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Archive for luglio 2017

SEA SONG

Per scrivere poesie sopra il mare devi berlo
tossire fino a fotterti gli occhi
stare calmo
e rimandare debiti e morte.
Poi guardarlo
come se fosse l’ultimo goccio di quel buono
dividerlo con te solamente, il lato oscuro
quel demone che cerca i bei culi
le ragazze, venute a farsi nere le tette.
Devi odiarlo, svegliarlo mentre dorme
e accusarlo di sconcezze, di paranoie mica curate;
dargli calci, così che le balene ti sentano, lontane
e ignorino le fiocine di navi giapponesi.
Per fare una poesia sopra il mare fatti ateo
nessuno che si chiami buon Dio può fare questo
spalmare la pianura con acqua sessuale
e dopo fare finta di niente.
Fatti acqua, fa sì che esplori l’utero al mondo
la tua stirpe, la tua convalescenza d’amore
la tua voglia
di costruire case e poemi. Perché un giorno
qualcuno possa dire
– è stato un grande uomo.

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QUELLA CHE TU CHIAMI PANCIA

Quella che tu chiami pancia è il mio Teatro.
Mi suggerisce il nuoto dorsale
il verso acuto; il passo delle anatre al fosso
sette impronte, lasciate a cinque anni
al cortile degli zii.
E’ un oboe al Canal Grande, una pialla da liutaio
è un’ora di traghetto tra l’Isola e Neruda
un pane da dividere in due, tra me e il mio uomo;
tra me e lo sciame d’api che sono quando vieni
e stilli il miele delle operaie.
La pancia tua
è il lago di Ginevra e la spada, il calicanto
la cinghia con le gerle sul mulo.
E’ l’aria porca, richiusa troppo tempo in galera
è luminosa, e scotta come certi morosi
prima ancora, di mettersi la bocca tra i denti.
La tua pancia
la vorrei qui per me, vagabonda, nuda, e matta
perché io muoio un giorno con l’altro
e voglio urlare, quest’innocenza persa per sempre
questo corpo, che avrebbe la sua fiera dell’Est
dentro nel tuo.

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INVENTARIO

Valeva bene dirlo, insistendo, tutto vero.
– Devi imparare un mestiere e non sei solo
non hai che da raccogliere pane
una famiglia, qualcuno che ti pensi da vecchio.
Un bel mestiere, magari da studiato
mani pulite sempre. I soldi per i denti malati
per il mare, d’inverno
al piccolino, che gli fa bene l’aria.
La vita è centro metri ad ostacoli, carogna
un orto con tempeste e sementi, terra grassa
e sfinimento nel rivoltarla.
Non so mica
se abbia fatto il giusto in sto tempo, ci ho provato
goduto di quei gomiti al fianco degli amici;
frustato il corpo quando era nudo, ed elevato
nell’Odissea che è amare una donna.
Ho intriso il dito
nella semplicità di una ragazzo che ha paura
nell’uomo con la lente sui libri
nel Signore, ma ad ore fuori d’ogni sospetto.
Ho atteso sempre
d’avere più coraggio e parole, una corriera
un treno e l’ora d’aria dei Cine.
Ho atteso te, le tue sentenze sulla salute
sulle gambe, su quanto sei pulita nel sangue.
Adesso ho sonno
e voglia che qualcuno mi tiri un po’ le tende
mi legga venti righe di Yourcenar
mi baci.

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A volte più intuita che altro, percepita
con le sue vene verdi e mattanza di colori.
A volte tutta presa nel niente, nuda sempre
scalfita con le scritte dei secoli, radice
e terra dove mettere i piedi. A volte secca
d’una fragilità clandestina, giovanile
seno novello e anarchico in petto.
A volte piena, aperta come certi negozi d’oltre mare
che vendono le pesche alle undici di sera
A volte con rumore di sabbia, o di bandiera
quando rivoluzione l’è fatta e in faccia d’altri
si viene per mostrare le leggi del rumore.
Altre da sola, con le tue dita vergini e lunghe
adolescenti, fin dentro la sostanza dei favi.
Sempre foglia
la chiave di violino dei passeri e dell’uomo.

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