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Archive for ottobre 2017

SEMPLICE

In questa cittadina occidentale vivo.
In giorni in cui il colore è monotono
rappreso. E le notizie certe si mostrano arancione:
quattro minuti al quindici o al tre. Verso là fuori
ai palazzoni degli sfrattati, ai nuvoloni
sui campi di magnesia ed ortica.
Qui io vivo, precisamente a qualche chilometro
e, credete, a volte cambia tutta la storia
e i paletot, le feste con i fuochi di sabato.
Qui vivo, col porto d’armi dei macellai
capanne in frasche, e capannoni un tempo abitati.
A volte il gelo, che fa brillare l’erba che sembra un’officina
una gioielleria di liquami. In occidente
dove s’invecchia prima del tempo, sempre presi
dalle centrali elettriche o il gas, dal partorire
dei gatti e foglie nuove ogni anno.
Eppure godo, sento le gambe fredde alle donne
e le consolo, vivo bene, dove l’amore è uguale e universo
stesso sangue, respiro, facce da funerale
se getta via i tuoi fiori e ritorna da mammà.
Un occidente fatto di labbra, introspezioni
di gratta e vinci e sedie anatomiche, di auto
che vanno sole ai propri parcheggi. Vivo qui
dove mia madre ama i suoi preti, babbo l’orto
i pomodori come le tette di una balia
il verde disgregato al prezzemolo, la terra.
Vivo nei tuoi pensieri alle volte, tutto intero
paure e altri dolciumi compresi. E me ne vanto
perché c’ho dentro il blu ed il cobalto
il rosso anguria, il giallo dei limoni cresciuti sul balcone
il nero dei tuoi anfratti d’amore. Tutto quanto.

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MI SENTITE?

Chiamo a raccolta i banchieri delle perle
le matte che raccolgono mele
le mondine. Le sigarette spente col tacco
il tre per due, che fu l’amore in mia pubertà.
Chiamo le verze, il nettare degli orti
in mattine di rugiada, gli inverni nella Bassa
coi loro calderoni, di nebbia e fantasie tanto al chilo.
Le mie mani, le ostriche mangiate e non era anniversario
la luce delle pile sul monte di lumache.
Chiamo a raccolta nomi indecenti, e gole, e lingue
l’umidità dei baci alla scuola del piacere
il senso orario della mia moka, il tuo del tempo
la smania che ti viene prima del temporale.
E chiamo le cascine distrutte del Friuli
le case con i quadri della Madonna azzurra;
il mare delle ferie sudate in officina
il grasso sotto l’unghie dei torni e delle frese.
Le volte che tornando ti ho regalato il pane
i ciao della Palmira al negozio, tutto quello
che adesso non mi viene più in mente.
Si, io chiamo, con questa voce poco decisa
questo senso, che tutto prima o poi metta il punto
e chiamo Dio, quello che mette pace ai poeti
e li riscalda, con due medaglie e quattro diplomi.
Chiedo scusa, se non vi ho amato forse abbastanza
faccio ammenda. Le braccia aperte dicono il meglio
mi sentite?

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TOGLIETEVI IL CAPPELLO

TOGLIETEVI IL CAPPELLO

Toglietevi il cappello, diceva.
Se entrate in una chiesa o in casa del defunto.
Toglietevi il cappello davanti all’erezione
del giglio o del gran fiore di sé:
se è primavera, e cadono le foglie, la neve
i caseggiati, sostituiti interi da marmi più pregiati
da scritte del liquore fasullo o d’alta moda.
Toglietevi il cappello quando la donna arriva
e a filo d’acqua mette le ascelle
il nudo enorme, la tavolata dei sentimenti
bianca in mezzo, come una corsa aggiunta dei tram
la mano amica, sull’inguine invasato di grazia.
Via il cappello, il broncio
e le scommesse perdute di salute;
quando ti conta su qualche cosa dell’infanzia
dei primi appuntamenti e dei tacchi innaturali
del petto esuberante mostrato ad un dottore.
Toglietevi il cappello quando comincia il giorno
e fa il caffè per due da una vita, si rilassa
guarda di fuori un’isola impropria
e pare pianga, le sette fiasche della sfortuna.
Voi l’amate.

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Sono lusingato per la calorosa accoglienza e per la dettagliata descrizione del mio percorso. Ringrazio e applaudo all’iniziativa, nel frattempo cercherò di scrollarmi di dosso un poco di ruggine. Sono disponibile ad approfondire l’ipotesi di arricchire la collana, mi troverei in ottima compagnia. Un abbraccio a tutti.

Circolo16

MASSIMO BOTTURI 

Breve presentazione personale: Sono un uomo di 57 anni, impiegato presso un’azienda commerciale di Milano.
Scrivo ritagliando coriandoli di tempo, tra lavoro e famiglia.
Ho pubblicato 4 raccolte poetiche con diversi editori, ma negli ultimi anni riesco solo ad aggiornare il mio blog. Amo tutti i poeti che mi arricchiscono, di qualunque genere, stile, epoca.
massimo-botturi-8962

IL COLORE DEL GRANO ACERBO

Prima che tu vada via
che crolli il mio palazzo di miele
prima ancora, che non ricordi più
dove mettere le mani;
fammi dormire un’ora sul corpo d’acqua pura
nel tuo rifugio senza una foglia, una formica.
Regalami quel bacio impudente che commuove
la piazza delle tre a ferragosto
il tuo negozio, di fiori comperati e volati.
Fatti bella
se puoi di più di quando sei uscita, quella volta
dal nostro albergo pieno di autisti.
Prima ancora.
di quando dentro un treno fingevo di guardare
a tutta la…

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CI SONO COSE

Ci sono cose, tipo ”salviamoci la vita”
rendiamola gradevole e sfitta, un poco spugna
per assorbire baci e profumi, qualche risa
e gridolini fatti di petto.
Cose giuste, se siamo noi a decidere
che in fondo un po’ ci amiamo
e non è solo fica poggiata al batticuore.
Ci sono cose, tipo “verrei dalle tue parti”
le strade sono piene di buche, e vetri rotti
ma al caseggiato sette sei tu, la luminosa
il vaso di gerani col cellophane l’inverno.
Verrei dalle tue parti chiedendo indicazioni:
avete mica visto una fata in calzoncini?
ama i vestiti rossi, ma stanno in un armadio
insieme a dei trattati di pace e una sottana
regalo di sua nonna, malinconia di guerra.
Dalle tue parti uguali alle mie
con poche foglie, che prima di cadere salutano l’estate
e i preti mentre vanno per case a benedire.
Ci sono cose, tipo “mi piacciono i tuoi piedi”
la loro perfezione anatomica e animale
la storia che hanno addosso e la pelle niente dura.
Ci sono cose, tipo “disperami la vita”
voglio quella potenza di quando poi mi manchi
sentire che oltre l’ossa e la polpa
c’è dell’altro.

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GUARDA, ARRIVA L’AEROPLANO

A quanti viene bene parlare di tristezza
come di un campo incolto, passato via dal treno.
Un tempo minimale, sbiadito
ormai lontano;
farei sentire forte la voce di mio padre
che non riesce a mettere in croce i pomodori
a dare l’acqua al pesco, o tastare i pomi al melo.
Vorrei fare ascoltare le lamentele in sonno
quel mezzo sorrisino di quando sogna ancora
di avere gli anni buoni che la toccava intera
mia madre che nascosta nel mais faceva versi
di uccello e di gallina paesana.
Certo, rido, gli faccio compagnia fino a sera
e l’amo forte, mettendogli davanti la fila dei progetti
dei risultati senza macerie.
Ma un po’ muoio
quando tossisce l’anima e gli occhi si fan lustri;
quando mi parla e crede sia ancora il piccolino
da mettergli il boccone alla bocca
con un gioco.

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MATURA

Quella delicatezza d’ovale ora taciuta
ancora s’intravede, che quasi un’ombra amara
pare calarsi, azzurra, tra i seni.
Stai davanti
come una santa ignuda di veste, scapigliata
sì tanto che i marosi produci, musicali
furiosi e dopo poco innocenti.
Una gran donna
sfinita nel suo piovere agli alluci, chinata
come le lavoranti di dignità impetuosa;
come le gru che ai tetti d’ardesia fanno il nido
tra il nord eunuco al sole più torrido, e i ventosi
vascelli periferici di tanti bei quartieri
dove fa giorno ad ore diverse, ancora buie
di voci e ragnatele di donna.
Mi sei cara, coi nubifragi al petto e le simpatie celate
per uomini di certo più temerari e forti
di me che come l’uva sto zitto alle tempeste
e lentamente muoio in composizioni vane
in grida di pavone
e di uccelli frontalieri.

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