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Archive for febbraio 2013

MUDDY WATERS

Giro le note del ghiaccio
un organetto, di quelli bordo strada
il berretto stropicciato.
Giro le note
e spacco le zolle con il tacco
come mio padre fuori dall’Osteria in gennaio;
pisciando poi alla siepe la nostalgia dei ponti
dell’unica sua bici senza fanale e freno.
Giro le note
là dove pioggia è in un bicchiere
dove la strada rotta fa calici, e uno specchio
per quando il sole tenta di uscire.
Là, un po’ morto
un po’ risorto e un po’ spaventato.
Duro al piede
l’opaca religione di un fango intrappolato
il minerale uscito alla luce azzurra.
Il chiurlo
che pazzo del suo simile gli reca il becco invano.
Giro le note in tono minore
un Blues di petto.
La voce bianca l’ho data a dio,
bambino.

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NIENTE CAOS

La tazza con il latte lasciato
questo è il giorno;
il sonno che m’avanza, la cristallina spada
dell’arrotino in mezzo alle nuvole.

Smontiamo
come da un turno sulla garitta
lato nord, per i miei piedi attenti nel vuoto
sud per te
che togli il tuo pigiama come una pelle morta
un dodici novembre qualunque
un purgatorio. Né odio né passione smodata
un sei di fiori.
Che poi, per fare scopa, dovrei coprirti tutta
un crocefisso braccia su braccia
bocca forse
capace di cucirti a cerniera le parole
il fiato color crema di troppe sigarette
un si scappato come i pulcini dal cavagno.

Smontiamo, come incerte libellule sull’acqua.
Il dito che ci parte sul neon della cucina.
Smontiamo noi, dall’esserci sempre
da leggende, fatte di ore calde e di erezioni pronte
di scambio fluido/spirito/corpo/costruzione.
Smontiamo dalla musica sacra del caffè
dalle campane quasi le sei, dal diazepan
dal diesel chiuso in box
dagli zingari sul tram.

Smontiamo dagli specchi con dentro due di noi
fissati dal settembre di un epoca bidet
dagli altiforni e cacche di cane
e poi di Bar, ci cioccolate calde
di Cinema retrò, con le cassiere belle una volta
e dopo più. Con quella della pila a cercarti il posto
si. Smontiamo l’armeria delle giacche e dei paltò
di quattro salopette con le toppe
da Tivù, con dentro l’uomo sopra la Luna.
Niente caos,
perché lì non c’è fiore, ne ape. Niente caos.

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LA MEZZALUNA

Lei frantumava il letto del trito
più capace
di un lanciatore al circo, le maniche arretrate.
Mia madre era l’edicola in strada
e il suo lumino, me là seduto
a chiederle storie: guerra e amore.

Così che le venisse giù un pianto, senza dire
se fosse la cipolla a spiegarlo
o le sue fughe, nelle nottate tutte tamburo
e fuoco in casa.

Di lei m’è presa quella abitudine paesana
del fazzoletto sempre a portata.
Piegato sì che il sangue ne resti un po’ nascosto
come quei fiori in mezzo alle pagine
ormai morti; ma belli
come braccia spiegate in un perdono.

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CAMERA OSCURA

Sicuro:
fu l’inganno dell’ombra a metter dubbio
se il cavo della guancia non fosse già venuto
a dirmi presto vecchio
simmetrico a quel letto, dove il bisogno
macera il corpo, e lo disgiunge
da mille e molte più fantasie, le vigorose.

Sicuro:
qui mi tocco, e perduro.
Sta in altrove, la malattia del pianto
l’acuta nostalgia.
Che vede te in qualunque dei modi
sulle scale. Le braccia aperte come volassi
il ventre teso.
Quel bel risentimento del mare che ti viene
tra qui inguini rasati di fresco
per l’amore.

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AUTORITRATTO

Si, sono io
la data alla lavagna
la firma un po’ sbilenca
e quel Viva Milan, tanti
tanti anni fa che c’era John Kennedy alla tele.
L’amica col grembiule macchiato in prima fila
le case per i poveri
coi panni sempre appesi.
Io con le calze senza l’elastico, un faccino
da prendere un po’ a schiaffi e un po’ a baci
io beccato, a disertare messa e le prediche del prete;
le sacrestie coi lacci e il rosolio.
Io fiorito, come una zebra ai campi di creta
sporco e indenne
lavato dentro d’ogni peccato, ogni sconcezza.
Io il pomeriggio quando fa neve
e sulla strada, è ancora Amelia a darmi arrembaggio;
io e il mio aereo
di cartapesta e un solo motore fatto a voce.
Io che ti guardo con fare un po’ pauroso
te trapezista corpo di rondine
e di madre. Te bianca, come bianca
è soltanto la saliva
che mi mettevo sulla ferita quando usciva
un po’ di sangue eccesso di tutto
forse vita. Quella che nulla la tiene a bada
e scappa, come una bella pipì giù nel cortile
la luna piena e calma
il presagio di un amore.

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POESIE D’AMORE

Poesie d’amore ne ho scritte ventuno
e cinquecento.
Qualcuna mentre stavo contando il resto al pane
sotto una pensilina di pendolari tristi.
Alcune rimirando il tuo culo, la mattina
mentre ti lavi e l’acqua improvvisa un sincopato.
Qualcuna mi è scappata col seme che fa figli
dopo il maltempo, o dopo una nottata
dove ogni ora mi alzavo per vedere
se il mondo e i suoi orologi non fossero finiti.
Qualcuna l’ho inventata perché sentivo male
al solo ricordare Sestri Levante, e il sole
il tuo chimono pronto a cadere
le tue tette, gonfie di venti
o forse ventuno anni compiuti.
Qualcuna vive in Francia
sotto gli ombrelli scuri,
non mette mai il rossetto, l’intimo bianco
puro.
Le altre stanno ancora pensando a cosa dire.

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LA BALENA BIANCA

Quando scompari nel sonno, sei la coda
della balena bianca
alla baia di S.Anna.
Ed io mi fermo,
il fiato tenuto
alcun rumore.
Il letto dell’oceano per madre.

Il mondo in fiamme
non ha motivo alcuno per me
d’esserti via.
Di là non me ne vado
venisse neve o morte.
Di là non me ne vado finché non vedo il fondo.

Delle tue mani uscite a sfregarsi occhi e bocca.
Finché non sciacqui, luce
i tuoi seni riposati.
Le due conchiglie perse sui fianchi.
E la tua voce
non turbi la famiglia di passeri
al ciliegio.

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