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Archive for aprile 2014

MANIFESTO

Non date retta a poesie col nastro rosso
alle tovaglie di fiandra, ai girasoli.
Evitate i gabbiani, e le signore
che portano a passeggio innocenti cagnolini;
diffidate dei maghi e dei dottori
vi vendono il coraggio in barattoli di miele
regalano violette venute da acque morte.
Badate bene ai preti ed ai mistici del Gange
la terra mangerà anche le scarpe e tutti i baci.
E non v’è cielo meglio di questo, anche se triste
solcato da migliaia di macchine di ferro;
da angeli il cui merito primo è dare tutto
in stanze semifredde di mutua, o in magri alberghi
dove la mente spesso è poltiglia
e il corpo niente.
Scocciatevi dei corsi e ricorsi, e dei concorsi.
Alle fotografie sorridenti dei poeti
eroi di un giorno per i parenti. Date retta
invece a quella pompa di sangue che vi infetta
di voglie di peccato e di raccontarlo dopo.
Amate lui che dorme nel treno a notte fonda
perché c’ha il turno primo, la moglie incinta a casa.
Amate il tosatore di erbe, perché piange
ad ogni margherita recisa, amate il grano
e la poesia infingarda dei vecchi con l’affanno.
Amate il vacillare di un bimbo che cammina
e della prima volta che ride, amate tutto
il bello di poesie fatte addosso come il piscio.
Amate il sonno lieve dei figli, il loro odore
la schiena dell’amante mentre si lava;
il parto, il latte che le fa il seno bello
il tempo insieme.

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LE GUERRE NON FINISCONO MAI

Un giorno presentai mille lire al Bar del Centro:
cappuccio e una brioche, per mia madre
che ha paura
di fare le figure barbine. È là seduta
al tavolo vicino lo specchio, mani in grembo.
Sembrava un bel geranio fiorito sul balcone.
Un giorno la portai per le chiese, ai giardinetti
passando per le strade più ricche di Milano;
ma lei teneva occhi ed orecchie belle chiuse
perché il futuro aveva due marce in più di troppo.
E gli alberi sembravano finti, e le persone
su per le scale mobili a far niente di fatica.
Ricordo che stringeva la borsa addosso al petto
attraversando sopra le strisce come a un molo
con sotto due quintali di oceano fangoso:
le onde che arrivavano fin sopra la sottana
le barche che spezzavano cime.
E poi gli aerei.
Gli stessi che sentiva di notte da bambina
fare la luce verso le case
sui fienili.

Viva il 25 Aprile!

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IL FAUNO

Perché sono rimasto nell’orto
a tredicianni
i piedi nudi, chino, a cavar patate e pietre.
E ho ancora zia che accende il suo faro verso casa
nel mare della terra che mette sete e orgoglio.
Ignoro queste asettiche e fredde geometrie;
le banche custodite in orrende cattedrali
di vetro spesso e lame d’acciaio.
Ignoro il dolo
se questo desiderio che sento sulle dita
fa me l’anima buona a rubare solo il pane
dall’albero che inventa l’amore.
La tua bocca
mi fruga melodie mai narrate, canti tristi
e gioia sotto l’acqua di fonte a fine turno;
il moccio di un vestito lasciato sulla pietra
la vigna che fa l’orgia col sole e i suoi ragazzi.

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PANGEA

A volte
è col rispetto dei morti che ti guardo.
E ti compongo come un’icona, belle scarpe
il lucido passato alle guance, come niente
t’avesse tolto alito e polpa.
Sei la Terra, milioni di animali passati
argilla fusa
il pasto della rosa che sveglia la mia donna.
Talvolta è la pigrizia d’inverno a farti dura
e in altre t’apri ingorda di sete.
Sei la Terra, la mia ventenne bocca di lupa
la feconda, la camera del rito d’amore.
A volte dormi
all’ombra naturale di querce e foglie grasse.
In altre sei semenza sul petto di un ragazzo
che prende il sole primo di aprile.
Sei la Terra, la grazia senza rotondità
il sesso nudo
che accoglie le maestranze dei mietitori all’alba.
A volte sei una vecchia che parla a notte fonda
leggera come il filo dell’erba che conduci
tra pietre morte in strade perdute.
Ed io ti sento.

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BOLERO

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IO TI SALUTO E RIDO

Dal basso di perenne idiozia, io ti saluto.
Le mani sulla rete che qui divide l’orto
dal magro viale in ghiaia della mia casa prima.
Io ti saluto come l’ebreo da un treno in fiamme
il nero incatenato, il bambino minatore.
Su me il sole supremo di David non scintilla
non miete le stagioni dei riccioli e del pane
la tavola abbondante, la pietra nell’anello.
Io ti saluto nudo nei piedi, sporco e puro
più vigile di un merlo disceso in mezzo all’erba.
Io sono margherita di campo che l’inchioda
il sorso d’acqua gelida, il frutto ricordato.
Io ti saluto con il cappello tra le mani
davanti a quel ciliegio osannato da Tonino;
ho qui un bel fazzoletto di biglie e calamite
la lista del negozio, che mamma farà tardi.
Ho qui un bastone pronto per correre in salita
una lettiga fredda chiamata per il padre.
Io ti saluto, mia gioventù, e un po’ ne rido
ché la pazienza forte d’amore ho conosciuto
e il mare della musica riempie le mie orecchie.
Ne rido come il pazzo all’elettrodo, o il malato
a dieci milligrammi d’inganno
come il cieco, che ha eclissi mattutine e notturne
in egual modo.
Io ti saluto, seno di perla, bocca bella
avorio tra le gambe di cedro, mia adorata;
come adorate sono le cose tutte, vive.
Io ti saluto e rido
botanico e animale, ginestra e lupo buono
la neve a primavera.
Ti rido da una panca sul porto, dalla spuma
che l’acqua più ribelle s’inventa.
Rido e basta. Dall’alto d’idiozia fatta uomo
e bacio il miglio, le foglie d’oleandro
la fretta delle rose.

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TEMPUS FUGIT

È licenziosità, seduzione
la voluttà che trema la bocca
ed ogni vena.
È una fiammata fatta nel cuore acciaio e ghisa
la forza passeggera di due locomotori.
È folla immensa e tutti che aspettano;
la grazia, sepolta sotto gli inguini scuri.
È una lontra
che buca l’acqua come una pietra levigata.
Un salto nel pericolo e un cero.
La prima fila gambe scoperte, e poi è un monsone
che t’agita e dilava il pudore.
È coscienza
che per la fila lucida e bianca dei suoi denti
ti venderesti luna e coraggio
oro e casa. Soltanto per sentirti di nuovo
tutto addosso, l’odore della vita
quand’era onnipotenza.

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