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Archive for gennaio 2014

LA FOTOGRAFIA

Finito il bianco cenere
il pallore della luna;
la pioggia sulle foglie è rimorso
e torna voglia
di un bagno nel mastello fatato dell’infanzia.
Del vento naturale spostato dalla gonna
delle ginocchia forti e fedeli sulla schiena.

Finito tutto quanto il romantico dei fiori
rimane solamente che tu rimpicciolisci
diventi la bambina e il suo strappo nel grembiule
la giustificazione di nonna

“ non ho niente,
per rammendare il nero di corvo che volete”

Se tolgo la cornice perfetta resta il tempo
un prato dove spargere gambe e sentimento;
soltanto i due orecchini scintillano
hanno voce.

a mia madre

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A DEREK WALCOTT

Perché ho le mani di vetro
e il sangue breve
le gambe come l’edera di quel cavalcavia.
Aspetto che si compia la sera
perché veda
nel cielo oscuro, barche, con piccole lanterne.
Milano e i suoi lampioni si fanno Martinica
il miglio d’autostrada, il ripetersi dell’onda.
A macchia di leopardo si spande la tristezza
la piccola finestra di un piano a mezzeria
un uomo che cammina da solo
la straniera, col dito sugli orari dei treni.
Ecco i rumori
il Ferry Boat ha numero sedici
va piano, si allaga di mosconi
e di gente dal lavoro.
Ecco le piante dei fili elettrici, le dune
che alcune scavatrici hanno eretto solo ieri.
Ecco gli odori.
Il vento ha stessa pasta di grezzo e devastante
le stesse curve a nord come a sud;
seduce
spezza
rigenera le spanne dell’erba
brucia il mare.
Chilometri di roghi celesti, e rosso lingua.

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MILLE ANNI

Scusate se vi parlo di radici, di alberi
coi frutti della malinconia.
Fu mia già dalla culla e la fonte, dal battezzo
dall’attimo in cui presi la forma del suo addome.
Fu mia dietro la tenda più scura di una stanza
dove di bianco c’era il suo seno e il mio succhiare.
Fu mia negli alberghetti di quarta in qualche mare
un mare quasi sempre tranquillo, e senza voce.
Fu mia sul treno per la città,
la più lontana,
sui fili del telefono guasto, nelle sere
due uova al tegamino e un giornale al comodino.
Fu mia guardando lei carezzare la sua fronte
mia zia sembrava un putto di cera, più serena
finito il male e il tempo dei vivi.
È sempre mia
e te ne verso un po’ quando nuda vieni a letto
col ventre che ha mio nome e profumo di gerani.
È mia, e fa rumore di pioggia, è nelle orecchie.
Mi parla come un prete nel suo confessionale.
Mi sale come il gusto di certi mandarini
comprati la vigilia del giorno di Natale;
è brodo di cappone tirata su la schiena
sulla spalliera, dietro Gesù.
Amici cari, scusate se vi parlo del sonno della terra
del mirto che è il suo sangue
e se scomodo poesia.
Ma ho un campanello fatto di primule e di viole
e quattrocentoventi maree nei giorni pari.
Ho qui, nella mia testa, l’idea che sarò un fiore
e tutti quanti voi, stesso prato
mille anni.

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INTERVALLO

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STIAMO TUTTI BENE

Anche se piove da ore
e il vento insiste.
Se il giorno si confonde come uno smemorato
e un senso di tristezza diffusa è la campagna;
mi piace stare qui con voialtri
tutti insieme.
In questo piombo fuso dell’unico respiro.
La notte, quattro bocche protese
otto polmoni.
Il suono che fa il giro di casa e trova pace,
come un uccello sopra la barca
dopo il mare,
il mare e ancora mare
che quasi disperava
trovare la salvezza di nuovo, e ripartire.

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UOVO D’ACQUA

Non più di una certezza, e altre cento
se vicina
ti percepisco come un respiro
come zolfo, nell’utero terreno di questa nostra casa.
Ti percepisco come un’arancia
come un favo, con l’operosità in bella mostra;
come marzo
dalle cui foglie pende la primula, e un ragazzo
con le sue spalle grezze di baci e d’armonia.
Ti percepisco oncia e gheriglio
uovo d’acqua.
Custodia del bisogno d’amore
tonda, ignuda
che non c’è nudità più perfetta del pensiero
delle sue braccia addosso a calcarti su di un muro.
Per arrivare infine a trovare quella bocca
dove m’uscì ti amo e ti voglio;
nuda anch’essa
nel professare in questo momento la certezza
di percepirti arancia, e poi favo
poi respiro.

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