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Archive for dicembre 2012

IL NOME DI DIO

Non dirmi l’esistenza di dio nell’arte ai muri;
non nell’ottavo fiore
nel fulmine sul mare.
Dimmi che dio è un bambino
col pane, alle betulle.
Che il bianco carapace è il suo trine.
Dillo bene
ché più sta nell’abbraccio di un albero l’amore
che in ottomila libri sacrati dorso in oro.
Dimmi che dio è l’onesto che paga
e che l’inverno
lui sente il male in tutte le ossa.
Fallo andare,
ad ore dove il sole è un’ipotesi,
al lavoro;
sulle corriere colme di puzzo, sonno
e fame.
Su per i treni dove la gente non ha piedi
ma cavità e tremori di freddo
sulle navi, che il sale fanno a pezzi
e si perde l’orazione, il senso della casa
del nord, della morosa.
Tu fallo addormentare in un Cine,
giacca in mano, per troppo ferro fuso
che ha in corpo. Digli andiamo
quando alla gonna d’una si perde
e poi più niente
gli sembra avere un senso
se lei non è contenta.

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GIOVANNI

Come tastava l’uva, Giovanni, non ce n’era.
Con lui le cose vive
smagliavano, più intense;
come la cioccolata ai bambini
o il primo si.
Da lui imparai che l’albero è donna
e che il sorriso
seduce più del pianto e l’onnipotenza in corpo.
Che il bello di un bastone
non è agitarlo in aria,
ma tenderlo per terra a sorreggersi il cammino.
Ch’è buono ad indicare la pioggia oltre il veduto.
E il culo della luna
quando sei vecchio, e lento
ed ogni cosa è grande come una processione
e vale quanto vale la vita
o una cadrega
di fuori dalla porta
quando la sera è in strada.

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RITRATTO NUMERO UNO

Se le tue trecce grigie cambiassero il mattino
a me non era dato conoscere:
levato, nel tempo che già otto stoviglie smerigliate
facevano la posa dalle tue mani intrise.
Raccolte come un nido di passeri in due crochi
la cenere di mille vestali le colmava
un labirinto avvolto in foulard di rimembranze;
mani di bimbo sulle sottane, come spighe.
Il desiderio d’uno che arrivi
e porti nuove
da quella terra dove si parla più pulito
e il pane costa meno di qui al consorzio antico.
Mitica donna vene di angelo
Sorbona, dei pasti da cortile e di lazzaretti in fiore
di concimaie e vacche da latte,
tu e il tuo dire
che se ci fosse un dio abolirebbe il ladro
il lutto, il vino mezzo aceto da bere con i morti.
Abolirebbe grandine e fuoco nei fienili
e tutti quegli uomini nudi già alla Pietra
che prendono le donne come una roba vecchia
da morsicare e poi dare ai cani.
Trecce d’oro,
io come le campane tiravo a me le funi
nell’ora che chiamavi riposo
e tu fingevi
che il sonno più pesante di me
vincesse ancora.

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ED ERA IERI

Io non ho mare che romba
e spezza i muri;
tempesta che falcidia con occhi sale e spume.
Né mille carovane tre remi
dardi in fuoco
catapultati come la grandine ai miei vetri.
Eppure alla sottana mi riverisco ancora
al limite felice dove si posa il capo
con le carezze d’una che è madre.
E il consolare
di un canto voce pozzo profondo
mani ròse
capaci a riversare l’amore, prima ancora
che dio inventasse l’ombra d’amore;
prima ancora
del seme del peccato, la fame e la paura.

Là come le fanciulle di Tebe io sospiro
mi scordo le preghiere
perché mi venga un rito
un verso primordiale perfetto
quella ninna
che in pace mette il corpo e lo spirito indomato.

Così che possa meglio conoscermi colei
la cui matassa ha origine e fine.
Frutto antico
mi metterà tra i mirti ed i cedri
o in tasca al vento;
quello argilloso del sedici aprile
quello freddo
che sciacqua per i campi cercando uva e pane.
Quello caldo
sulle terrazze larghe di Positano in fiore;
sul brecciolo di questo cortile
dove solo, toglievo scarpe e vizio di giochi
ed era ieri.

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IL GIARDINO DEI POETI

sono ospite del prestigioso sito IL GIARDINO DEI POETI

http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/12/14/massimo-botturi/

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A volte mi si spezza la schiena a udirti piano
pericolare fuori dal letto
senza ingegno
senza la minima dedica al tuo corpo,
alla bellezza tentacolare del mattino.
A volte vorrei essere solo,
un vuoto d’aria,
un bambino maciullato da fantasie veloci.
A volte sono sorsi di limonata calda
un bicchiere sulla soglia di marmo
il mal di pancia, tenuto dentro come un sacrario d’ossa antiche;
a ricordarmi quanto volessi gli occhi aperti
guarire da quel male chiamato
– buio in casa, silenzio della neve, ma senza il suo colore.

Il rubinetto è aperto da un quarto d’ora almeno
rimani sulla porta, indecisa
il naso aguzzo, di chi magrezza indossa
per la consumazione
di tutte le energie di domani, per le cose
rientrate poco tempo per pranzo.
Chiudi.
Andiamo.
Passando sotto il ponte mi prendi per la mano,
– Vorrei mi ricordassi com’ero, dici.
E basta.

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I MANDARINI

Tocchiamo i mandarini,
quasi in un gesto solo.
Son freddi
come tutta la notte e sue interiora.
Come i tuoi piedi secchi poggiati alle mie cosce.

Li abbiamo scelti in ceste da mille,
poche foglie,
vicini a storie mute
di casalinghe e vecchi.
Vicini a ragazzini impazienti di passare
maleducati in gambe di avorio.

E poi, tornati
ne abbiamo riso tutta la casa
in abbandono; spargendoli qua e là
come fiori a un matrimonio.

Tocchiamoli per altre due volte, dai
proviamo.
Sono le mani il solo pretesto, mani e pelle.
Ricordo dell’odore di te, quando ti piace
pensare che faremo l’amore
e ti prepari.

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