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Archive for ottobre 2018

Sui pavimenti cadeva l’infiorata
quando tenevi la bici al sottopasso;
e tutte le caviglie facevano scommessa
su quanta gamba avresti scoperto.
Là, al negozio
dietro le cinghie dure di gomma, c’era un uomo
matita sull’orecchio, grembiule da lavoro.
Fingeva di guardare nel cielo il tempo dopo
ma intanto piluccava con l’occhio la tua lena
il modo di salire che avevi, ormai passata.
La piccola rincorsa per via di sella alta.

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QUESTO E’ QUANTO

Un po’ di bianco nei peli, vedo meno
la voce ha pettinato gli eccessi.
Eccomi uomo.
Direste uno spettacolo vero di natura
un carico di rondini e di morti digerite.
Niente affatto.
Io urlo come un matto se non mi dai la luna
e batto i pugni come un bambino
piango il mare, ad ogni sciacquatura di capo
ogni sopruso.
E guardo ancora i campi sentendomi là in mezzo
mia madre che non sa a che ora torno
sono sporco, ma di lavarmi neanche a parlarne.
Questo è quanto.

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DAVIDE

Chi è questo ragazzo
che azzurro netta il cielo?
questa catasta di legna acerba e grano?
forse una costola, un seme del mio amore
troppo sottile per contenere il cuore
la vita dei melensi e delle faine furbe.
Lui tutto bende di sole e oscure maglie
tessuto sangue e seta dell’India
lui straniero, nella sua stessa terra di cani e prati lunghi
di gas e nere fiamme di fabbriche.
Lui Moro, dominatore solo d’eccessi, lui
mio figlio.
Chi è se non la macchina eccelsa?
il Novecento?
la disputa di poco tabacco, la serranda
dietro la quale tutto consuma:
orari, notte, telefoni di donne improbabili
fontane, strade di vecchi barboni e mendicanti
profumerie e potere del nulla
musicanti, tamburi come lupi di neve, vibrazione
di madre terra, e acqua, e poi luce.
Lui, mio figlio.

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Quanto più inutili ci appaiono le cose
quando impalpabili son quelle di valore:
l’aria più fresca che preme sulla porta
la luce che ora abbonda sui serbatoi di vita
sulle tue gambe scoperte, molli, belle.
Quanto più allegra mi pare la persiana
ora che incontro a una giovane si apre
e insieme allo stupore del giorno, la sua rosa
le mandorle del seno maturo, il capo chino.
Pudore che sa tanto di ghiaccio e tamarindo
di prendisole a fiori celesti, sotto niente.

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