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Archive for febbraio 2012

UNA LEGGE NATURALE

Il suono che seguiva in ritardo c’era strano.
Eppure sapevamo del lampo, giù ai noccioli
come tremava il cielo e le foglie in divenire.
Così fu anche quello che dissi dopo il bacio;
le mani sulle orecchie non ruppero il segreto
la vastità di dove stavamo per andare.
Le mani sulle orecchie facevano che uscisse
da te una bocca meglio precisa
un punto fermo, sul quale farmi ciottolo di strada
francobollo, interruttore e lingua limone.
Là ti scrissi, ti lessi
e ti spogliai con un niente lungo un mese.
T’innamorai a cercare la voce alle chitarre
l’odore della carta dopo mangiata agli occhi.

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LE ORTENSIE

Sembravano tuonare, le ortensie, nel giardino
quando nascosti bene per gioco là amavamo
fare come gli uccelli che s’alzano, improvvisi
per correre alla tana da tutti noi decisa:
la bocca di una vecchia fontana.
Era settembre
il fresco delle sei della sera ci incontrava
come le madri uscite dagli stabilimenti,
pronte a dettare burro e due cose per bottega.
Un’ora solamente e poi casa, era settembre
il rischio grande d’esser felici a poche cose:
i fuochi per il santo, le bancarelle e i dolci.
Il rivolo che s’era formato il nostro fiume
la meliga e le vecchie robinie un po’ Salgari.
E poi i saluti dalle ringhiere
giù in cortile, le bici incatenate, i gatti rossi usciti
a fare scorta d’ultime luci
e poi la notte.

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Io, a te, quella carezza
non te l’ho mai veduta.

Entrati dopo un viaggio nel giorno d’asfissia
tu ti sciogliesti subito in pianto
come niente, e nessuno fosse lì a disturbare
un corpo adagio.
La mano sulla fronte di lei già andata altrove
e subito comparvero le frotte di galline
le faraone e il grano a manciate.
Lei, il suo sonno
la cera da bambina un po’ stanca
in fondo un nulla, ci tiene in questa parte
d’accelerati inganni.
Un nulla ci colora, e ci toglie scarpe e stringhe.

Poi l’hai baciata al freddo
io non dicevo niente, guardavo te
e scoprivo mia madre
il lutto santo
la dignità che piega la schiena e non l’orgoglio.
Il fazzoletto tutto sciupato
bianco neve.

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ECCO, ARRIVA IL TRENO

In ogni caso
giustifico i miei lividi, la pelle d’oca
e gli occhi
che gonfi d’aver tanto dormito, tu non guardi.
Giustifico la mia testa rotta
e anche la bocca, che passa il tempo chiusa, come le sacrestie
del Portogallo in tempo di semina.
E il pastrano, sepolto in un armadio
perché ha un colore triste.
Giustifico quel metro di freddo in mezzo al letto
le mie ginocchia come due mele senza semi.
Giustifico quel dire tre volte a lei le cose
l’orecchio suo ricolmo di cera, le sue mani
un tempo privilegio di sarta, ora gattacce
anemoni sfioriti, pietruzze di fondale.
Giustifico anche i lucidalabbra, smalti e unghie
i polpastrelli d’una ragazza senza tocco
l’indecisione sopra il telefono
il suo viso, che cerca qualche complice
in vena di boccacce, di complimenti sconci
e biglietti prima classe.
Giustifico le cinque commesse della Standa
quell’unica che mise la scarpa intorno al piede
chinandosi che tanto sembrava Gesù Cristo
soltanto perché a casa così le hanno insegnato.
Giustifico le mie dieci ore per mangiare
portare a casa i soldi per le bistecche e il pane.
Giustifico lo scrivere, patetico e metodico
il fare giorno tutte le volte che lui vuole
il suono dei miei passi, e quello dei tacchetti.
L’attraversare dove i binari fanno figli
per arrivare fino alle panche del creato
ai fari che ci dicono – ecco, arriva il treno.

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NOTTURNO

Mi dai il respiro forte dell’unico stanzone
quando dibatti
e pare, il tuo volto, un melograno.
Là ascoltavo
le parentele farsi coraggio, a volte amore
col ticchettio periodico e lungo di un rosario
poggiato alla testata del letto.

Ma capita, talvolta, che t’addormenti prima
piegata da una forza che non sai contenere.
La tua risposta allora si fa meno decisa
confusa, e pare acqua di scarto
una marea. Che bassa lascia cose intentate
in riva al giorno.

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SONO OSPITE

del prestigioso Blog di Abele Longo
con tre inediti

http://neobar.wordpress.com/2012/02/12/massimo-botturi-non-mi-svegliate/

grazie Abele, e grazie a chi vorrà darmi il piacere di una lettura

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SE MI VOLTO UN ATTIMO

Uccido, qualche volta, il mio vizio del futuro
un pezzo del sorriso che tanto hai predicato
e senza avere altro da dire
guardo indietro.
Ai tempi dell’asilo, del refettorio buio
finito poi che aveva, una suora senza velo
di riordinare piatti e pignatte.
Là io resto, e aspetto con la sciarpa mia madre
ultima sempre
ma non per questo meno graziosa.
Aspetto e grido
ché la mia voce aveva l’accento degli storni
la fiaccola portata dalle cicale, l’eco
l’impazzatura di quelle nottole finite
per sbaglio nelle stanze ormai vuote del riposo.
Aspetto l’Argentina dei padri,
il mio fumava, grattava la sua gola col bianco
e poi incantava
sopra un tappeto di muratori là venuti.
Lui e suo fratello amico, e quell’altro dita mozze
il fisarmonicista coi denti grattugiati.
Aspetto l’imprudenza delle vecchiette in chiesa
i loro traballanti foxtrot di varecchina:
quelle leccate lunghe e profonde tra le panche
quando il Signore va a coricarsi
e non c’è il prete, non c’è bisogno d’abiti a festa
o di breviari.
Aspetto la flottiglia di rondini, il carbone
e gli alberi di pesche di Mimmo fare i fiori.
Aspetto i sassi piccoli sulla mia tapparella
il segno di affacciarmi e d’andarmene con loro.
Aspetto che mia madre mi tiri il dente, piano
per piangerle tra i seni
soltanto per un poco.

Massimo 01 febbraio 2012

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