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BELLEZZA VERONESE

Ripone con minuzia cenacoli d’inverno
mia madre, quando spuntano rose
e dà rifugio
al debole commiato di una coperta in meno.
Con le sue mani cipria dei santi, la vaghezza
con cui ricorda qualche canzone; ora che fuori
si piega come fece mia figlia a Villa D’Este.
La fila delle venti formiche, un tozzo in pane
dapprima sminuzzato e poi tratto in qualche dove.
Si piega come fanno quei vecchi
ci vuol tempo, ardire che la schiena ritorni su d’incanto
a prendersi gli zufoli d’aria di un bel marzo
il mese in cui svelò me nel mondo.
Aggiunge cose, forse dei semi in tempo a venire
come arredo, di un verde tra il paesano e il sambuco.
Poi dilegua
ritorna alle faccende di casa, alla finestra
nel luogo in cui la luna la osserva, e un po’ la indora.

E SONO 60

La generazione dei miei genitori ha vissuto la guerra
ogni genere di crisi, la fame. E ora, anche questa pandemia spaventosa.
Io che ormai mi ero abituato a correre per ogni piccola necessità
mi vedo costretto a tranquillizzarli a distanza senza essere credibile. Si perché,
il tono della voce, chi ti ha messo al mondo lo traduce subito.
Non sono affatto tranquillo, non lo sono da anni, da quando
nella nostra famiglia si aggira uno spettro.
Uno spettro che ci avevano insegnato a contemplare in età avanzata
molto più in là di quanto in realtà si sia presentato.
Eppure, non ci siamo mai pianti addosso, magari di nascosto
o meglio, nell’intimità della nostra solitudine.
Ci siamo adeguati a ritmi, possibilità, diverse; accettando di buon grado
i limiti che il corpo impone. Limiti che nel cuore, e nella mente,
si dileguano senza alcuna fatica. E’ vero, si impara il gusto nascosto delle piccole cose. E’ vero anche che ci si commuove con più facilità, ma in fondo è appagante. Senti salire quel calore incontrollabile che da principio cerchi di dissimulare, poi ti sciogli e ti senti migliore. Umano, ecco, umano.
Che strani questi 60 anni.
Da studente mi sono innamorato della possibilità di un mondo senza ingiustizie, senza classi.
Da adulto ho misurato meglio il calibro delle mie affermazioni. Anche se i principi
sono rimasti gli stessi, ho imparato ad apprezzarne le sfumature, l’infinita serie di circostanze per cui ognuno di noi ha ricchezza di idee da regalare.
Ho vissuto sempre con spiritualità le mie passioni, e scrivo spesso d’amore.
Sono ingenuo? infantile? patetico? può darsi, ma a 60 anni
non ho ancora trovato di meglio in questa vita.

ASPETTO IL BACIO

Mio padre non ascolta i saluti delle volte
continua a raccontare di un mondo dove
solo, coltiva fino all’ultima zolla la sua terra.
E io lo lascio fare, come un bel disco vecchio
perché sono il grammofono in forze
e lui i miei solchi, la musica degli alberi a Brescia
o lì vicino.
Il suono cupo e antico del lago che vien nero.
Mio padre crede tutti lontani quando chiama
e alza la sua voce come ci fosse un campo
tra lui e quanti ascoltano altrove, non un filo
un fascio di elettroni fantastico. Io rido
perché fa tenerezza, e l’ascolto come un figlio
che adesso è la sua mano potente, il passo breve
un piccolo gelato comprato il dì di festa
con pochi spicci messi da parte.
Aspetto il bacio.

MAGNOLIA

Da bambino
coglievo i fiori appena cascati
li pulivo,
e poi aspettavo insieme alle api il giusto corso.
Colore che declina da vivo
a quel, per sempre
che avrei succhiato in bocca con l’erba di domani.
La vulva e la pazienza degli alberi
la fede, nel vento e il sole arancio da est.
E’ stato questo, il primo insegnamento di sempre
prima ancora
che luce illuminasse la donna del peccato.
Prima dei grandi poeti, e i loro nasi
le schiene prone al canto d’amore;
prima ancora, del padre e le sue carte col vino.
Prima ancora, di madre e il suo grembiule di sassi
degli inverni, le file per il pane
tra sangue e indifferenza.
La vulva, e la pazienza degli alberi
il bel suono
frugato tra le foglie come avrei fatto altrove
coi tuoi capelli neri di creta, coi tuoi seni.
Il suono antico, del corpo mentre tocca la terra
il piede l’acqua, e il labbro in predicato d’amore.
Il suono ovale, del mirto tra le dita di un bimbo
quello tondo, del ghiaccio che si scuce nel mare.
Il tuo, perfetto, di quando godi e sembri un ciliegio
una magnolia, esplosa in barba al grezzo del mondo.
Ascolto, imparo.

CENTODUE COLOMBE

Quanto mi duole quest’ora di mancanza
questo mio labbro spaccato, semiaperto.
Il tuo dolore è come quel fiume
varca a notte, confini corporali precisi
troppo brevi.
Troneggia così fiero il mattino in controluce
che l’anima ti vedo scalciare come un figlio
tra i segni secolari del fuoco e il mirto scuro
là dove il sesso nudo riposa in te, guerriera.
Non assomigli affatto alle centodue colombe
alle chitarre d’Andalusia, alle guglie d’Austria.
Non assomigli ai cedri del Libano, alle statue
ai campanili vecchi dell’Oltrepò pavese;
non assomigli a Lorca e a Neruda, Bach o Schumann.
Il volo dello strazio ti ha trattenuta in terra
tra queste scorze dure di stelle, gli orti, i pomi.
Se tendo alla tua foce l’orecchio
sento appena, il sangue delle rose sul petto
scava piano, prepara fioriture d’urgenza
primavera, un fregolo di ali che ascendono
leggere.

Come una foglia d’acero
la mano rossa sopra i pensieri.
Come un seme, che lieve bacia l’acqua
prima di darle un figlio;
è questo bel fervore di te, mia primavera.
Come una foglia d’acero poggiata sopra il viso
destino della guancia e il suo bacio seminale.
La prova d’esistenza del vento
se la lascio
e dentro il mio giardino d’inverno
fa poi l’onda, un volo repentino d’uccello
un bell’andare.

SCORRE IL FIUME

Forse è il momento di intercettare il sole
un letto senza spine, una semplice caduta.
Si possa poi mostrare il ginocchio sporco d’erba
il labbro di saliva bagnato, l’occhio pieno
del bel futuro nudo ai ragazzi.
Certo, ora, che il treno corre senza ragione
e la collina, ha il lato ovest molto più netto.
Eccoci umani
colpevoli d’amore profano e di bellezza
colpevoli dei baci non dati, e di parole
pesate come mele di aria e sabbia fine.
Eccoci teneri amanti, pioggia verde
per l’utero di terra, di cavità e diamanti.
Ed ecco, ancora, questa preghiera semplice
pura.
Scorre il fiume.