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Archive for aprile 2015

oggi è così…

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PLACENTA

Dì, com’era bella la pioggia
nel freddo sessantuno a Milano?
Dai per lei
quella risposta magra di lacrime, se vuoi
lei stesa nel consorzio degli umili
i malati;
la mano di un’ostetrica in fronte, e te, venuta
una Venere di parto, mediterranea.
Nuda, come le corde tese ai cantieri, alle officine;
come l’acciaio fuso colato da tuo padre
gli occhioni azzurri d’uno che al mondo ci sa fare
e il male che lo stava mangiando
già da allora.
Dì, te che ascolti la pioggia di stamani
non ti ricorda certe olimpiadi, certe partite?
Domeniche di radio e di cicche per la casa
domeniche di amori forzati, luce spenta
la porta degli amanti da non attraversare.
Non ti ricorda certe orazioni mai imparate?
Le lunghe, le difficili
Salve regina e salve anche il re.
Ma dimmi, ancora, la musica sui coppi
non è la stessa, amore?
Io vengo qui ogni sera, mi siedo
aspetto il turno
dell’infermiera e poi del silenzio.
Vado a casa, ricordo un po’ la pioggia del sessantuno
spengo.
Così comincia il lento bisogno, sprofondare
nel suono di catena di un cane che ha paura
e versa la sua ciotola d’acqua in altra acqua;
la pioggia indelicata e precisa di quell’anno
il sessantuno, gonfio si scoli e di canali.
Il sessantuno ch’era placenta per le bocche
le numerose tue sempre accese, le affamate
voraci come fosti poi donna al mio cospetto:
Pompei fastosa prima di cenere
lussuria, dei tuoi camminamenti su me
vergine ancora, soltanto a pronunciarti fedele.
Si, la pioggia, un lenitivo tutto d’un fiato,
un canto dolce, nelle mie orecchie sante di vacca
e pipistrello. Nelle narici ancora bagnate del tuo sesso
poiché l’ho pettinato l’altrieri, prima ancora
che tu ne rivelassi potenza, magnitudo.
E ancora, piove, la guancia mia perduta mi duole
vuoto scranno, le tre di notte e faccio l’amore al posto tuo
toccando me
che ho messo dell’ombra a ricordare;
placenta per peccati veniali.
Non guardare.

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LE PAROLE

LE PAROLE

Per sostenerle a terra dal vento le puntavo.
Avevo una finestra davanti
metti luce! Diceva sempre mamma;
lei che sapeva scrivere a malapena il nome.
Mettiti in fronte alla luce e stai pulito
la schiena come fosse una spada.
Dopo usciva
non la vedevo per molte ore.
E le parole
pareva mi prendessero il triste tra le dita.
E allora aprivo i vetri,
per farle svolazzare,
nella mia fantasia erano uccelli
scesi a bere.

Frutto della collaborazione con Stephy, questa volta capovolgimento di fronte. Su un testo precedentemente scritto, la sua bellissima elaborazione in immagine.

https://ifotolavoridistephy.wordpress.com/

Spero vorrai perdonare la mia scarsa padronanza con la tecnologia (impaginazione, link e tutto il resto non sono il mio forte)

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LA RESISTENZA

La Resistenza è un tavolo da otto
metà dei figli morti
l’altra metà seduta.
È il filo del telefono grigio, radio accesa
la sintonia tra Brescia e Verona
monti pochi
curvati come seni modesti.
È una veletta
portata per la messa le sei della mattina
è un pentolino d’acqua a bollire, dentro un uovo
è l’occhio lustro del controvento
è Partigiana
senza gli slogan, senza falcetto, è poco pane
la malattia dei vecchi che ha nome di ogni cosa.
La Resistenza è viva nei giorni, nelle gambe
nelle pastiglie faccia di merda
nel lavoro; nel mare accartocciato col sangue.
È qui, nel melo, battuto a pioggia santa e citrato
è dentro il petto
di uno che c’ha dispari i battiti, e li ama
si aggrappa alle sue sistole infami come un cane
all’osso più infelice gettato.
È nelle facce, dei pendolari e ancora c’è buio
e stanno fuori
con la Marlboro al labbro succhiata.
È nei grappini, cannati giù di brutto da Gigi
perché ha voglia, di affogare il cancro con l’alcol.
È mia madre
riavvolta come un vecchio giornale e ancora insegna
cos’è quell’umiltà di levarsi scarpe e smorfia
entrando nella casa degli altri.
È la mia donna
la bestia che la sta consumando
la sua insonnia; quel suo allungare verso di me
i piedi gelati
le rotte un po’ imprecise delle sue migrazioni.
Perché un po’ uccello lei lo vorrebbe fossi anch’io
e volassimo un po’ qua e un poco là
dove capita, smettendo
per altri cento attimi solo
fino in terra.

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CAREZZE COME FOSSERO ALBERI

Le ho avute, si
la pena e la gioia, il riso forte.
Il pianto disperato e l’intrigo.
Ho avuto tutto, l’ho messo nelle regole ai figli
nel toccare
le donne come fossero frutti
acerbi, chiari.
Di quella chiarità a volte fragile, un poema
fatto di acqua e qualche lanterna.
Ho avuto il meglio
perché le ore insieme a parlare sono il meglio
e gli inguini sfiorati di bocca sono il meglio;
e il viso terso dopo il dolore è anche il meglio.
Ho avuto molto più di che ho dato
ma rimedio, se mi darai occasione
di metterti un po’ a fuoco
così che diventiamo un’eclisse
io più te.
Un ramo di sambuco e la lingua degli eroi
la capra e la sua erba difficile;
la mano, e il negativo d’altra che stringo.
Ho avuto il meglio
la ruggine mi sfiora soltanto, un po’ del triste
a volte mi seduce le notti.
Ma poi vieni
a ricordarmi l’essere amato
e allora imparo, cos’è la compassione
la vita un po’ in salita.
A dare baci arancio e poi lilla e poi carezze;
carezze come fossero alberi
d’estate
dopo aver camminato per ore, senza meta.

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BIANCO E NERO

No, non è in questa vita, ma in un’altra.
Avevo le ginocchia sul mento, là seduto
sul limitare di uno scalino. Mani in acqua
le sue che tutto inverno passava
come un treno, di merci giallo e rosso mattone.
Lo scossale, teneramente avvinto
a quel corpo ancora odore
di pane cotto e confessionale;
di pianura, scucita a tratti solo dai fiumi
dalle chiuse. Da certi sposalizi di sabato mattina
coi fiori delle pesche sull’uscio
e nei cortili, le nuvole di donne invidiose.
Non in questa, ma in altra vita
in quella stanza quattro per quattro
con la tenda
a decifrare il tavolo pronto e di qua il letto
le scatole di scarpe per cassettoni, e il vino
tenuto in fresca nel sottoscala.
Non in questa
Neruda e Mario Luzi gettavano pontili
tra la mia infanzia e l’uomo che sono;
in mezzo gli anni
passati con la chiave nascosta allo zerbino
minestre fredde e buio sui vetri.
E campi, tanti
terminazioni lunghe e magnifiche nei piedi.
Le fughe solitarie con bussola alla mano:
di qua il paese dei lavoranti, là la strada
delle corriere verso Milano;
e poi il Pavesi, i monti come carta da zucchero
le sere, che per un po’ di vento cadeva giù il sipario.

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Per la tintura di iodio mi conosci
per la caduta sopra la ghiaia, la disfatta
la disdicevole fretta dei pazzoidi
di quelli innamorati perenni.
Per il gusto, di metterti le fragole nell’ombelico
e alzare, il tono farheneit della serata stanca.
Mi riconoscerai come il capellone a tempo
la mia dodici corde l’ho data a un ombrellaio:
dice che la restaura
la porta al cielo sette, così potrò suonarla
ancora la mia nenia per te qui sul balcone;
e poi leccarti come un anguria
come un dolce
di pan di spagna, crema e meringa.
Per le garze
mi riconoscerai per le bende bianche e rosse
sfibrate a malo modo come le ginocchiere
per il mio fitto sangue che spurga crisantemi;
per le parole semplici che ho qui da pronunciare
davanti a quel sepolcro degli altri.
Lei, Bambina, aveva nome
e trovo sia bello, delicato
perché più delicata la vita va vissuta
toccata col cotone e coi guanti.
Anche se a volte
preferiresti il maschio di un tempo
l’orchestrato, tra mani e gambe farti un bel ritmo.
Sai, si cambia
si torna come l’erba novella
dopo amato, perduto, e ricordato per sempre.
Mi conosci?

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