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Archive for giugno 2014

E tutte quelle donne che s’alzano a buon ora
che infiammano cucine con venti
e più candele.
La loro educazione a pensare a tutto quanto
il caffè che viene lento, e poi dietro la tendina
il camion mentre svuota i bidoni.
Donne attente
su libri di quintali di storia, donne verdi
arancio e rosso dei bigodini in città grigie.
Le donne che hanno avuto un lavoro
tempi addietro
stenografe
domestiche, o altro.
Donne forti
capaci di innalzare una diga alla follia
all’impeto degli uomini in cattedra, al furore.
Donne e le loro ciabatte in gomma dura
le dita che svolazzano sul resto dei gerani.
Le donne che somigliano al vento nelle orecchie.
Donne in bici
le buste della spesa a far da contrappeso.
Le donne con il secchio alle tombe, mani in grembo
quasi per trattenere quell’ultima parlata
o proseguirla poi nelle stanze, in case vuote
con i vestiti incellofanati
e il mezzo litro
di latte, per le sere che sono disturbate.

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GENERAZIONI

Le mura con i cocci di vetro sono ancora
un cordolo di magra potenza, il dio deforme
di ‘sto paese assedio per nebbie e pentimenti.
Dei tanti suoi ricoveri a notte, ora m’è impressa
la tosse sua asinina e violenta fatta a sciami;
il fumo della stufa scappato per le scale, la giacca
coi bottoni dorati appesa al chiodo.
Di rado capitava che uscisse, salutava
tirando su il bastone di due o tre spanne appena.
Guardava le sue viti novelle e sorrideva.
Di fatto ci parlava, come a una bella sposa
e noi lì smettevamo il baccano,
i giochi duri, pareva un grande inchino alla Storia
e anche alla vita.

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QUELLO CHE SEI

È bello, qualche volta, abusare della notte.
Finire camminando sui bordi della Ovest.
Guardare le decine d’aironi fare il palo
per niente disturbati, del tutto naturali.
È bello constatare le cosce sempre snelle
della tua donna in debito d’aria
indifferente, al fatto che con gli anni
si fa meno all’amore.
È bello, lo ripeto, abusare della notte
adoperarla per supplemento a un’altra vita
da Peter Pan magari;
ma mi accontenterei
che fossi tu a volare su me, attratta ancora
dal fresco delle acque che ho in petto
le agitate.
Oppure dalla grazia dei tendini, ed al modo
con cui carezzo il meglio che hai
e quel che sei.

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FRAGOLA E LIMONE

In questo continente di alberi fioriti
di nudità indistinta e sospesa
di ombre e luci;
ho riveduto un attimo luglio
anni sessanta.
In mezzo ai miei a una chiesa di borgo
in fondo al Dosso.
Poggiavo la mia testa sopra la gonna tesa
di quella santa prima del vespro
ed osservavo, la fronte rusticana di un uomo innamorato.
Il padre che non ho mai temuto, un uomo vero.
Ho riveduto il gesto capace, misurato
di chiudere le imposte per bene, per l’amore.
Il premio delle duecento lire di gelato
se fossi stato via almeno un’ora.
Ed ho sorriso.

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LO SPETTACOLO E’ LA GENTE

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LE GAMBE

Prendevi il sole a un passo da me
come una mela, nel cesto dei negozi del centro
lustra e sacra; di un docile intoccabile e tronfio.
Due lamenti, mi vennero di petto e di pancia
uno il poema, ingenuo e liberato dei ragazzini in fiore;
e l’altro l’irruenza dei barbari, o i corsari.
Quegli arrembaggi tanto provati in campi incolti
scalando forti querce e porzioni di stellato.
Così che la discesa da un ventre ancora preme
in me come il più triste dei lutti, quando accade.
E mordo il frutto
chiamando avidità questa gola di riviera
questa promiscuità che fa mie le gambe tue;
cresciute come fruste di grano
grandi, piene. Sortite e preoccupate come due madri a sera
che temono del figlio lo smarrimento al buio
i sassi sulla nuca di certi suoi rivali
lo sporco duro a togliere e poca voglia a cena.
Le gambe tue che sento sorelle, confidenti.
Due complici per ogni delitto d’asfissia
quando traverso me mi fai sveglio, e nulla tocco.
Che lì sono Merlino al cospetto di Godiva
magia di scriba e piuma di struzzo.
Sono niente, e tu mi fai l’amore con tutto
senza male.

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