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Archive for febbraio 2016

IL DILUVIO

Non darmi i mandarini del campo di tuo zio
ma i melograni piccoli al petto;
fai che strilli
e che mi gratti il collo con zampa di animale
di lupo sparpagliato sui monti.
Dammi l’aria
che vada a ritrovarla tra una suzione e un bacio
il debito di vita che muove mani e piedi
la punta di diamante per la mia lingua in vetro.
Regalami strutture molecolari, e latte
la goccia che ti esprime il piacere, l’acqua santa
che viene dal sudore quando ti amo e imparo
e premo il peso d’uomo siffatto dove inizi
tra l’ombelico e storia di Eva, dove è buio.
Tu dammi l’orchidea ch’è dispetto di natura
la metterò nel limbo d’attesa, nel silenzio
che prima dell’esplodere in cielo ha nome lampo.
Tu dammela in quaranta puntate, o tutta intera
io fingerò ignorarne l’epilogo, il finale
quel brutto saporaccio di miele ed erba salvia
che tanto mi ricorda le porte dell’inferno.
Non darmi i mandarini del campo di tuo zio
ma i cherubini in stato di guerra, apocalissi
due gambe larghe come piovesse
universali.

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QUI DENTRO

Nella saliva ho le particelle vive
si chiamano parole
e s’azzuffano, impennate
se sentono gli uccelli al mattino.
È nella bocca
che tutto il mio mistero fiorisce
e lì si inganna, diventa grande adatto al lavoro
a perder tempo;
diventa una brughiera di un campanile solo
e quattro cani al passo di nebbia.
È nel mio cuore
che tengo tutte quante le chiavi
un po’ confuse, da tre mandate o un semplice tocco.
Se mi ami
si apre la gabbietta e ti faccio previsioni
tifo la squadra delle farfalle
canto in coro
e annuncio allo spezzare del pane il giorno nuovo.
È dentro il cuore
che dorme il mio ragazzo migliore, il più educato
veloce a metter mano alla gonna se lo chiami
o a fare solamente carezze sul costato.
Qui dentro c’è un cavallo veloce
un gufo e un cervo;
un militare fa diserzione
e spiega alta, la sua bandiera rossa dei liberi
sorride.

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BALLATA PER L’UOMO ORDINARIO

Il mio amore è adolescente e monello
è un turno primo
una fabbrica di neon che ti ronzano vicini.
L’amore che ti faccio è un puledro di Castiglia
un ricciolo ribelle sul pube, un calendario
per le tue annotazioni banali, e per le sere
che preferisci uscire e cenare con le mani.
L’amore mio è modesto e ricchissimo
è noioso, è come certi peli del naso
dispettosi; come le caramelle lasciate senza carta.
E’ facile incontrarlo davanti a vecchi Cine
alle cinque di mattina insieme ai sacrestani.
E’ debole di stomaco e reni, testa grossa.
L’amore mio si scotta col sole di febbraio
riluce nel setaccio delle tue dita lunghe
delle tue dita merli di coppo, dita belle.
L’amore mio ci lascia le penne se tu svieni
se non mi guardi venti o trent’anni
è una sciocchezza
di quelle che poi crolla un palazzo se la eludi.
L’amore mio sa niente del mare, o dove vivi
sa niente dei pontili robusti, dei marosi
dei muli di montagna e dei cervi.
E’ una clessidra
che si ribalta sola per dotto lacrimale
è un blues e una canzone minchiona;
va lasciato, dormire sette ore per notte
sennò muore.

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L’epistola diceva di mettere sul conto
un uomo molto onore sarebbe poi passato
col borsellino e quattro palanche
col sorriso, di chi c’ha una cravatta soltanto.
Là, a bottega, ormai mi conoscevano bene
frangia scura, il mezzo litro sotto l’ascella
niente ombrello.
L’epistola diceva di mettersi una mano
un po’ sulla coscienza e un poco nelle tasche;
il salumiere aveva matite sull’orecchio
la moglie degli anelli vistosi
e un bel rossetto.
E poi chiedeva anche di mettermi a dottrina
una vestina per servir messa
e un occhio buono, per fare che fuggissi dai guai
da tentazioni. Diceva di indicarmi la via
poi verso casa, fossi rimasto al buio nel cuore
o solo in cielo, ché qui la sera viene a minuti
e fa radici, tra i muri e i gabinetti in cortile, in un bel niente.
E proseguiva, sai, molto grande
molto chiaro, con la calligrafia della terza elementare
– Ho dato gli otto giorni dal medico, domani
potrò ricominciare il lavoro
a far pulito. Le tende ve le cucio la sera
ma è compreso.

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JEFF BUCKLEY

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Chiamatelo uno scrupolo perfetto di coscienza
ma è raro tocchi il petto alle altre
e quando amo, mi turo il naso e trattengo il fiato
vado a fondo
nell’acqua divenuta verbale, tra i ginocchi
e venticinque spinte di parto.
Dentro, vedo.
E assaggio con la lingua le asperità forzate
la storia delle lune di agosto, il pieno inverno
dei lutti e delle calze strappate.
Quando amo
pericolo i capelli in un gorgo senza fine
scrivendole le natiche e i fianchi, come a un tronco
gli anelli ad indicarne l’età.
Mi faccio verme, per implorare grassa la terra
e per fuggire, dal becco falciatore dei corvi
dalle pietre, dal sibilo veloce di certe morti fredde
che tutti i giorni tocca patire.
Ecco che faccio
se il buio delle gambe si svela e mi conduce
là dove un’altra vita mi cerca, e prende mano.

**

Come fa male l’inchiostro della luna.
Tra Via Farini e il resto del mondo è tutto un corpo
un semplice lenzuolo arancione
e tu scoperta
come fossi l’America di pomodori e frutta
salvadanaio per i miei occhi. Si, fa male
sentirmi prigioniero politico del nudo
con l’ultima missiva da scriverti, la busta
qui sotto la mia lingua con l’indirizzo in chiaro.
Fa male come certe abrasioni, certi tagli
con quella carta da macellaio, azzurra, gialla
i cui contorni sono assassini, grezzi. Puri.
Fa male mescolarti alle sottigliezze vane
al resto delle conversazioni
a quei dettagli, che fanno i giorni persi al lavoro:
mongolfiere.
Che salgono e svaniscono al cuore, dietro i monti
perdute nel teatro dei sogni.
Si, fa male, è amaro come certe notizie date piano
con il motore del portalettere lontano
che poi diventa sempre più nitido, e farfuglia
accelera il suo passo col gas sopra il manubrio.
Fa male non riempirti, restare vuoti entrambi.

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8 NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

Non dirmi che vien meno la terra sotto i piedi
che l’usignolo è spettro di drago
e il grano infiora.
Non dirmi che i miei occhi bugiardi tu li adori
che nessun altro ha aperto il tuo addome.
Anch’io ti voglio, ma con lo sguardo a inizio di luce
a quel principio, che aveva le sue mele non colte
amo l’amore
il buio che ti fa come a venti dentro un auto
la lingua in ogni dove, con avida premura
la calma mai raggiunta anche dopo fatti male.
Dimmi il vero, il puzzo della noia che senti
la paura, che insieme a questo orgasmo piccino
muoia il seme, la regola del frutto rinato a primavera
l’origine dell’Uomo e dei pesci.
Oppure taci
che il sibilo del corpo che mente è come lama
mi nuda le ferite del tempo, la ragione
d’aver provato mille e più volte
si, a ruggire.

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