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Archive for febbraio 2018

IO AMO VOI

Vi lascio questa terra vilipesa, i fiumi color sangue.
Vi lascio un posto dove segnarmi, nome e anni
la cenere del quarto mio cane, le sue ossa.
Vi lascio un cielo d’aquile fragili, di pioggia
di numeri e stagioni riprese. Qualche sasso
e un seme di susina ed avena, l’acqua chiara
del volto di una madre da giovane; il suo piede
il più agile alle piazze nei giorni dei cortei
e quello delle vecchie abitudini, del passo
accorto e calcolato sui monti fatti neve.
Vi lascio la mia musica come si lascia il pane
sul tavolo dai mille colori, la mia sedia
un piccolo cuscino di perle e di pailette
la gatta mentre cerca la via, la vastità
di quello che ho mai visto fin qui. Vi lascio, si.
Vi lascio temporali ed idee, balene blu
un attimo di vita in replay, le amiche mie
le loro biciclette piantate come gres
vicino alla stazione dei tram. Vi lascio, si
un sandalo e una stringa al cortile dei suldà
certe ringhiere fatte di aria di quassù
gerani a fior di pelle, e foglie, rataplan.
Vi lascio questa luna metallica, un cliché
ottanta stelle morte e splendenti, libri
gru, con una zampa sola nel lago del Brunei.
Vi lascio una carriera modesta, un’Osteria
divano letto pieno di lividi, un po’ beige
e un po’ colore ho fatto l’amore. Lascio, si
saluto e faccio lingua da idiota, io amo voi.

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La notte è un giglio triste
una gazza, una feluca.
La notte ha le mie vertebre nude
il mio disagio, il fumo di chi aspetta l’amore.
Ha due candele, le chiama stelle e fa la romantica
ma bara!
La notte ha carte per le canzoni
per star solo, davanti a una barista dal seno prosperoso
ed un bicchiere unto d’inverno e di furbizia.
La notte sei talmente vicina che mi manchi
sorridi a qualche d’uno sognando chissà cosa
poi urli come gli alberi nani sotto il vento;
e torni al nulla fosse, come fa un pesce al mare.
La notte è delinquente e ribelle, è fannullona
disoccupata come le strade, senza niente
di sotto perché ama l’amore, quello tosto
pericoloso e incline all’acerbo.
E’ una chitarra, un tovagliolo bianco
col bacio di un rossetto. La notte è miserabile e ricca
è un sasso tondo, scagliato sullo stagno dei sogni
e tu respiri, come temessi il peso dell’ultimo
vai a fondo, come le trame in certi romanzi
oscuri e matti, anarchici come le carezze
come il nudo.

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LE ONDE

Non ne si vede il fondo, e l’odore, come marcio.
L’odore di qualcosa che dorme
e non si muove, non s’agita se non di riflesso.
Un po’ sbiadita, come una macchia lunga di nafta
che scintilla, un attimo soltanto al passare delle ore.
L’acqua dei porti è come la gente che non parla
non si conduce in posti d’Eliso, non dichiara
l’amore puro d’essere la mondo.
E’ acqua dura, una pietra liquefatta e tornita
un po’ ramarro, e un poco argilla grezza di cava.
Fa il suo corso, il suo mestiere nobile, casto.
Certo ignora
il punto dove bussola perde e Dio è concreto
azzurro come azzurro è un cetaceo
o un dì di vento.
Ignora quanto è forte quel tendine di Aurora
l’agilità con cui vi rimbalza, il frantumarsi
dei vetri quando l’onde si credono rondoni
e verso il cielo tendono, schiene e bei capelli
in un istante fuori da sé, un istante eterno.

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PAROLE GIUSTE SONO A VENIRE

Se perdo i tuoi bisbigli, che me ne faccio, dimmi
di queste orecchie buone alla pesa?
di quest’occhi, lavato via quell’arco
che fa l’uccello lira
a fine inverno quando è più chiaro
e insiste, gonfio, tra i fiordi delle mele
e dei mandarini in fiore?
Poggiato su me stesso l’umanità è un’inezia
l’amore una teoria per filosofi, un concetto
buono viepiù per fare baldoria in qualche ostello.
Poggiato su me stesso ho tradotto in oro il ferro
mentendo sulle mie qualità, sulla magia
che un lapis ben indotto può scaturire.
Giusta, è solo la parola ben masticata in bocca
tradotta intorno a un fuoco di un contadino
o un prete, che ha macellato Dio sopra i libri.
Da un recluso, che vede la sua luna compagna
un giorno al mese.
Parole giuste sono a venire. E’ ora, adesso
di comprensione e umili canti
di poggiare, la schiena alle pareti di casa
e udirci i morti, i getti di calcina e le pietre levigate.
Gli odori di chi ha perso la gioventù e le mani
tirando su palate di malta e poi mattoni.
E’ tempo di piegarsi sul fieno ed adorare
la terra generosa ed eccentrica, e sedere
tra l’albero maestoso di vita, farsi foglia

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