre paure
dai deliri, con cui ci trasciniamo via l’ombra
anche di notte.
Siamo ben nati nudi, è così che ritroviamo
la tetta dell’origine e l’argento della voce.
Siamo ben nati nudi e risorgeremo tali
come la polpa del frutto, come il grano
divelto dal suo guscio di resistenza vana.
Risorgeremo persa ogni cosa, immateriali
la bruma sullo stagno sarà la nostra casa
l’amore uscito bene di bocca il suo romanzo.
Siam ben nati nudi, lo ricordiamo, ora
che dentro il buio siamo celesti, suono puro
pesanti e pronti a volare via, becco di giunco.
Siamo ben nati nudi, sgraziati, un poco curvi
ma abbiamo per le mani le vele dei vascelli
il legno sotto i piedi delle soffitte in cielo.
E somigliamo agli alberi all’alba, tutti uguali
diversi fino al sangue di scorza
sogni vivi.

Intatta, e bruna
come la Storia nei libri presi a nolo
che tanto dell’odore di mani altrui trasuda.
Intatta e quasi vergine agli occhi
nuda e oscura, di schiena
come i boschi della mia infanzia, e i ponti
marciti di carretti e canali tumultuosi.
Tra il fascio dei capelli e le trappole del tempo
c’è una ragazza d’ossa e peluria, una bambina
da Prima Comunione vestita, antica sposa.
Tra il fascio dei capelli e le spalle, l’arte pura
di tanta solitudine ai seni, il lustro marmo
da cui Pietà qualcuno capace fece parto.
Tra il fascio di capelli e il suo inguine
c’è un uomo, dipinto mentre beve la donna
mentre tace, e coglie le sue mele di vetro.
C’è un uccello
un passero del mare col becco giallo sale.
Tra il fascio di capelli e i suoi piedi
un nido azzurro,
un vincolo di vene chiamato Sant’Uffizio.
Un piccolo panetto di neve in una mano
la mano mia bambina che viene rossa, e sua.