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Archive for marzo 2016

Per come guardi il mare io t’amo
ché sei lunga
più d’una lingua rosa di vacca, più del Cile;
e dentro ti potrei camminare, con ricchezza
bevendo ogni mezz’ora dove c’hai l’ombra luce
la predica bagnata dall’onda, la sorgente.
Per come guardi il mare io t’amo
e te lo dico, perché l’amore nulla mi vieta
e sei un dipinto, purissima scultura di sale
frutto buono, proibito e mai sfiorito nel tempo.
Si, io t’amo
per come lo assecondi e lo temi, per la voglia
di toglierti le scarpe e la pelle, e amarlo forte
fino all’essenza d’acqua di cui sei fatta, tanto
che poi da parte a parte si vedono i pescetti
la Spagna e il galeone perduto, Si
io t’amo
con quell’impulso docile e mistico del vento
col bianco della spuma ed il rosso del corallo
col canto che mi nutre la gola, e altro ancora.

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UMANITA’

C’è qualcosa che pesa niente e un grammo
fa l’ombra della mano di mamma
fa ghirlande, e foglie pari di mandarino.
Ha un becco arancio
il passo come fosse su neve, pioggia forte
ma solo percepita lontano.
Ha un reggiseno, due stringhe nuove e un orlo scucito
ha tasche merle, parole come gazze furiose
ha soldi, pochi, centimetri di stoffa su niente.
Ci fa nudi
col freddo frizzantino che a marzo tenta ancora
l’approccio alle signore ai gradini della chiesa.
Accende i suoi fanali la sera, il giorno scava
usa le mani dei muratori, dei fornai
delle infermiere a mezzo servizio.
Fa pulito, soltanto se hai nel cuore la piazza dei giostrai.
E’ un’orgia di sementi su Marte, un fazzoletto
che soffia il naso a Luna scoperta. Ha un orifizio
che sembra una gran fica ai poeti. Ci fa amanti
scapicollati dentro gli alberghi, ci fa belli
agli occhi della critica ingiusta. Un poco atei
credenti delle mani e la bocca, ci fa muti
davanti allo spettacolo eterno di un ciliegio.
Ci stringe come ai tram delle otto, o della mezza
curiosi delle cose di sesso, santi e ingordi.
Ci piega le ginocchia in cortili di stanchezza
e aprire il naso ai panni là stesi, alle lenzuola
che tengono l’alone delle nottate belle, il segno
principiante e maturo, dell’amore.

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LA PRIMAVERA

Mi piace perché nuda le gambe sulle bici
ed ogni donna è un mondo perduto da vedere.
Mi piace perché ridi anche i denti, e c’hai la luna
soltanto per quei dieci minuti che t’imparo;
perché già lecchi mille gelati e neanche uno
e accorci un po’ i capelli, nascosta me, che fingo
che in fondo siano ancora gli stessi; piace poco
invece a tua cugina che fa la tenebrosa
e spegne le finestre che sembrano dei roghi.
Mi piace perché i seni risorgono e fa strano
vederli via dai quadri, dai paletot, dal niente;
giocare col gilet della prima tua occasione
chiassosi come uccelli d’intorno a una fontana.
Mi piace come insiste col rosa, e con il giallo;
mi piace dieci chili di troppo, bella piena
che quando m’ama sento l’America e i suoi fiumi
la sabbia dentro l’Africa australe e il ghiaccio sciolto.
Mi piace perché ha nome di femmina, e bei fianchi
e tutto quel che accade vien fuori dal suo sesso
insieme all’acqua forte di odore, densa, cruda.
Mi piace perché a sera si chiudono i suoi fiori
e tutto è ancora acerbo, innocente, un po’ ignorante.

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AFFARI E FINANZA

Dieci poesie una giornata gambe buone
cinquanta farti ancora l’amore
un nido d’api
nel cassonetto e un lenzuolo giallo.
Trenta il becco
di un merlo che ci ruba le briciole
altre cento, aprirti come fanno le rose ai principianti.
E ancora una dozzina per registrare il fatto
di te che ridi forte ad un film, ad un’amica
all’uomo che ti volle per sé, ai miei comizi.
Duecento senza resto né vuoto: berti il sesso
stancarti con le mani come fossi nei campi.
Mille e altre
saperti china al fascio di neve, guance rosse
il cuore che ti pompa la vita dentro il secchio
le mandorle sul petto e i capelli fino al mare.

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GIORNO BAMBINO

Del luminoso che fai, giorno bambino
io ne ho bisogno per via che non so strade
migliori d’affidarmi all’amore che m’abbonda;
a quel veliero gonfio di vento e di abbandono
che mischia l’uomo al dio d’ogni cosa.
Non c’è verso
che coniugato in canto più sacro lo descriva.
Io sono il ragazzetto su quel cavalcavia
le gambe senza peso che fanno l’altalena
il sole sulla fronte dell’ora tarda, il pane
tenuto in una mano già sporca da far suo
per via dei giochi senza rimorso
giù per terra.

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DUE BELLEZZE

Quell’orecchino perduto ti fa nuda.
Più d’un vestito scucito,
più di un inverno senza la neve.
E’ ruzzolato
giù per il Sinai lato notturno
è bianco latte, senza valore al peso dell’oro
ma smodato, per la mia lingua in cerca del lobo
per il tatto, e l’erezione del sentimento.
Ti fa nuda
metà della tua luna scoperta, un mare calmo
che d’improvviso sale sul mondo
lo dilava, lo netta con coltelli di pesci
con calcina, e cenere di morti e conchiglie.
Ti fa nuda
ed io ti cerco come eravamo. Stesso naso
di volpe sulla piana del cibo. Stessi occhi
del falco a catapulta di terra. Ti fa nuda
e semplice nel ridere forte, che n’importa
del capezzale dove cercarlo
di quest’erba, dentro la quale è il mite germoglio
l’osso cavo, dei tanti uccelli scesi per bere.
Sei perfetta
nella dimostrazione di due bellezze insieme:
la musa inghirlandata e la donna senza Oriente.
Avorio nella guancia e lo zigomo, una dea
che tolte le sue spoglie immortali
si fa amare.

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CIAO KEITH

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