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Archive for novembre 2013

UN UOMO

Si presuppone un dritto cammino,
spalle larghe,
nessuna esitazione e controllo più efficace.
Si presuppone almeno una dose di eccellenza
qualcosa del mistero negli occhi di un attore
capacità di reggere il gioco, devozione.
Ma niente di terribile in me fa queste cose.
Io tremo quando sono per strada
a più di un’ora
sbandato sopra il ghiaccio, il telefono appoggiato.
La tosse di chi sta all’altro capo è un altro inverno.
Le sue bugie sul male di schiena, il piatto freddo
di pochi avanzi ieri nel frigo.
Sono solo,
con tutte le mie orge di musica e parole.
E quando scendo ho male alle gambe
un po’ m’incurvo
quasi volessi dire a ‘sto cielo
non ci sono.

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LETTERA A DIO

Si attacca in tutti i modi
la vita qui a noialtri.
Possiamo non capire granché di medicine
di viaggi o altri scopi supremi
ma l’amiamo. E apriamo a lei la porta
con tutti i nostri pori.
Fosse anche il canto in un’Osteria
o un grido informe
a quella vacca gravida che rompe l’acqua a notte.
Ridiamo come gli angeli se il figlio ha fatto goal
se ha smesso la sua febbre e non tossisce più.
Proviamo ad asciugare una lacrima d’addio
e a farne centomila di nuove
appresso a un film.
Danziamo se una donna superba viene a noi
ci innamoriamo a braccio, precisi
appassionati. L’arrivo delle rose e dell’api
è una sorpresa
gli odori ci ricordano il tempo, e la natura;
capezzoli di madre e poi un bel sonno antico.
La favole
i colori
i giorni disperati
il sole che si beffa di tutti
e sorge ancora.

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IN QUEI MINUTI

C’è stata variazione di tutto
in quei minuti.
Il Polo ha smesso grandi fratture
il noce ha riso.
Il cane dei vicini ha toccato la grondaia
bevendo in equilibrio perfetto, ma senz’ali.
Mi sembra fosse via la corrente, l’acqua rossa
le foglie come un grande ricamo, ritornate.
Fu quando per la schiena sentii le cinque dita
la tua rivalità col dolore primeggiare;
il gusto delle labbra ricominciate, il sangue
che ti gonfiava tempie e ginocchia.
In quei minuti, tornai qui nella foto di scuola
bocca aperta, un viso spalancato a qualcosa di perfetto
felicità di arance vaniglia
il sole in stanza. Mio padre con le paste domenica
lenzuola
profumo di Marsiglia e mattino.
In quei minuti.

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FUOCO – DUE FRAMMENTI

Il sole provocò gravi perdite alla flotta.
Pitagora ne colse il segreto,
e te lo rendo,
ogni qualvolta sfiori il mio semplice restare
la debole frazione di ciò che chiami, Pelle.

Distesi come angurie mature
poi il frumento, i passi verso casa
tra vecchie irrigazioni;
il pavimento buono per metterci i tuoi piedi
e farti risalire al costato linfa e miele.
Le piccole persiane scrostate.
Aperte.
Chiuse.
Ti tocco per le spalle,
ed è punizione pura
il fremito è di quelli che il fuoco lascia in danno.

Sarebbe stato meglio levare il vetro scuro?
Nel tempo dell’eclissi mangiavo in piedi, fuori
avevo mica tempo da perdere
né amore, da riservarmi come un bel premio.

Avrei sciupati
per sempre forse gli occhi
nella mia notte eterna.
Avrei provato il sangue che bolle delle streghe
la fissità dei giochi a Pompei
il volo primo
degli angeli scappati da fabbriche incendiate.
Avrei tenuto in serbo i Minerva per la sera
sotto un lampione prima del tram
due tiri appena
poi spegnere col dito calloso.

Già, è il principio
di ciò che l’esistenza riserva a darci impronta.
La prima cosa vista è di fuoco
e brucia ancora
qui nei polmoni come nel cuore.
Ci consuma
come candele a una processione.
Niente vento, concilierà il mio vizio di morte
niente vento.

****

Ha poco da sparire con bimbi luccicanti
sudati fino al soglio del cielo
niente colpe;
chi ha visto il fuoco sulle scogliere.
Ha dentro il buio, paura della notte che
falsa, si fa giorno
ottusa come luna calante, come febbre.
Ha poco da spartire col suo antenato nudo:
le mani che lasciavano segnali sulla pietra
del tempo speso dietro a una bestia.
Fuoco alto, che sfama dopo il sangue pulito
e gli escrementi, la pelle fatta via di soppiatto.
Si, ha ben poco, di tutti quei risorti in Polonia
e in altri campi; di certe santità nate apposta
a consolare.
Le piante, dopo il fulmine, si acconciano il dolore
si spaccano che sembrano madri a partorire;
la terra, dopo il fosforo e il piombo, sa di agre
di lettere mai andate e lasciate nel taschino.
Dell’unico cerino salvato alla follia
due tiri e il fuoco vince la predica del matto
primiera e settebello sul virus della pena.

Adesso che ti tocco la fronte bacio il sogno
che alcuna Normandia vi sia più
ma solo mare
pulito nelle scarpe e nel pianto. Solo amore
che scotta come il fuoco di San Antonio abate.
Il fuoco che dai labbri si spande fino al piede
il pettine di dio sui tuoi inguini
il mio sale, versato dove l’acqua è più ricca
e l’uomo beve.
Il fuoco delle stoppie, che poi sarà raccolto
migliore e carità sconosciuta;
il fuoco bello
del giorno del patrono alle undici e tre quarti.
Le stelle rosse e poi quelle arancio
le tue spalle
coperte dalla mia beatitudine, passione
che brucia senza mai dire fine
il fuoco sacro.

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IN MEMORIA DI MARIA

Quando mi vide piangere, Maria
posò gli occhiali
mi preparò del pane col burro
e una carezza.
Sapeva di quei giorni un po’ tristi dei bambini
delle mie chiavi sopra lo stipite;
del piatto
col pranzo preparato la sera.
Così venne
come se fosse madre al bisogno
e mi sorrise.
Mi chiese di trovarle poi un libro dalla teca
di raccontarle il viaggio
e la fiocina, di urlare!
come se fossi in mezzo davvero a tutto il mare
che scuro dominava la pagina cinquanta.
Mi raccontò che mai c’era stata
e le piaceva, pensarlo come un’aia d’estate
quando piove.

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