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NON MI PENTO

Si dice faccia ridere i polli
il latte alle ginocchia, o altre amenità.
Chi scrive le poesie alla mia età è un genio fesso
un vetro da tirarci sassate, un vuoto in bocca
che a volte fa sorridere, se ti va bene, ed altre
ribrezzo per il tempo passato.
Miei poeti!
ci vuole carta bianca da culo per tentare
la passera negli occhi e l’uccello spesso duro.
Così vengono fuori parole, e non vergogna
un animo gentile o il carattere scontroso.
Ma è come un paravento abbattuto, essere nudo
ed aspettare l’acqua verso le sette e un quarto;
quando sospinta dal Dio che lui può tutto
ti arriva fino ai piedi e poi oltre.
E allora godo, mi sento vivo e un po’ minacciato
ma va bene
qualsiasi cosa è meglio del nulla incravattato
del dieci alla condotta morale, cento anni
da servo senza battere ciglio.
Non mi pento.

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ospite del blog Liminamundi, con 5 inediti

LIMINA MUNDI

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MASSIMO BOTTURI

A MIA MADRE

 Quasi cadesse ancora quel filo d’erba nuova
dalla tua mano e hai appena due anni
ora che in fila, aggiusti il borsellino
per quando sarà il conto.
Le poche tue cibarie, un flit per i mosconi
galanterie portate da casa in questo uffizio
dove le giovinette sistemano scaffali
e taciturne vanno alla pesa.
Sempre attenta, io t’ho veduta in queste faccende
un soffio d’aria, versata d’innocenza sui vortici del mondo
tra le rotonde e i clacson sguaiati
luminarie, file di denti come promessa.
Ora sei china
non più al figliolo nudo dai gomiti incrostati
ma alla severità delle vene, delle ossa
di ciò che ti sorregge a fatica
senza un pianto.

QUANDO POI SMETTE DI PIOVERE

Quando poi smette di piovere, fa strano
e sembra che più niente ci sia a volare…

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GLI OSSI

Mia madre l’ha mai avuto un costume per il mare
oppure si, e adesso è nel vento.
Papà, invece
è stato un olimpionico a tratti
una gran schiena, e piedi di animale capace.
Han fatto presto
con l’innamoramento e il figliare
erano terra, straziati ed obbedienti alle regole del tempo
del seme e del letame;
del correre, poi dopo, nelle officine a ore.
Adesso sono usi, nelle serate chiare
guardare più lontano per ricordare, ancora
le arance al matrimonio, il sole al porticato;
i sandali di lei fatti in corda, e il cravattino
più scuro di mio padre per i cerimoniali.
Si siedono con l’aria di fronte, stanno insieme
e gli ossi piccolini ritornano a frinire.

IL CORPO ABITATO

Questo minuscolo spazio ti contiene
diviene vastità se abitato, campi a grano.
Diviene la città di Babele, torri alte.
Questo minuscolo corpo ora è di rose, argento
e salamandra in colori. E’ come un nibbio
che passa le risaie allagate fino ai monti.
E’una feluca
rivolta ai sette mari, alle piane delle arance.
Questo mio spazio ospitale è un carro alato
se tu ci vieni sopra come una dea fanciulla
tu donna dalle gote scavate.
Viene immenso
immenso come l’acqua di oceano, la più fonda
dove meduse di vetro fanno mostra
dei loro trasparenti dorsali.
Viene forte
mondato da fatiche e malanni, una nidiata
di anatre che alzano polvere, e rumore
il suono dell’istinto vitale mai cessato.

E’ la memoria dei baci che ci salva
delle carezze a bocca di latte, i fatti giusti.
Sono le lettere scritte con coraggio
il fiore del perdono che emana il suo profumo.
Un piccolo regalo lasciato nottetempo
per dirmi che le ore al lavoro sono niente
confronto a quel sorriso di quando torni a sera.
E’ la memoria dei gesti, delle danze
di un corpo che necessita un altro, delle Muse
chiamate Primavera o brinata sopra i campi.
E’ quella voce acuta dei ragazzini fuori
il loro rianimarsi quando è già alto il sole;
è questa lingua lunga del cane sulla mano
la coccinella muta e improvvisa
il verso e il fischio
per fare che gli uccelli rispondano.
E’ nei vecchi, nei legni che ne reggono il peso
il loro andare, là dove il miele ha origine e chiama.
Ricordate, mettete i piedi in terra e feritevi
è la vita.

PRIMA DELL’UOMO

Io, come un sasso di porfido, un ruscello
svanito in un catino salmastro, un lago informe.
Avevo forse dodici anni, poco importa
ricordo che di acerbo sapevo se mordevi;
se solo avessi avuto accortezza di toccarmi
là dove il seme ancora non figlia. Una promessa
come lo sono gli acini verdi, i rondinini.
Ficcato come il sole che perde esuberanza
nell’acqua dei canneti che mostra la sua fine
il verde delle foglie imbevute, il suono sordo
del corpo che amoreggia il creato.
Schiena arresa, più delicato di un truciolo
o una brisa, finita lì per caso gettata da qualcuno.
Le braccia come Cristo alla croce, il riso largo
dell’innocenza e il canto d’amore.
Poi il richiamo
passato come un treno rimasto inascoltato.
Non esserci per niente e nessuno, anche per poco.

INNAMORARSI

E’ così che è cominciato
il fascio dei capelli mi ricordava il fieno
il collo nudo venti bottiglie
là in cantina, settembre di quel buono
pigiato di gran lena.
E una pagliuzza fragile all’occhio
i mandarini, e i fianchi prepotenti
in grembiuli taglia in meno.
Così ho voltato piedi e manubrio, la mia sciarpa
il gallo che cantava tre volte.
E ti ho veduta
ti ho scritta nella testa come un piacere antico
un lavatoio donne che cantano, un sapone.
E’ cominciato come una nave ancora in porto
il rombo del motore che annuncia caldo ai pesci
il verde alla ciliegia che timida m’implora
il sole pettinato di maggio.
Il succo in bocca, del tamarindo e poi dell’anguria
ed ero un altro.