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Archive for agosto 2015

MISSISSIPI

Ehi, amico, ho pensato
rivolto a uno mai conosciuto.
Tre di notte
il caldo che ti mette le spine nella schiena.
L’ho pensato, guardandolo fumare la sua pietà del cielo
la mappa di colore vermiglio, non preciso
nessuna nuvoletta a far cassa, proprio zero.
L’ho visto nudo come un neonato
tanto è tardi, nessuno farà caso alle regole del gioco.
Non s’è voltato neanche quando è arrivata lei
la stessa nudità di ventenne
niente sonno
sudore
smania
voglia di pioggia.
Tutti insieme
davanti al tabernacolo sfitto dell’estate;
senza riuscire neanche a parlare, né a mangiare.
Poi lui ha portato fuori qualcosa e due bicchieri
un brindisi dal ponte sembrava, una crociera.
La siepe le mangrovie del Cile, e poi le ortensie
giardini di Orleans con il jazz fino al mattino.
Il mare l’erba tutta seccata, luna a pezzi
i capezzoli di lei che di botto si fan duri.

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IMPETUOSI

un bel sabato impetuoso
🙂

I Fotolavori di Stephy

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Impetuosi, sono versi impetuosi le tue acque
le tue spire, le tue vaniglie in punta di lingua
le tue voglie.
Sono impetuosi i segni di dio, gli uccelli verdi
i dodici cavalli fuggiti dal mio petto.
Sono impetuosi i morsi di luna, i calabroni
i cinque anelli d’oro che hai dentro quando danzi
e mostri i seni d’una ragazza. Si, impetuosi
questi rumori fondi di albero, di frutto
di strade e di cunicoli strappati con la piena.
Sono impetuosi i passi del lupo, i graffi d’orso
i baci sulle scapole, i versi del godere.
Sono impetuosi i tagli di luce, i libri belli
i musicisti tutti sudati
e gli occhi pieni, quando lontana ti viene quell’idea
che tutta questa musica, in fondo
sia per te.

(Massimo Botturi)

Foto impetuosa mia.
Versi impetuosi di Massimo

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IL CAMPETTO

Dietro la casa un tempo era un campetto.
Due porte fatte d’assi migliori, tante storie
di centravanti e sante madonne se sbagliavi.
Adesso è un laterizio confuso, una latrina
di calcinacci e vecchi cantieri.
Han tolto tutto
ma più la musicaccia serale dei ragazzi
reclusi dentro casa
o in Bar senza ghiaccioli marroni
tamarindo, il mio restava sempre sul fondo.
Lì è cresciuto
quel modo mio di muovere il culo, la pianura
i tendini robusti e la faccia da bambino.
Da lì vedevo i vetri riempirsi di vapore
le vasche piene il sabato sera
i padri andare, per un tresette e un bianco
e poi tutti giù a fumare.
Qui dietro s’era tutti perfetti, uguali, sporchi
dei brocchi a fare i cross
terroni e polentoni, il Cina e il testa dura di Olbia
il calabrese, coi suoi fratelli piccoli appresso.
Stessa lingua, di mani e sassi se necessario
ma poi amici
stessa bottiglia e bere giù a canna
tempi andati.

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CHI SE NE FREGA

Un dio addolcito sul muro, e tante mosche
sorpresi con le dita nel naso
siamo adulti, svaccati sul divano dopo la bella vita;
le cinte con due buchi di più, un gran lavorare
di mano e discussioni al telefono.
Ma è sempre
questa bellezza d’esserci ancora
apostrofati, ognuno il soprannome più adatto:
cane lupo
chiamavo te nei tempi di scuola, un complimento
lo sguardo attento e orecchie ai rumori.
Io semenza.
Qualcosa che ci vuole del tempo a venir fuori.
Qualcosa che si scusa d’esistere, la grazia
ma poi la foglia da masticare, il fiore acerbo.
Siamo ancora
quelli alla porta dopo la cena, lo stecchino
maleducato e ammazza caffè.
Domani piove. È facile poi dirlo se il cielo è un colabrodo.
Ma è bello fare finta capirci, siamo adulti
coglioni quanto basta, ma poi
chi se ne frega!

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TRAILER

Questa mattina c’è un fresco senza fondo
una conciliazione con dio che mette bene.
Ho sceneggiato il film che ti piace:
tu che scendi
più lenta di una gatta, caviglie mica gonfie
il culo che mi parla di ostriche e Champagne.
Poi a un certo punto s’alza un prurito giù dal prato
un mazzo di oleandri e di uccelli ogni colore.
E infine ti si apre la seta dove muoio
un po’ per caso e un po’ per volere
e si fa giorno
ancora prima che nei pollai, nelle miniere
nei Bar e negli uffici di vetro.
È stato bello, neanche primo tempo o secondo
tutto un fiato. In mezzo una focaccia di Recco
a portar via.

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TU SEI UN FIORE

Tu sei un fiore
un corpo boreale mutevole, smeraldo
foulard per cime d’alberi e guglie.
Tu sei il fiore. La verità che veste l’anemone
la rosa, la coppa delle labbra socchiuse
il calicanto, la vergine tra l’erba scostata.
Tu sei un fiore, la sete delle due del mattino
l’orchidea, la parte più nascosta alla donna
il gelsomino, il nettare ubriaco del rosso che fa a sera.
Sei il fiore azzurro e vetro dei prati
sei il mughetto
ricordo di mia madre quando pesava niente;
sei il fiore nel bicchiere e quello al davanzale
il girasole e il seme suo intriso
sei la calla, arancio e dopo gialla
sei cose che ho già scritto.
Il dito che mi succhio toccandoti le dita
sei il fiore dentro l’acqua reciso l’altro ieri
sei quello carezzato dall’onda, il predicato
il rampicante al velo di sposa.
Tu sei un fiore, camelia sulla tempia
la margherita in bocca. Sei il fiore del creato
che buca roccia e cielo, sei il fiore del peccato
la spina alle morose.
Sei il fiore sul selciato non colto, sei il migliore.

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TEMPI MODERNI

Lo vedi quello lì come mena?
La testa bassa, i piedi un po’ svergoli
e la bici
la stessa dalla guerra sa il dio.
Faceva il duro, al Cinema Centrale
chiedendo i documenti
a noi, dei ragazzetti in calore, brufolosi.
Chiedeva se avevamo l’età per porcherie
col metro degli inganni e del fegato ingrossato;
chiedeva non sporcassimo niente dentro al Cine
lui e i suoi gelati al gusto di latte.
È un po’ svanito
ricorda più se il culo di donna è tondo o quadro.
Han chiuso il Cine e anche il baretto
han chiuso tutto. Adesso c’è una banca di merda
là nel viale; nessuna fila per i biglietti
niente urla, di ragazzini appresso
a un cartello con la figa.
Adesso è la tristezza di gente che non paga
non vive e non lavora, si uccide
e chiede scusa.

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