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Archive for giugno 2013

LIQUERIZIA

E come facevamo con certa liquerizia
serbiamo per il dopo quel meglio che sappiamo.
Quella sparuta intesa ch’è carta di confine
di confidenze al latte di mandorle.

Le mani
non posso fare a meno di seppellirle in grembo.
Le mani peccatrici che hai
e che io adoro.
Scioccato da quel ritmo di fabbrica che han preso
da quel colore ostia e vin santo.
Le tue mani, sorelle che s’azzuffano l’eredità di un uomo
fatta di avanzi in carta stagnola
e di progetti, duecento metri almeno di vuoto intorno casa.
Per non ferirmi gli occhi e la bocca quando prego
quando misuro queste mie ossa da cortile
e dove l’ombra andrà a maritare.
Le tue mani, spuntate da una cava di marmo
immacolate, le mani sul sapone che scivola ai tuoi piedi.
La sospensione d’ogni pudore a usarle bene
a unirle a coppa sotto la fonte poi per bere
e da asciugare poi sopra i fianchi, come niente
t’avessero insegnato alla scuola di paese.

Le mani che se viene su il vento sono pigre
e come ti scappasse la testa, lì le metti;
senza teoria di pettine e di bigodini arancio
dell’ultimo bottone che va lasciato lento.
Le mani, che tenertele in tasca non sei buona
e arricci il naso quando son sporche
quando vieni, con me a sentire l’ultimo pezzo.
Liquerizia,
la striscia lunga, quella da dieci
mano in bocca.

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È per sentire l’effetto del creato
che poggio le mie labbra sul polso.
Il tuo cammina,
come fa certa acqua sui muri, dopo tanto
fatto quel tempo uso di marzo.
Parla piano
incarna l’elegia dell’inizio di Ferriere
il secolo più intento a mostrare le sue guerre.
Prima che il fiotto prenda il suo giro, fino in testa
dove una vena pare la calma di San Luca
la traghettata Elba/Livorno.

Dice cose,
che quando sei circuita di festa poi nascondi.
E allora poi mi arriva la volta che cantavi
sotto la doccia, o in un mezzo a una scena
un bel vestito, steso sul letto come un amante.
Dice “niente
è solo la stanchezza talvolta a farmi fuori”

un pezzo di valigia che ancora mostra i segni
della confusa voglia di lui,
e tu sei a casa.

**

Lasciamo che il disordine ci prenda un po’ per mano.
Sarà come tornare alla fiera,
con il padre, il cartoccio un po’ bisunto del fritto.
Zitti a mamma
che mai non sappia i soldi intrapresi a porcherie
a cose che rovinano il pranzo.
Dai, lasciamo
i panni sporchi qui per le scale.
Cambia umore, registro e mutandine di pizzo
usciamo all’aria.
Capace che qualcosa ci guarirà il dolore
le macchie d’erba sopra i ginocchi
il gatto magro
che ci veniva incontro nei giorni della scuola.
Lasciamo che la polvere si mangi le persiane
e non diciamo niente a quel bimbo dita al naso.

**

Si stava così bene in pensieri dolci d’uva.
Poggiati ai quei filari come a delle autostrade
l’odore crudo delle cucine, lì vicino.
Il piccolo convento pieno di cartoline.
E si teneva a mente anche il minimo dettaglio
i bigoli di mamma col sugo
il voto buono, strappato mentre tutto in cortile
era cagnara, e Sandokan coi gatti più rossi
messi in fuga.
Quest’ombra aveva un peso maestro
e il sasso freddo, teneva la mia testa per la rivoluzione.
Cesira rincasava sempre alla stessa ora,
dopo aver benedetto qualcuno con la bocca
o con le mani grandi d’ortensia.
Ed era bello,
cercare di vederla sotto gli occhiali, e il resto;
capire perché tanta tristezza le veniva
a fare dell’amore un mestiere
lei, Cesira.

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L’ombrello che scimmiotta Riccione sta volando
portato come un petalo in carne
fino ai campi.
Che poi, tra le abitudini vecchie e le istruzioni
ci hai messo venti paia di occhiali
e una Marlboro, tenuta in tasca per quarant’anni.
E due boeri
vinti alla lotteria del bar Mario.
Era d’inverno, più o meno come quelli di adesso
ma più freddi
più nebbia
e ghiaccio sulle ringhiere.
Era più estate, coi finestrini bassi dell’unica seicento
portata dal coiffeur del canale.
Questo si, me lo ricordo anch’io
perché stavo come un pesce
i piedi dentro e un quarto di cielo sotto bracccio.

**

È stata dura, e ci mette il tre di picche
adesso che la testa è pesante
e fuori piove, sul lastricato
e sopra i lampioni.
Nel tuo orto, su scheletri di pertiche in croce.
E sui ricordi.
Di quando senza neanche un fanale era la notte,
ma avevi la memoria
ed un naso sopraffino.
In mente dove fare la strada fino in corte
dove il suo cane dalla catena aveva strappi
e implorazioni a un pezzo di pane.
Fino all’uscio,
di fuori gli stivali del padre,
dentro il mondo.
Due trecce che viene meglio il lavoro senza impicci
né vanità terrestri a mostrare a quell’eterno
le cui fattezze spesso prendeva misto grano.
Mietuto con fatica,
senza preghiere austere,
ma grida
incitazioni alle bestie
calli
e mani.
Sanguinolente prima dell’acqua, e del sapone,
del bello che ti mette il pulito, e il sonno duro.

**

Mentre tutto ha sapore di disgusto,
cos’è che ci fa fremere il cuore
e gli occhi belli?
Forse la luna incinta, la donna sciagurata.
La mano sul bambino nel grembo, per sottrarre
un poco di bellezza alle silfidi del nulla.
O il lento perpetuarsi dell’onda,
calma.
Meno.
Tifone e direzione del tutto. Vita nuova.
Emersa come un dono notturno,
nuda
intatta; che quasi non è facile la distrazione prima
del sesso micidiale dal quale proveniamo.

È forse quella mano che ci copriva a sera,
la buonanotte
e un bacio intristito, quel rumore
di tegole e stoviglie riposte.
La certezza
che il giorno nuovo avrebbe svelato stesso viso
la stessa grazia calli alle mani, della madre.
Parole poche e ombre divelte
soldi e pane, sulla tovaglia fresca che ci attendeva
allora
tornati stanchi ai nostri velieri, a quelle barche
tenute su dal vento e da spatole di calce.

La fratellanza, forse, con tutta questa gente
che con panini e borse riempie treni e strade.
Le poche notiziabili pene di qualcuno
che d’improvviso manca alla conta.
Gli ospedali,
il rito della sua vestizione
il buco in terra.
La fratellanza sotto le stelle il giorno santo,
i fuochi d’artificio, i golfini stropicciati
le gambe di salute venute belle grandi.
I sandali riposti con cura sotto il letto,
dopo l’amore fatto nascosti, e un po’ degli anni
lasciati come bava a seccare
in sonni duri.

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DOBBIAMO INNAMORARCI

Dobbiamo innamorarci più forte
così scrivo, e sto perfetto nei pantaloni
perché mangio, soltanto l’orazione
d’averti più vicina.
Dobbiamo innamorarci, e insieme andare al mare
a farci abbrustolire le ossa, e poi la sera
portare alle giostrine i bambini
col gelato, e le tue perle finte tra i seni.
Si, dobbiamo.
Dobbiamo innamorarci
sennò ogni tram è vuoto,
e non sei la ragazza di un tempo e io un balordo.
Dobbiamo innamorarci per fare dei poemi
con gli occhi verdi, o acqua di porto;
si, dobbiamo
perché la luce in corpo riprenda a sventolare
a fare in giro invidia ai mosconi tristi e neri.
Per liberarci dalle paturnie e dagli ombrelli
dei vicoli cercati dove mai batte il sole
che i reggiseno appesi si asciugano in tre anni.
Dobbiamo innamorarci di nuovo
e poi toccarci. Mangiare insieme e fare un bel niente
se ci pare.
Vedere il mare qui, dietro casa, quando piove
e ridere alla minima cosa, alle cazzate;
al NO fatto di testa dei figli, quando nudi
sembriamo John e Yoko dietro a una cinepresa.
Dobbiamo innamorarci perché vale la pena
e gli alberi ci parlano chiaro, e stai benone.
E Dio potrebbe esistere ancora, lo concedo
purché non ci disturbi con le sue palpazioni
col senso della colpa perenne
e altre sciocchezze.

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UN ACCURATO LAVORO DI EDITING

Io non so scrivere
che ho un rospo nel giardino
due prugne secche ancora in scodella;
ciglia finte
sotto le unghie, ieri, ti ho fatto un po’ di male.
Non so che accarezzarti senza più dire nulla
col ritmo che conosci
ma non per questo è noia.
E so ballare come chiunque ha mai provato
non tengo neanche il lustro di scarpe
un papillon.

Sono la pietra grezza che scalci quando passi
l’erbaccia da tirare
il DDT alle mosche.
Lo stendi panni braccia pelose
calze e braghe. Le gocce verso il piano di sotto
ed è caciara.

Sono il poeta lista di spesa, dal droghiere
il lievito sta in alto a sinistra,
il pane basta.
Sono il carrello va dove vuole, il cento lire
il batuffolo di lana nell’ombelico
il libro, dal quale perdi il segno
ogni volta che ci amiamo.

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DETTAGLI

Togliendoti le calze, la sera
un gesto solo;
mi pari forestiera tra gli inguini
e mi piace
sia ancora tutto vino e ciliegie, da tuo padre
la via spedita a farmi di casa
un uomo acerbo, ma nobile nel pugno
che tocca la farina
e il cuore della figlia mediterranea, grande.
Mi piace come aprire un cancello
o far via i rami
pulire i piatti quando fa caldo
e avere i polsi, teneramente immersi
come una prima infanzia.
Mi piace perché forse un bel uomo tu mi dici
e senza il tuo permesso non tocco
guardo altrove; finisco per mangiare
il rumore della seta
delle cicale ai loro spartiti
e viene pace.

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GRAN FINALE

Ieri, tornando a casa
ho visto il mio ciliegio impazzito d’api e fiori.
E mi son detto:

“ inutile caro che ci provi,
non c’è poesia migliore del lasciar fare al sole
a tutto che succede, malgrado le menate
le ostie e le risate del sabato ”

è da anni
che aspetto di vederlo così.
Mi sa che in fondo
son io che ho messo gemme e fogliame a tutta pelle.
Son io che succhio il latte alle stelle,
ora che sento, le labbra come un dono magnifico
per te.

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