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Archive for gennaio 2015

MI SCIOLGO

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La vie en rose

applausi Cristina!

barche di carta

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Di questo amore vecchio
porto le distanze,
nella scatola di latta
ritrovo le tue lettere,
il codice degli amanti
i segreti rubati ai poeti.
Lungo la Senna
dentro l’inverno di strade parigine,
seduta sulla panchina di Prévert,
rivedo il cielo d’anice sfiorare
i baveri dei nostri cappotti,
per un istante il fiume è stato nostro,
abbiamo scritto parole d’acqua,
messo a dimora le barche
alla darsena di Saint Germain,
ché la nebbia non dava scampo
ai legni bagnati dal mare.
Noi, i cigni dei laghi venuti a svernare
mute le piume in abbracci;
e sopra la stanza di rue de Toulouse
scoprivi i miei seni rosa di ragazza,
il mio nome in accento alla tua bocca
era canto di Edith,
la vie en rose de l’amour,
era la notte che mi bevevi tutta
ai tavolini del cognac,
assieme alla pelle di latte e pastis
dipinto di Rembrandt,
miracolo di dio…

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il graditissimo omaggio di Chiara

squarcidisilenzio

Appoggio il capo della mestizia di alcuni giorni di vita grama, nello sconforto s’accende il ricordo e la solerzia dei passi, si placa.
Apro allora con rito e cerimonia il libro di poesie di Massimo Botturi, una pagina dopo l’altra con la lentezza pigra degli anni e siedo al suo tavolo, accanto, spalla a spalla. Volto il viso ed intravedo quel guizzo rosso che genera amore e poesia. Può questo un libro di poesie? Può ridonare la pace? Riprendersi il respiro da sotto la terra?

“Il posto delle fragole” di Massimo Botturi è un campo da coltivare d’emozioni e il poeta  v’è a guida e maestro.

“Il posto delle fragole è qui, che m’hai nutritoil-posto-delle-fragole
col latte di chi fonda città
e dà nome ai fiori. E’ questo bell’andare
che ci matura al sole, è la gentile ombra
che ci facciamo dopo.
Servisse un’occasione di esserlo davvero, vicini
quasi…

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Ottanta son le chiese con i gradini storti
i monti sconosciuti e le beole nel giardino;
le volpi di Verona in campagna, i denti d’oro
dei morti partigiani
dei valichi e del sangue.
La sua velocità dentro te fa invidia ai tori
ed alle parrucchiere da tempo disertate;
fa sognare
di stare ancora in mezzo alle primule, a vent’anni
quando sporcare il letto faceva primo amore.
Ottanta come niente stravizi, come il vento
nel quale mi poggiavi sicura di far bene
dopo lavato ed ispezionato
sulla testa, dentro le orecchie, avara di baci
e altre sciocchezze.
Ottanta erano i fumi di notte, i bombardieri
le ore fatte in casa a pulire dai signori;
ottantamila lire in un mese, se era grassa
ottanta lire un chilo di pane, fate i conti
che io c’ho sempre avuto memoria di altre cose.
Dei suoi orecchini ad esempio, tolti adesso
per le radiografie e le misure più precise
per il suo neo a metà della gamba
per le estati, che si puliva i seni col fazzoletto buono.

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QUANDO NE AVRO’ NOVANTA

La mia soddisfazione
sarà indicarti un campo di grano
e dirti, allora
che lo ricordo come ragazzo, tutto quanto.
E meglio ancora il corpo di donna
il mio non conta:
avrà letteratura dei poveri nel viso
le mani del ciliegio, le gambe un contrafforte
crollato dopo il fulmine giallo in pieno agosto.
Quando ne avrò novanta mi leccherò le labbra
nel ricordarti incinta e in salute
farò schifo, ai benpensanti e ai preti
già rido e me ne vanto.
E mimerò nell’aria quando toccavo i seni
le meraviglie mute di certi miei alfabeti
che solo amare forte possono far capire.
Quando ne avrò novanta sarò come la terra
e mi berrò la belva del fiume
lepri, uccelli.
E spingerò le piante a rimettersi con dio
a fare l’ombra e vincere il freddo
ed altro ancora.

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