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Archive for gennaio 2016

LENTO E’ L’AMORE

Lento è l’amore
come la guarigione.
E’ un portico per tutti i ragazzi
per pregare, e riposare il sangue dei piedi.
Lento e giusto
l’eterno che ripete le ombre, i rampicanti
le velleità dell’edera povera e tenace.
Lentissimo nel petto e nel cuore, nel toccare
è l’anima del fuoco incapace di volere
d’intendere ragione aritmetica.
E veloce
com’entra il vento appena le imposte fanno il giro.
Arredo d’usignoli è il suo bosco
voce e luce, un fulmine talvolta
che acceca e fa vedere, legami di molecole
di vecchie limature.
La forza che fa muovere bocca ed ossatura
peluria della voglia che abbiamo di restare
poggiati l’uno all’altra
come a un battesimale.

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EVA CASSIDY

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Mio padre mi portava all’immagine di Cristo
domenica alla messa a buonora, ultime file
ché anche nella chiesa era il povero minore.
Consolazione d’opera buona era l’offrire
l’avanzo di monete alle tasche, in quell’istante
che per le sedie usava un borsello
prima ancora, del segno della pace scambiato.
E poi cantava, sommesso e preso da commozione
lui, tenore, uccello da Osteria nelle sere
era un bambino
che vede la sua mamma lasciarlo per lavoro
col gioco appena sfatto per terra.
E una gran pena, a me veniva su dal profondo
per gli adulti, inginocchiati sopra le panche consumate
devoti e sofferenti allo spirito volato.
E quando poi s’apriva il portone lo cercavo
la mano nella mano colmava in me la grazia
la voglia di dividere il pane con qualcuno;
d’aprire le finestre al profumo delle viole
al ridere e al vociare di quanti erano fuori
finite le faccende ed i compiti.
Ma grazie, io sento di poterlo ora dire, anche se Dio
l’ho perso per la strada come le biglie e gli anni.
Grazie alla vastità della spalla su cui andavo
alla sua giacca nuova con dentro una palletta
di naftalina dimenticata;
grazie al sole, che primo mi faceva vedere
a cavalcioni, quando in paese c’era una gara di ciclisti.
Grazie all’uomo
alla sua firma da avanspettacolo
agli eccessi, che l’hanno fatto fuori dai santi
terra a terra
come mi piace ancora incontrarlo. Dico grazie.

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Mi servirà sapere le stelle e gli eucalipti:
Viale Le Rimembranze è la terza dopo il fiume.
Mi basterà poterle contare nella bocca
le volte che ho premuto il mio essere nel tuo
alzare queste braccia un po’ ruggini, e cadere
come un anello libera in acqua le sue spire
l’abbraccio delle dita
felicità di un tempo.
Mi servirà la scorza del remo, il posto nudo
becchime ritrovato questa mia pelle nana
si farà cibo per Moby Dick, vacca del mare.
O mille fiori
usciti come fanno i bambini quando spiove
e asciugano nell’aria le gambe da padroni.
Mi servirà poi dire il suo nome
e che l’ho amato, all’interrogatorio dei santi
là seduto
su pile di cocomeri e legna, sopra niente.
Perché leggeri come le nuvole svanisce
il peso sopra il cuore e la pancia. Tutto è aria
e risa truffaldine, forse la gioia vera.

SECONDO FRAMMENTO

È facile far senza di dio
quando sei fuoco, e aria
e acqua più ridondante.
Alla finestra
si scagliano le rondini
le poche ormai rimaste.
La tua verginità di malata mi conduce
in luoghi dove altro è il pensiero
ai campanili
alle torrette magre di certi bei cortili
dove di maggio c’era il rosario, tutte insieme.
Le sedie messe come nei giochi, il silenzioso
brunire con il tardo profumo delle rose.
Alla finestra viene una pioggia delicata
qualcuno che ritorna da scuola, o fatto spesa.
Gli alberi alti fanno la guardia a un sole cieco
che n’abbia, nel cadere, ferirsi e non tornare.

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Il dio dei tabernacoli in strada:
quattro rose
all’angolo che uccise il ragazzo.
Là, alla curva
dove il sabato sera c’è il dio che va a ballare
con l’auto di papà e le caviglie in alto mare.
Il dio dei capannoni col cane che fa guardia
il cellophane su tutti i motori nel piazzale
il dio degli oleodotti e i gasometri
e i trattori, nella rimessa dopo le cicatrici in terra.
Il dio dei ragazzini in vasconi di colore
di quelli coi fucili che non sanno giocare;
le mille e più miniere per mani piccoline
l’arsenico che sgarra le loro fantasie
la tenerezza mai conosciuta.
Il dio ribelle, che spazza tutto quanto nel tempio
e i suoi diletti
che srotolano filo spinato intorno al mondo.
Il dio che mette mano alle tasche e fa un’offerta
quello che si addormenta sui tram, che perde i pezzi
il pranzo nella borsa da riscaldare.
E ancora
il dio che si inginocchia a pulire
il dio che è donna, violata mille volte
a parole, mani, lama.
Il dio che elegge i furbi al potere, il dio educato
che manda a benedire chi ha il cancro e chi lo inventa.
Il dio che scrive regole uniche all’amore
sottana e pantaloni distinti, il resto è niente.
Il dio che parla lingue diverse, che si offende
s’incazza o prova invidia come qualsiasi uomo.
Il dio che mai delude e ti osserva anche nel sonno
che giudica e perdona le volte che hai peccato
le tue masturbazioni mancine, le bugie.
– Ho detto scemo al padre, e poi ho rubato il miele.
Il dio che non mi spiega la morte, e questa fede
che sento come un nido di vespe ma non vedo
mi fa tremare tutti i ginocchi, ma la scordo
appena mi prometti l’amore
dappertutto.

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IL NOME DELLE STELLE

La luna, là in campagna, era una parrucchiera
con le caviglie gonfie per via di ore in piedi.
Noi s’era ragazzini il ‘70
e ancora il vino, sapeva di proibito
come le donne nude.
Sdraiati sopra l’erba tagliata ridevamo
a quel tondo genuflesso e terribile, ma piano
ché tutto misurava un centimetro di meno
distanze che a quel tempo parevano finite.
Il nome lo sapeva mio zio, ma lo negava
su un vecchio libro prese a battesimo le luci
ed ogni sera usciva a bagnarle
con la lingua, e l’umido degli occhi di averci lì vicini
mai stanchi e ancora ingenui sui fatti dell’amore.
Fumava il suo pezzetto trinciato e poi tossiva.
Sembrava si spostassero i grani, il firmamento
come fa l’acqua quando una pietra la perfora.
Ma poi tornava teso e vincente
quasi fermo.

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NUDA – TERZO FRAMMENTO

La nudità che fa male, la sontuosa
quella bagnata in vino di luna
bianca in vena. La nudità del ramo tagliato
del tuo collo, del principe di tutti i miei baci
il naso nudo
la bocca nuda e niente Cartesio, niente voce
soltanto un’apertura di terra, una frattura.
La nudità del vero e del limite passato
che ti fa dire ho voglia di averti
d’esser piena, ho voglia dell’inferno del nord
e dei tuoi occhi, lavati prima d’essermi mani
ho voglia tutto.
La nudità esibita in tailleur sul culo sodo
quella del seno poggiato ai lavandini
la tua breve, il tempo di una mela mangiata
e poi di un giro, di pagina di cronaca o esteri.
La scema, di chi non è capace e rovina tutto in fretta
col pelo e contropelo mostrato
senza niente, sapere di quell’arte del vedo e poi non vedo.
La nudità sfiorata nel metterci lontani
di certe serrature in agosto sì sottili
che tutto il movimento poi ti toccava fare
per annullarmi il cuore e il comando:
non entrare.
La nudità dei fossi che corrono, e degli orti
la mia che ti vorrebbe incontrare
quella nera, lustrata come il banco di un Bar, di un’Osteria
finite la baldorie
la Sisal, sogni e resto
e ti rimane sola davanti, una signora
più nuda di una sposa coraggio, bella
e stanca.

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