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Archive for maggio 2012

LE PICCOLE GIOIE

Di arance per Natale,
di noci e fichi secchi; un terno
cinque lire.
Piccole gioie cambiare di reparto
avere la finestra vicina, i prati intorno
anche se il ferro asciuga la lingua e le gengive.
Piccole gioie tuo figlio che ha segnato
la maglia che si sporca per terra e non fa niente;
piccole gioie mamma sta meglio
il mondo è rotto, ma noi gli abbiamo messo una garza.
Olio e sale, piccole gioie il pane più semplice
un’anguria, da limonarci il ventre ad agosto;
piedi nudi, piccole gioie stare seduti quando è notte
provare a fare il conto di stelle
ma non viene, perché pare si muovano
e sei tu, fin troppo vivo.

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IL POSTO DELLE FRAGOLE

E’con molto piacere che vi annuncio l’uscita de “Il posto delle fragole”
nel link allegato tutti i dettagli di un lavoro che mi ha visto impegnato assiduamente negli ultimi mesi. Il libro contiene alcuni testi pubblicati nel blog, qualche ripescaggio rimaneggiato da lavori precedenti, e molti inediti.
Ringrazio Menotti Lerro, curatore della collana – Poeti senza cielo – per avermi dato questa opportunità.
E ringrazio ognuno di voi per l’attenzione che mi concedete.

http://www.genesi.org/libri-massimo-botturi-il-posto-delle-fragole-14507.html

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I giorni del contratto, le sue complicazioni
le volte che a ora tarda venivo tra le gambe
per reclamare il pane degli angeli.
O le notti, passate là di fuori a fumare
senza trucco, vestita più imprecisa
con l’aria dei canali.
Dimentica le gobbe degli animali
i fusi
la fabbrica che ha preso i tuoi fianchi come un ladro;
dimenticati il buco alla terra, le orazioni
i fiori da decidere, la maglia da passare
sopra le spalle mezze dipinte di tua madre.
Dimentica la strada dei tanti basso ventre,
vescica esausta e tutto un vedere, qua dal ponte
la gente con la fretta nel culo.
Scorda il pino, l’alloro e il mandarino in cortile
le sue braghe
diritte come un palo, ma spento
inverno e sera.
Dimentica la rosa che ho messo nel bicchiere
il calcolo del suo quieto vivere
il domani, bruciato
come quei tristi arrosti il giorno a festa
da due novelli sposi malati.

E vieni un passo, un passo più un eterno bussarmi
vieni e ascolta
quello che dice un bacio è l’adesso
il resto è niente.

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LA TEMPESTA

E non m’importa del seme sradicato
dell’alberata braccia protese
dei cavalli
che cento, forse mille, già battono sul muro.
Natura e privilegio m’è l’esserti vicino,
sopra le tempia, uscio del fuoco;
benestante
dell’oro dei capezzoli e dell’ombra del mascara.
M’è privilegio e risa felici, pasto nudo
protervia sdolcinata del fiore che s’allaga.
M’è privilegio come tra l’onde farmi remo
cavare luce e aria con bocca da gigante
con occhi liquefatti e guardinghi.
Ché sicura, tu sei come lettiga in stagione di bufera
come la piaga avvolta nel lino
rossa
scura;
la via di guarigione che, netta, fa l’amore.

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NERA

Mio sangue perfetto, tamarindo

la tua maniglia è chiostro per ciechi
è pube fulvo;
lucido come la felce nel piovuto
come la canna d’ogni fucile nell’agguato.

Sangue mio umile e barbaro, gentile

nell’orinare hai spazi di melo, addii tremendi
l’intensità di quelle fornaci, notte giorno
la pelle proletaria delle mie madri in piazza;
come tenaglie ai banchi d’arance, come uccelli
di campanile e bronzo speciale.

Sangue santo, Ignazio e Sebastiano

mia donna delle grazie

sangue perfetto in piedi d’ulivo
sangue e vino

fammi mangiare il cibo dei ricchi, uno soltanto
sotto la gonna tua di vaniglia e citronella.
Ché nuda sei l’America intera, e il sant’uffizio
la tibia dei miracoli e il pozzo,
il ventre d’oro.

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GIOVANNI

In fondo coltiviamo la stessa aria sottile
il collo un po’ sudato dal correre
le mani, spaccate dalla pietra
che qui non ha colore.
Se ti chiamassi ancora verresti sulla porta
un osso da spolpare, sorriso di certezza;
il gesto patriarcale di farmi entrare, svelto!
Vicino alla voliera tua amata
a cose antiche.
Se mi chiamassi sotto a un balcone
avrei sei anni, vertigine di sangue
come del mosto in tino;
sfacciata gioventù nelle gambe
e poca cena,
per un trasalimento improvviso d’avventura.

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APNEA D’ESTATE

Vecchi profili di gas, alti una staggia
pareti dove crescono mandorle
e urticanti. Io ne ho bisogno in grande segreto
come l’aria, dalla finestra tetta del mondo.
Come te
busto di mela fuori lenzuolo
apnea d’estate; di te che fai finire l’origano
e i tuoi libri, con stessa mano d’osso
e scintilla.
Ne ho bisogno
come lo sfinimento dei gatti dietro casa
come gli uccelli scesi a dispetto
becco aguzzo, sulle persiane quando ti alzi
e io m’ammalo, veloce della tua nudità.
Ne ho sete e fame
come il ramarro all’aia, alle sponde della legna.
Ne ho sete come l’ape caduta nella rosa
materna rettitudine e giubilo
memoria
della fermezza e della magnanima
sua grazia.

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Mai vi direi del mio male nella bocca
del sangue che ha sapore del ferro
quando m’alzo, e sporco il lavandino
di gocce calde e scure.
Vi direi mai d’otto peli grigi al mento
del tonfo di campane a noleggio nella pancia;
la cena un po’ indigesta
c’è tutto da lavare.
Vi direi mai del rumore dei vicini
le loro grida idiote ad un gol; quell’abbaiare
che fanno i cani troppo nutriti e un po’ annoiati.
Del mio ginocchio soldo bucato
delle tasche, dove ho perduto cose da ricordare.
E gli occhi
dell’impiegata in cerca di supplica, nei miei.
Occhi che han preso gli insulti, forse botte;
che han fatto solo ieri l’amore
ma era niente. Un viaggio su una strada bagnata
senza scarpe.

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ARGOMENTI

Tirarmi fuori poesia ci vuol pazienza
un dito di cognac sul dente che fa male;
l’odore delle vecchie osterie che viene basso
nelle mattine un poco scurrili dei paesi.
Ci vuole un secchio con l’acqua marcia, e fiori
che aspettano al cancello dei morti;
le sottane, messe a lavare il primo del mese
e ancora appese, il quindici che c’è luna piena
e piove a ore.
Ci vuole un mancamento d’amore, il tuo ritorno
il fianco che si snuda nel muovere la terra
nel riordinare vecchi cassetti.
Del tremore, che fanno le tendine lasciate all’aria
rotte, negli angoli per troppo toccarle
certe sere, che mai venivi dentro la strada
e io smaniavo.

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LE FOGLIE

Mi piacciono le foglie ancora non mature,
tutto il futuro ch’esse mi esprimono
sfacciate. Come si sfregano accanto
libertine, senza bisogno di sesso e di malizia.
Mi piace come ancora ci insistono a drogare,
con la bellezza tutta di pelle e carne viva;
con quelle mani sempre in solfeggio
magre, molli
capaci di aggraziarsi la luce, o dar di matto
nel vento spacca sassi di un temporale.
Si, mi piace
come ci stanno a lungo a guardare
se ci amiamo, se spazzoliamo i nostri capelli
o cuciniamo.
Mi piace come fanno a morire, senza un grido
e poi la lucentezza con cui prendono l’aria
di fianco
un po’ di schiena
davanti,
nella bocca.
Mi piace quel risorgere al secco, silenzioso
lontano dalle sedie e dai ciack
dai bigliettai. Lontano dalle camere oscure
dalle bande, i fuochi del patrono
i monelli ruba frutti.
Mi piace, quando torno, toccarle nell’odore
averne nostalgia. Capirne i filamenti e le vene
berci dentro, fino a sentirne il freddo
che han preso tutta notte.

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