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Archive for dicembre 2014

BRINDO

A noi, alla nostra testa di mandorlo
ai cent’anni.
A quelle costruzioni mai fatte, ai giorni allegri
a quelli che sarei stato a letto a farti tutto.
A noi e a quel cucchiaio di miele dentro il latte
a tutte quelle volte che si svanisce via
per noia o per stanchezza, al nostro fare niente.
A tutti i cani tanto vicini che toccarli
c’è parso di tornare bambini
a questa grazia, alle due dita di quello nero.
A questa arancia
aperta con la voglia che sia una donna nuda.
A tutte le morose che ci hanno detto no
a quelle vite in Corso Milano
affitto
bus
parcheggio sotterraneo
e Penelope, chissà
dov’è finita a fare i suoi quadri.
E anche a voi
che insieme alle poesie ci volete due bignè
un filo di campagna d’estate
e qualche lei, collane come fossero alberi
Chagall
e un organo di chiesa, per stare al Grand Hotel.

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VERDE

La prima cosa che m’è venuta in mente
non è una veglia da innamorato, estasi e luce;
ma l’erba fina dei miei diecianni
e l’acqua al lago
l’ultimo metro quando ti chiama per i piedi
e fa quell’onda piccola per imitare il mare.
A me i tuoi occhi ricordano chi sono
un piatto di bellezza pulita a mezzogiorno
quando mia zia faceva le parti, e a lei di meno
per crescere i ragazzi più forti e belli sani.
A me i tuoi occhi mettono voglia di toccarli
perché hanno dentro tutte le volte che ho sentito
il cuore sotto la canottiera dar di matto.
A me i tuoi occhi sembrano api a fare il miele
i fichi non ancora maturi, e certe sere
che per svegliarci prima non chiudevamo niente.
Così che i prati ancora da mietere cantassero
col gallo nel pollaio qui vicino.
A me, i tuoi occhi,
mi viene solamente da dirgli grazie
e ancora.

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FARSI COMPAGNIA

Mi fa difficile scostare sedia e vino
parlarti come a un tenero figlio;
ché sei padre
le dita ancora gialle di grano e di tabacco
le piccole fessure degli occhi ossigenati.
Mi fa difficile e male
fuori è diesel
rumore di persone alle prese col Natale.
La Rinascente è un mostro di vetro
e altri, dentro, coi loro unguenti magici
le sciarpe, i tacchi alti.
Ma poi fa facile aprire una finestra
e ricordarti l’albero solo in mezzo al prato;
là dove nascondevo il mio corpo di bambino
per osservarti tutta la strada verso casa.
Il latte in una mano, i capelli senza riga.

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UN’ISOLA

Sei come quelle bianche tovaglie al refettorio
immacolata fino all’orgasmo
presa intera
dall’unghia più remota d’Australia
fino al mare.
Quel bel risentimento che hai quando respiri.
Una tovaglia stesa col fresco dei limoni
vicino alla grondaia
tra i gelsomini e il letto; il modo tutto tuo
di volarmi addosso, bella
come le mani giunte in cui nascondevi il riso
la voce che chiamava a raduno.
E la mia bocca
finita in mezzo all’isola nuda che c’hai lì
dopo la gola, sotto, più in basso.
Creta intera. Ma senza gli scudisci del vento
pietre, o eroi.

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SUSSULTORIO

A volte è come l’acqua che scende tra le gambe
come le contrazioni che fanno il ventre un sasso.
A volte è la notizia che sali a piedi nudi
una molletta e tutti i capelli sono in cima
a mostrare quel tuo collo sottile
orecchie d’oro.
A volte è l’avventura di un volto a troppa storia
l’indecisione su un marciapiede
il non vedere, cos’è che ci fa magra la vita
la pensione, la voglia di dormire più a lungo.
A volte un treno. Quel senso di partire
e non si sa per dove;
quell’essere vicino alla donna di qualcuno
e presentirne il gusto sfacciato del godere.
A volte è quel rumore del mondo molto strano
il poco di silenzio che ascolti in alto mare.
A volte è quell’odore che lascia aver piovuto
il rosmarino tutto stracciato
l’erba scesa, dal muricciolo dove da giovani si andava
le gambe a penzoloni e fischiare a chi passava.
A volte è una bandiera sul tetto
i muratori, felici di mangiarsi anche il cielo;
a volte il moccio, che fanno molte nuvole insieme
ben compatte.
A volte è solo il sesso che va per conto suo
un’onda d’urto in sangue e mistero
la lezione, che da la vita quando la credi ormai finita.

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BIT COIN GENERATION

Verrà Natale a cascata, come i sassi
che rotolano giù dalle gole di Spoon River.
Verrà per il padrone e la sua signora bella
per il collega cassintegrato
e l’altra in fiamme, sbattuta ancora bene
nei fine settimana, nei fine mese e fine di tutto.
Un bel Natale
fatto di muschio e camera d’aria, di catene
legate a biciclette sui pali alla stazione.
Verrà per il dottore col suo regalo nuovo
un gran dolore al basso di schiena, una ricetta
quattro preghiere, tanto la scienza poi perdona.
Verrà perché rinascere è un lusso da bambini
le luminarie e tutto il rancore al sottoscala.
(Far sempre bella mostra di sé quand’è Natale)
Verrà anche al vecchio porco al bancone in drogheria
verrà per quella santa che corre qui ogni sera
con il biglietto in mano di mamma:
due panini, mezz’etto di quel magro
e una bibita gassata.
Verrà per noi coi piedi gelati
in erezione.
Tutte le notti verso le tre uccidiamo i sogni.
Verrà per noi e i telefoni caldi
per le sciarpe, le scarpe con le stringhe scucite
e un bel cappotto, tirato fuori per l’occasione
e poi perduto, cellophanato e anestetizzato.
Verrà per questo fegato pazzo di animale,
per la mia pancia senza sorrisi e i denti andati
per le mie labbra ruggini e secche
per il miele, desiderato a gozzo di cane.
Per il sesso
sciacquato sotto l’acqua dei santi
per gli amanti
ficcati dentro i libri o nei film
per il mio naso, forgiato nella grande orchidea della tua fame.
Verrà per la poesia coi coriandoli e aquiloni
per quella della morte e dei fiori da portare
per quella che ti esalta le braccia, i fianchi
il culo.
Verrà e mi fingerò pettinato, anche pulito
tenuto insieme come le foglie ai sempreverde.
Verrà
e avremo sempre più voglia e meno tempo, quel tempo
che ci pialla la terra e le ginocchia
quel tempo che ci spella le mani dentro gli orti
che ci condensa il fiato nel correre e scappare
tornare
dare grandi perdoni
e poi finire.

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SMAGLIATURE

Tu mi ricordi le arance proletarie
le mani dure, mezze guantate, delle donne
che mettono milioni di frutti alla stadera.
La riluttanza dei ragazzini dal barbiere
il collo freddo in pieno d’inverno;
ora che sfili
la calza rotta come un presagio
quasi neve
adoperata all’uscio di casa.
Mia ferita, non sai la grazia che mi sprigioni
tra il grembiule, e il calendario dei miei rimorsi.
Il nudo è tutto
ciò che più sacro viene da dire
fame e sete, in me si fanno largo come benedizioni
come notizie grasse dal fronte.
Pace in terra,
agli uomini che non ti conoscono
a me tutto.

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