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In genere, a quest’ora, mi butto giù col vento.

Trovo il coraggio di certe pietre dure

che stanno sotto l’acqua da quando sono nate.

Non prima d’aver bene compreso il caseggiato:

ad ogni fila un uomo coi muscoli

un ragazzo, bambini che hanno appena mangiato

donne sole.

In genere, a quest’ora, son bianche le francesi

hanno costumi sempre alla moda, piccoline

di seno e giro vita, ma è solo un puro caso.

Poi arrivano gli uccelli a beccare qualche avanzo:

si posano vicini che quasi puoi toccarli.

Hanno la confidenza di certe ragazzine

che un tempo mi guardavano in bocca

e un po’ sorrido.

NIENTE MISURA

Vestita della tua nudità, sei come pietra

Più bianca di così solo la neve infanzia

le tende alla terrazza di Amalfi, l’innocenza

d’avere praticato l’amore negli alberghi.

Scappata dalla tua nudità hanno sciolto i cani

allertato le infermiere a riposo, e tutti i sarti

di Via Del Corso e annessa provincia.

Ma non sanno

che il viaggio è terminato qui dentro le mie tasche

tra le colonne d’Ercole di questa porta al buio;

qui dove niente misura sei da dietro

e sonno di leonessa tra gli inguini. Toccata

hai la regalità della manta, odore forte

di umido e frutteti, sei come levigata

milioni di carezze che ho da imparare ancora.

MATER

Il pasto di una mela

dell’acqua per ristoro.

Si impara la mitezza dei fiori quando è sera

ci si carezza su per i piedi.

Là, per strada

la luce va menando la coda come i cani

son come braci vive di stelle ora i lampioni.

Lei annusa da lontano l’arrivo della pioggia

lega la tenda, pone via il pane, scuote il lino.

Dietro quel cero, sulla credenza, lui:

gli parla come avesse vent’anni

vuoi da bere? Son queste le parole

che prime praticava, accanto al fuoco

nella campagna. Poi mi vede

ma è come non ci fossi, prosegue con passione

mi sembra d’intuire canzoni or ch’è serena.

MIA REGINA

Ciò che intuisco sotto il tuo vestitino

sei tu a trent’anni, invidia dei Proci.

Te, nudata, privata della seta

che non si nega agli occhi.

Quello che vedo, adesso che son corti

è quel passaggio pieno di vento per le navi

la gola della cerva, il catino per i piedi.

Quello che soffro, adesso che tu soffri

è quel piacere un po’ evaporato

un po’ annusato

come memoria ai giorni migliori.

E ancora nuda

ti viene verità nella bocca

e io ne bevo.

ESILE

E sento crescermi i versi più sinceri

i versi di una vedova, colletto inamidato.

Quel suo vagare lento di mani dentro il letto

cercando le conchiglie del nubifragio amore.

E sento spandersi intorno semi antichi

parole per orecchie feconde, orecchie terra.

Rinato da un sospetto di buio, come il cardo

il tulipano Lazzaro che dorme secolare.

Sputo l’argento del mio dialetto nano

porto la bocca di albatro nei cieli

il gesto, che m’è stato insegnato, della croce.

Il più prezioso bacio nel palmo del dolore

per ammansirlo e farne liquore.

Sento

Ascolto

riverbero sull’acqua come una lunga fronda.

Non si distingue lacrima piena

da quest’onda.

AD OCCHI APERTI

Come migrato, un uccello senza peso.

Mi piace immaginarti finito su in Germania

andato per lavoro per via di meglio paga.

E noi qui ad aspettare sapendola bugia

fingendo le parole che forti promettevi

seduto a capotavola da re senza lo scettro.

Ma viene qualche volta da ridere, e poi penso

che forse fa peccato

ora che hai le mani in grembo

e in fila nella mensa di Dio sei ancora in piedi.

Il mio, di sentimento, l’ho più da qualche tempo

mi pare di vedere di là, come nell’acqua

ad occhi aperti su un altro mondo.

Ma poi torno.

oggi sono 4 mesi che manchi, ciao pà

MOON IN JUNE

E te lo voglio dire

che questo è il meglio tempo.

Tra poco sarà estate di calendario e fuoco

ma ancora osa la cenere in terra delle rose

le prime scaturite dal tuo ventaglio azzurro

le prime, adolescenti, come i tuoi seni neve.

E’ il tempo che dai vetri ci irrompe il gelsomino

il nobile ciliegio dagli orecchini scuri;

il tempo in cui le gambe diventano compassi

per far entrare l’aria nel tempio dell’amore.

E te lo voglio dire di tutta questa luce

che batte sulla fronte e poi scansa per pudore

dell’emisfero bianco che trova sulla schiena

sui fianchi carezzati sì a lungo

che ti duole, se con la bocca provo a chiamarli.

Devo dirlo

che nudi ci ammaliamo di niente, e tutto tace

davanti al sentimento di stare in questo mondo.

MEGLIO DI ME

Questa vaniglia di terra tra le mani

terra di poche pretese, d’unghie sporche;

la lascio alle novizie e alla loro gioia in Dio.

La verità è che lo scrivere è più serio

più di un tramonto in collina, o del dormire

con l’occhio verso i missili a Cuba.

Ci ho provato

tendendo qualche volta le vele al vento giusto

il naso ai frutti buoni, toccando poche cose

come ha insegnato mamma dentro le drogherie.

M’è uscito dalla bocca l’amore per la vita

il suo dolore forte quando chiedeva scusa.

Tradurlo in bianche barche di carta

è stato impresa:

c’è sempre un temporale in agguato

una vecchiaia, o il semplice malore alle dita

degli infermi.

E’ nel silenzio di chi sta per andare

ciò che mi manca per farmi uomo vero.

Or lascio che mi parli la foglia

il rampicante, la pioggia sopra i coppi spezzati.

Il mare informe, quando con bava alla bocca

tenta il salto.

E lascio il passo al gregge, alle capre sulle rocce.

Ci sono canti pieni d’amore dentro l’aria

da casa a casa un volo di tortore, poesia.

Ogni nottata mi duole il corpo amico

sarà che sento l’ore svuotate, qui al paese;

il padre mio in grembiule che corre per lavoro

mia madre col cappello che porta fuori il secchio.

Ascolto l’orazione che dal ginocchio sale

i grani di rosario degli ossi, stessa strada

che il tempo scaverà in mia dimora.

Ogni nottata

io tocco i fianchi nudi della mia donna amica

li sento un poco gemere, così poi li consolo

con baci fabbricati da un uomo di cortile.

Ogni nottata un poco svanisco, e sul lenzuolo

si imprime il messaggero dell’arte più sublime:

lasciare in questa vita pastelli di dolcezza

la tenerezza per la progenie, il dito teso

che indica la luna e la sua immensa schiera.

CHECK IN

Io l’ho veduto, seduto su un aereo

il giorno che non fa mai la notte.

Luce opaca, tra gli emisferi tondi

di mondi quasi uguali.

L’America dei film col sapore del rimorso

le cattedrali oscene vetrocemento e acciaio.

Ci son cascato dentro in un sonno senza pace.

E ho visto le feluche sul Nilo, sabbie rosse

le pietre millenarie orientate con le stelle.

E ad ogni porto donne magnifiche

e poi palme, trofei d’avanspettacolo

esposti bene in alto.

Ma il viaggio a cui son più affezionato

è questa vita.

Tornare dal lavoro tra bocche di leone

sfiorare la tragedia ogni volta per un soffio.

Entrare poi nei tuoi fianchi magri come a un fiume

un corridoio al meglio museo

turrite e merli, vicino alla tua bocca

che pare un lungomare.