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Archive for gennaio 2015

LE MANI

Reading 4

Per sempre ti darò queste mani
la compagnia che fanno cantando.
Sono tue
il tempo le ha ferite tacendole un’inezia;
la destra prova a darti poesia, l’altra seduce
ti versa l’acqua dentro il bicchiere
il riso in bocca.
Sono per te
monelle o discrete
americane, se preferisci corrano il corpo.
Passeggere
sui vetri del vapore a contarti la fortuna
i voli del ragazzo felice
i suoi bisogni
di metterti la testa sudata sulla gonna
e di sentirla poi presa intera, tra le mani.
Le tue stavolta, pietre del sud
carteggi noti
di calli e turni il primo mattino, a Parabiago
in quel seminterrato di fabbrica iniziale.
Le tue che sono marmo di rosa
le affilate
le tue puntate dritte al mio cuore
le tue cieche, di rabbia
i giorni che siamo morti, e poi risorti
per questo vizio umano di darci un po’ all’amore
come se fosse il primo, ogni volta.
Si, le mani
vorrei fossero l’ultime a andare
te vicina
il buio a mezzogiorno
i capelli da toccare.

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ARANCIO

Le arance dentro casa tua aperta, fredda solo
per far cambiare aria alle camere;
tu uscivi
e dopo quel passaggio a livello mi incontravi.
La ferrovia tagliava il paese come un fiume
arancio a volte qualche container
qualche fila, di pali e di rimesse. Così li si vedeva
in questa paludosa pianura, dei frutteti
era la nostra bocca a volerlo.
La bocca arancio dei pochi anni.
Arancio il muro
del salottino di tua sorella, lei e il suo vizio
dei girasoli ed oli d’incenso.
Arancio il giorno
che spense tutte l’oche del cielo
smise il cuore, il bello del respiro e dei suoi capelli fini.
Arancio è questo spicchio di luna naufragata
l’errore che fa dio mezzo uomo
e vieni triste, più triste delle cinque di sera
più di tutto; perché vorresti andarci come una coturnice.
E arancio è la tovaglia pulita, niente sopra
che è presto ma ci piace lo stesso;
l’acquolina, che viene quando sbuccio gli agrumi
e fai lo schiocco, la lingua del peccato
le natiche più dure, memoria dell’amore pulito
arancio, pieno.

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GIALLO

Giallo era il colore del suo foulard d’estate
la testa a malapena celata
nuda, lustra, come una malattia da tre soldi.
Giallo il vento, e l’anellino appeso all’orecchio.
Dicerie
volevano facesse la vita, dietro un campo
in una stanza in centro al paese
oppure in piedi
tradendo la città del pudore come niente.
E giallo fu il sorriso che feci il pomeriggio
che venne per comprare le uova
non rispose, ma dietro quei fanali un po’ tristi
le piaceva
sentivo l’imbarazzo provato poche volte
l’idea che forse un giorno, da grande, l’avrei presa
e poi chiamata amore come non fa nessuno.
E giallo era il martirio di Sebastiano in chiesa
la voglia che c’avevo di uscire per giocare
di masturbarmi dietro un ulivo
avanti il grano, la curva della terra feconda
gialla e secca, come le aridità della gente che sentenzia
che giudica e ti uccide anche morto.
E giallo, ancora
si, giallo era il pallone di Thomas, l’africano
scappato dal collegio e da un tiro troppo forte.
Giocava come un dio e qualcuno lo sapeva.
E giallo fu il colore che venne quando strinse
la mano sua alla mia per dirmi ch’era amico
senza parlare tanto, ma urlando qualche cosa
sul fatto che nel calcio bisogna darla via.

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ringrazio veramente di cuore Antonella e tutti gli amici/lettori/autori per l’ospitalità.
una menzione particolare ad Emilia, per il tempo e la cura a me dedicata. Nutro per lei la stessa stima, in tutti i sensi.

Un caro saluto, e ancora grazie!!

Words Social Forum

massimo

Sono nato il 31 marzo del 1960, in un comune dell’hinterland milanese.
Erano gli anni del “miracolo economico” e i miei genitori pura statistica delle migrazioni interne. Migrazioni da est a ovest, troppo spesso dimenticate, o sottovalutate. Comunque sia, a casa mia la letteratura era roba al massimo chiusa nei libri di scuola, accuratamente toccati con i guanti perché non si sporcassero.
Il meglio delle mie letture, si riduceva a una sbirciatina serale al Corriere d’Informazione, qualche notizia di sport, qualche autografo di Rivera, che non ho ancora capito quanto fosse autentico, o semplicemente un autentico tentativo di mio padre di indorarmi la pillola amara dello stare solo fino a sera tardi.
La poesia l’ho ignorata fino alle scuole superiori, complice un professore illuminato e appassionato dell’antologia di Spoon River. La sua capacità di eloquenza, il fascino con cui trasmetteva quelli che considerava valori universali e fondamentali, stimolarono in me…

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LE ONDE

È questo mio ritrarre e avanzare, come un’onda
mai uguale
mai sorella ad un’altra.
Ho il cuore in vetro.
Perché ho ascoltato ch’ero bambino le cicale
gli strilli delle donne ai cortili
le morose, richiudere più in fretta
portiere e reggiseno.
Perché da ragazzino m’è presa malattia
di mettermi ai gradini di un parco, o di una chiesa
per farmi orecchie e naso dei secchi di abbondanza;
di quel silenzio molle e imbronciato delle bestie
dei cumuli di fieno
delle corriere piene, di gente con la fronte sui vetri.
Piccolino
ho visto un uomo armonica e bocca senza denti
non una sola nota imparata, ma negli occhi
tutte le lavandaie al paese, le staffette
venute giù di corsa su bici di fortuna.
Ho visto la delizia delle sue scarpe nuove
a un contadino il giorno di nozze
ed ora oscillo
come le canne al vento, le onde
e a volte ho male.

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AZZURRO

Sulla parete dietro il mio letto un quadro storto
Madonna delle lacrime dice
e in fatti una, pareva si staccasse da tutto.
Lei era azzurra, perché la luce messa di sbieco
la inondava, e il copricapo aveva quell’ombra
disegnata, che mette le distanze a riposo.
Mica bella
sembrava la mia mamma a lavare nel cortile
lenzuola azzurre dure di freddo, ma poi stese
portavano qui il mare e la Lombardia fioriva.
Azzurro era il vestito da sposo, che anche io
avevo fatto studi da principe, ma poi
mancai l’appuntamento coi suoi capelli d’oro
il cesto lo lasciai dal fiorista
e il prete muto, ma questa è un’altra favola sporca.
Azzurro è il cielo
che feci con la carta nei giorni di Natale
le stelle troppo bianche per essere vedute.
Azzurra invece è il nome di mia cugina prima
vien voglia di chiamarla soltanto per pensare
a qualcosa di leggero e di fragile, e poi dirle
che mi ricorda i fiocchi di neve.
Azzurro è Paolo
il Conte di Parigi e di Bartali, e poi il lampo
la luce che vien dentro di te quando ti tocco
e sui cavalcavia è un fuggi fuggi generale
un state attenti a quell’elettrone;
un taglio nudo, tra terra e cielo e poi ricucire
ho ancora i segni.

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BIANCO

Se mi toccassi la fronte come un giglio
t’inonderei di Firenze e altre città;
di fiumi che carezzano i muri
di banchine, sabbiere e cose povere e giuste.
Poi farei
le giravolte come l’airone a bordo strada
qui nella magra pianura
o su di te, geografica e prescelta del nido.
Potrei uscire
a piedi scalzi per dirti quanto ancora
sia forte il desiderio di spine e sangue buono:
quel piccolo dolore che rizza il pelo e scuote
le acerbità mie bianche qui intatte.
C’è nel frutto
memoria della foglia e del sole che la lecca
in me c’è la tua casa tenuta stretta, e glabra
l’aprirla come un uomo che torna dal lavoro
si toglie scarpe e ore alle spalle.
C’è una sedia
la tua capacità di abitarla con soltanto
un timido grembiule che s’apre all’equatore;
il caldo che mi viene tremendo
e l’orazione, che poi mi scappa sempre da dire.
Ecco, è quanto.

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