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Archive for maggio 2015

DILLE POI COSE CHE NON SCORDI

Trattienilo più lento che puoi questo momento.
Quest’ondeggiare di mani nell’armadio
l’odore fitto di naftalina, il viso cieco.
Tienilo a modo, e dille poi cose che non scordi.
Che a diciottanni si è un po’ malati
mai cresciuti
e il mondo è un gran girovago e basta.
Fatti santo
per cinque o sei minuti non ti può fare male;
comincia dalla breve statura a venir vecchi
la schiena che somiglia alle vigne.
Sii prudente, che agitazione spacca dei nervi
scheggia gli ossi
fa piangere dal nulla le anime perdute.
E servi poi del meglio silenzio, con te dentro
guardate un telefilm un po’ sciocco
un padre nostro, se viene il papa a dire la messa.
Sii gentile
col secolo passato, e più vergine nel cuore.
Così s’impara meglio ad amare, e dopo, a casa
vedrai più chiare tutte le cose:
la tua sposa, bruciata sulle punte di dita
i figli storti, nel letto fatto troppo di corsa.
E anche te stesso.
Seduto a guardar l’erba che cresce
col sorriso
le mani nel pigiama a cercare una moneta
come se una fontana poi fosse questo prato.
Accoglimi anche ora che vivo, te ne prego.

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LA ROSA ROSSA

scatenati…

I Fotolavori di Stephy

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Dov’era il viale lungo dei platani
correvo, le mani sui cancelli socchiusi
sulle rose.
Ne rubai una senza cautela, senza ingegno
per te che ne volevi di belle, innamorata
del nettare ubriaco del calice; le rosse
le preferivi come le labbra
le pittate, le pronunciate in cerca di baci.
Ma poi venne
La nostalgia degli anni d’infanzia, a quelle accese
sul tavolo le belle domeniche
e la piansi, rubina come il sangue sul dito
sul proibito.

Foto mia.
Parole di Massimo.

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IL SEGNALIBRO

Tutta la piena del mare dei Sargassi
la spuma fatta neve dalla balena bianca;
il ballo mascherato
il balcone di Giulietta, il piccolo scrivano
e le lettere d’amore.
Io morirò sepolto da tutte le parole
ma solamente l’ultime avrò per spremitura:
gli occhioni dolci dei tuoi saluti

– vuoi da bere?
Oppure vuoi che spenga la luce?

Tu il soggetto
il complemento e il pezzo di lingua;
tu e il capriccio
di mettermi quei piedi a riparo chissà cosa.
Svegliandomi per dodici volte
quattro amore, toccato solamente
come si tocca un fiore.
Le altre per paura che possa poi scordare
le fragili tue unghie
le guance un po’ scavate
la pancia col bottone neonato
e che mi ami.

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COME LE QUERCE IL SOLE

Un bel sudore, io leggo nella scatola cranica
la morte, delle gazzarre in erba bagnata.
E poi le sere, venute giù che sembrano uccelli
o lente capre, nell’aderenza ai sassi e agli sterpi.
Voglio il miele
che tra le gambe dritte degli alberi veniva;
usare tutte quante le dita in tuoi segreti
nei lividi più scuri e svogliati del tuo corpo.
Voglio quel tempo matto in dialetto
il vino pesto, le scorze dell’anguria gettate poi ai maiali.
Reclamo l’innocenza di chi, coltello in mano
misura l’incoerenza dei campi, e della vita.
Reclamo il nudo semplice ai piedi, ed una donna
che lega i suoi capelli per farsi pera cotta
i peli poi da tutte le parti
e quando ride, perché mi ama addosso
come le querce il sole.
Voglio una donna che m’indica la luna
ma io le guardo il culo, perché sono volgare.
Reclamo il mio diritto di esserlo, e scappare
da questo corpo troppo costretto, troppo bello
per fare che sia vero, magnifico, mortale.
Reclamo la mia ora di aria, un po’ a Miami
ma anche al mio paesello in campagna
e un avvocato, che mi difenda dalle intemperie
e le cazzate; dal cellophane sui fiori
che li rovina, ostia! Non mettermi del verde fasullo
dammi il vero, la mano come fossimo amici
dammi tutto, perché io sono a pezzi da un pezzo
ho dato il meglio, ma forse il meglio non lo conosco
ho dato, forse, quel forse che mi salva o che mi condanna
ora.

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Roma

Io, giovane stronzetto in Via Dell’Orso.
Io che le mani avevo callose a recinzioni
il freddo nelle ossa di un ospite straniero
venuto alle acque rotte del Tevere
smodato, nella mia cecità lavorante.
Roma grassa
tenace come un’orca dei fiordi, mai dormita
putrella di una vecchia stamberga.
Roma antica
pulita con la spugna di aceto
con leccate, di premature lingue d’assalto.
E me, perduto, sul sessantuno là a Pietralata
tra le donne
che incinte mi cedevano il posto. Me bellino
il cardigan di mamma per le buone occasioni.
E poi il Quadraro vecchio con gli occhi da paura
gli strilli tra le scale e i palazzi, le risate.
Roma strana
lontana dalle grazie dell’arte, dagli uffici
dalle ambasciate e dalle colonne.
Roma gola
le cime d’aglio e dopo le acciughe
fa’n par d’etti.
Roma e i suoi cani sui marciapiedi
poi l’Atlantic, Via Tuscolana lunga come una cantilena.
Fellini e Capannelle
due mila lire secche, sul nome di un cavallo sciancato.
Roma uccisa
bevuta con un po’ di limone. Roma fuori
Frascati e le terrazze di aria, i suoi rintocchi.
Roma dura
qualcuno ai giardinetti s’è fatto
Roma molle, le fragole de sora Vittoria
giù ai mercati
l’aperitivo e le pasterelle.
Roma andata, nelle mie gambe
ed ero ragazzo, ho visto il mare.

nata dalla sempre felice collaborazione con Stephy https://unblogunpocosi.wordpress.com/

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Per te sarà ovvietà, ma io m’incanto.
Quando chinata mi pari un’educanda:
il seno come uscito dal nulla
l’acqua informe, che ride te attraverso la gola.
Tutta invasa
sei allora dagli sguardi, e precipiti, voltata
per il pudore che ti fa madre, troppo vecchia
per queste cose, dici
e il capezzolo mi sfama.
Ti sfiora un bel fastidio di luce, di rumore
la casa che si sveglia precoce
passi
uccelli
il raschio della moka, la mia erezione andata.
Per te sarà ovvietà
ma di questo vivo ancora
e sulla bocca porto il mattino, sono uomo
soltanto nel concedermi a te
che vuoi dell’altro.
La pace dignitosa del sonno, e dell’amore
la percussione delle lancette
un po’ di buio.

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TOCCAMI

Colpevoli di troppa innocenza,
ormai cresciuti,
divinamente presi alle allegorie del tempo
che vuole i figli dietro al sedile, barba incolta.
Quell’essenziale esserci e basta, defraudati
dai nostri assalti al cielo
o soltanto alle sottane.
Io ti toccavo, tenero e sciolto, naturale;
tu lo facevi a me e risuonava tutto quanto
due pelli di tamburo per feste primordiali.
Tu mi toccavi prima di dio, del suo peccato
prima del triste perbene che oggi sono.
Fallo ancora, sarò Via Garibaldi se arrivi
gli occhi pane
la gola l’ostensione di Cristo, bocca, lingua
verzure d’orto per le tue mani.
Fallo, amore, tu fallo con lo zinco ed il rame
fallo e basta, magnificami bene le ossa
tocca tutto, sarò l’acetilene di notte sopra i monti
la volta che tu andasti col padre per sentieri
ad ascoltare il suono dei partigiani, i rossi.
Toccami i piedi e carezzali con voga
con fantasia e caciara di voce, tocca e basta
sarò la cantoniera dei sassi, e le tue amiche
sarò la prima volta che l’hai sentita piena
le gambe poi tremarti, mentre tornavi a casa.
Tocchiamoci
ch’è bello ascoltare anche le vene
la spina c’ho dei pesci, il mare nei pertugi;
tu toccami le idee e poi le cosce, sali piano
cancellami dall’albo dei morti
io ti amo.

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