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Archive for novembre 2011

BLUES N.2 CINQUE FRAMMENTI

Il piatto della doccia ha un rigurgito di bile
io sto finendo un altro dei libri senza senso;
seguo le pagine al buio
crespe
fonde.
I viaggi di qualcuno che non ha fatto un passo,
che ha stinto letti interi
senza mai uscire fuori.

**
Quindici rughe, un giorno
ho contato alla sua faccia.
E gli ho telefonato per dirgli ch’ero amico,
all’ora che si mettono a tavola, ma è uguale
i figli mai sapranno come ci intendevamo.
Un giorno gli offrirò il mio Cordiale,
io non bevo.
Gli occuperò le mani scaldandole col fiato.

**
Qui si spalanca tutto
come se fosse niente;
i rumori fanno banchi lunghissimi al mercato
il cielo, piano piano
è un cucchiaio di vaniglia.
Qualche frammento ancora mi scappa sotto il treno
immagini
ritagli,
un risata scema.

**
Mia madre con i piedi al catino
il beccafico
le vasche secche d’acqua piovana.
Tutti bianchi
sono i vecchietti nelle camicie;
stanno ai fossi
piegati come nudi cipressi di novembre.
Vanno cercando in specchi d’inganno
la cicoria, o forse solo il volto
tenuto in naftalina,
il dente d’oro, e viene l’allodola
poi mena.

**
Scricchiola il grano raccolto, come gli ossi
come la lingua nera di capra, il diavolaccio
la cerimonia delle parole ai lavatoi.
Verdemaria, che grida puttana!
E poi si pente
perché lontana dalla sua casa
sta la figlia, aperta
come fanno le rose nelle offerte
nei libri che raccontano il ghiotto delle notti
la perdizione in baci d’incenso
il petto nudo, che allatta e tiene fuori la morte
dal suo uomo.

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BLUES N.1

Abbiamo avuto tutti una donna nell’infanzia
che ci leggeva i dadi chiamandoci futuro.
Una carezza quasi lasciva tra le cosce
dal prete di campagna
da una cugina pazza.
Un cane che leccava le mani al tuo ritorno
e la camicia appena stirata di tuo padre
fatti importanti che non si chiedono;
e poi estati
finestre spalancate sul nulla.
Dentro e fuori
lo stesso puzzo basso di fabbrica spremuta
di erba rasa tardi, nell’ora delle fate
delle pignatte messe allo sgocciolo.
E poi ancora.
Il disperato pianto alle sale da barbiere
il freddo sulle gambe delle sedute in cuoio
la frangia rotta, testa di uovo!
E poi le feste
farsi la croce in chiesa, sperando uscisse sola
guardarle le tettine cresciute
e dar di matto.
Sfinirsi sul pedale di un motorino in panne
pippetta di candela bagnata
cinquemila! Le lire di miscela per far la settimana.

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ADAGIO

Adagio, come acqua alle fioriere;

ti apri adagio all’aria di terra

al suo rifugio.

A vanghe ritte presso le reti, adagio

e sola

sulla terrazza al gusto di notte.

Tu, e il principio

l’opacità del suono nell’acqua

il seno nudo,

di fronte al mondo troppo occupato a bersi gli anni

in osterie dai vetri crepati.

Adagio, e in rotta,

sensibile a tre gradi di luna

a un acciarino, d’un ragazzetto giunto a spiarti.

Adagio, e sola

come una lepre vinta da un faro;

tu, betulla

capace a farti nudi i pensieri

a dirti – sciocca!

Col calice dei vino finito,

non l’amore.

Massimo  21  novembre  2011

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QUARANTA OCHE

Quaranta oche al prato,
tutte le sere in libero arbitrio.
Oche bianche.
Quaranta oche, appuntati il numero
è importante
come importante è il tuo firmamento
e starti accanto
tutte le sere che io mi volto
e sei vicina, con quelle gambe ancora
non pronte per le calze.
Unite, belle
sopra il sedile a farmi sul serio questa vita
che più matura e più mi fa sangue il digiunare
il suono che fa un albero
la coda al temporale.
Quaranta oche per ricordare,
e non capire;
quaranta campanelli di neve in piena estate
la strada con i sassi
le donne da moroso.
Quaranta oche, e me
che sto a scrivere conventi
col male nella gola e nel petto
il cuore a posto.
 
 
Massimo  01  ottobre  2011

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