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Archive for febbraio 2017

QUASI AMANTI

Saliamo in due lo stesso scalino, d’avventori
senza la storia giusta che sola ci potrebbe
unire in una pira di nudo amore solo.
Ignari sia del nome che di quel che portiamo
si sta come assaliti dal gelo
mani in tasca, il bavero in dissimulazione
l’occhio attento, a non finirci dentro la vita
per un urto
magari consapevole o indotto da quel senso
di grama solitudine affine.
Io e una lei
arrugginiti forse alla bocca, mai domati
come due pesci a un dito di acqua
quasi amanti;
dopo aver preso posto su un tram in Via Crocetta
diretto alla furbizia del mondo.
Lei seduta
adesso che per giusto quartiere un po’ si svuota
il carro senza l’anima calda.
Io stremato
da quel ricordo troppo taciuto delle mani
poggiate al muro mentre la prendo
ed era ieri.

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SENZA

Per le radici caste e terribili ci amiamo
per quel venire terra da terra, mare a mare.
Per quello che significa, prima del frutto buono
la luce nel profondo del buio.
E’ per noi
che siamo non poesia che comprende e non comprende
per gli anni della fabbrica che c’hanno rotto i piedi.
Per quella tua lentezza che capovolge il mondo
e il bacio a labbra chiuse perché sei una signora.
Per questa storia che tutto passa, e non è vero.
Perché c’è un po’ di gusto a fregarsene a cinquanta
magari predicando coerenza pei figlioli.
Perché c’hai il riso molto difficile e fastidio
al minimo volume di un film, di una canzone.
Per la frugalità degli incontri, e la campagna
che ci cresceva dentro i polmoni
per la noia, di certe sere senza un buon libro
senza sesso. Per la complessità di ché sei
per l’ignoranza, con cui mi sono posto talvolta alle tue lune.
Per l’innocenza senza ritorno con cui amiamo
di noi le più puerili paure, per il fatto
che senza ci sentiamo un po’ orfani
e un po’ scemi.

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BRIVIDI

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USCITE PRESTO

Per giungere a poesie dell’orrore ho rotto i ponti
le scalinate fatte di fiori
il caldo, amici, che evapora coscienze ed inganna.
Amori tutti, sappiate anche per me quella strada di paese
che annusa i mari come le gatte
uscite presto
quando la luce è miele e vaniglia; ricordate
i giochi fino al gelo nel petto in madri assenti
catapultate in fabbriche nude.
Uscite presto
che l’eco dell’acciaio mai non dorme, andate avanti
dove la ferrovia va scalciando, dove inizia
l’inetta moltitudine dei lavoranti stanchi.
Andate a visitare il cemento dei cortili
le vipere dei poveri che dormono il veleno;
andate ai cimiteri che furono il lavoro
vedrete scarpe sporche sostare alle bacheche
in cerca delle offerte di sfruttamento a ore.
Voltatevi un istante di più sulle galere:
chi ha disprezzato leggi non sempre è morto in cuore.
Lasciatevi alle spalle lo spreco della noia
e immaginate il vivere in case senza luce
col volo degli aerei sul tetto, non cicale.
Terrorizzate i figli sul senso della guerra
toglietevi la flebo di questa anestesia, provate
per un poco, il dolore degli oppressi
la figlia tredicesima affidata ad un barcone.
Provate a cavar gusto dal sangue delle rape
a far l’inverno dentro un cartone, a dire grazie
per ogni insulto e sputo borghese, ad ogni scemo
che giudica più ladro chi scappa del padrone.
Uscite presto e tutto annotate, siate cauti
soltanto con i vecchi e i malati, uscite
presto.

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L’ODORE DI UNA DONNA

L’odore di una donna è il cavallo fuori Troia.
E’un legno che non brucia e non porta inganni
è un pacco, recapitato da un ragazzino
primo pelo
impiego stagionale per fare quattro lire.
E’ il modo suo che ha per accendere stazioni
biglietterie per vincere viaggi, o per restare
la schiena sulla pianta dei padri
e intorno foglie.
L’odore di una donna è la tiratura prima
notizie mica sempre felici, voglia poca
di andare a lavorare e poi stare via le ore.
L’odore di una donna lo scopri piano piano
è un lupo che si acquatta tra i seni
è odore forte, sa di periferie cementate, di fioriere
di drogherie e salami in cantina, aceto e sangue.
Sa della spugna in bocca di Cristo, di caverna
di fiume sotterraneo e cappotti in naftalina.
L’odore di una donna è un cappello per l’inverno
la grazia che ti lava il coppino e fuori è mondo
spericolato fino alla notte.
E’ un pungitopo
che metti sulla porta nei giorni di Natale
è tutto quello che si è fumato, che ha bevuto
ricorda il sesso appena scoperto, tiene rabbia
ma anche le violette del parco.
Tiene duro, fa il miele in vasi di terracotta
tiene schifo, degli uomini col cuore slavato
dei furfanti, i ladri di carezze senza teoria del dono.
L’odore di una donna ti siede accanto e ride
ti fa le fusa come una gatta quando vuole
rifiuta la ragione della sottomissione, si da
con gambe larghe soltanto se ti vede
la verità che è oltre la bocca, le parole
il belvedere di una camicia. Crea e disfà
il tutto in sette giorni contati, come Dio.

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