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Archive for aprile 2019

INNAMORARSI

E’ così che è cominciato
il fascio dei capelli mi ricordava il fieno
il collo nudo venti bottiglie
là in cantina, settembre di quel buono
pigiato di gran lena.
E una pagliuzza fragile all’occhio
i mandarini, e i fianchi prepotenti
in grembiuli taglia in meno.
Così ho voltato piedi e manubrio, la mia sciarpa
il gallo che cantava tre volte.
E ti ho veduta
ti ho scritta nella testa come un piacere antico
un lavatoio donne che cantano, un sapone.
E’ cominciato come una nave ancora in porto
il rombo del motore che annuncia caldo ai pesci
il verde alla ciliegia che timida m’implora
il sole pettinato di maggio.
Il succo in bocca, del tamarindo e poi dell’anguria
ed ero un altro.

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FIORI DI MELO

Il segno delle dita alla guancia
è un fatto antico,
un mantra me donato per la bestemmia sciocca.
Per la maestra e il suo lamentare
per il buio
violata quella regola a voce di mia madre
che mi voleva a casa prima delle candele.
Il segno sulla guancia
ha il colore del rossetto
del primo tentativo d’amore
del tuo bene, in un androne corpo su corpo.
Sempre in fiore
li porto entrambi, e faccio un bell’albero
che muove, trasforma le sue pene
e le coglie come mele.

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PER SEMPRE DEBITORE

Per sempre debitore io mi sento
ché a questa mensa gli anni ho lucrato
e offerto il viso, a ciò che buona sorte donava.
In questa casa, di legni fitti come boscaglia
e pietre chiare. Esposta al sole della pianura
un po’ malata, là dove inverno sbatte i ginocchi
e l’acqua approda, negli angoli del muschio
e di terra per patate.
Qui dove ho vinto battaglie con me solo
e passeggiato come a Venezia in notti calde
col mare un po’ inventato delle insalate nuove
l’odore delle fabbriche e le loro fiamme alte.
Per sempre debitore del gotto ricevuto
di un seno prosperoso in accento veronese;
del callo che produce valore sulle mani
e della voce affine ai teatri.
Questo debbo, al dopoguerra e ai suoi mandamenti
un padre allegro, e mamma che si toglie le scarpe
avanti all’uscio, di certi appartamenti puliti ad ogni ora.
L’umanità più umile e irrisa dai potenti
di chi ha soltanto tre elementare ma il pensiero
più fine dell’arietta di marzo, e vede il cielo
come un dipinto buono per semina, un segnale.

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L’ombra sottile, là sulla meridiana
riposa solamente nei giorni quando piove.
Somiglia al maniscalco una volta spento il fuoco
un’ostia di sudore sul collo, e il bel paese
che gira i tacchi verso la sera.
Ho due bicchieri
riempiti solo un terzo per pura cortesia.
La donna ora si toglie le calze, è una ventata
di glicine e di sesso che invade tutta casa.
Non c’è più distinzione tra oceano e mondo emerso
l’oscurità è un cavallo che corre, e fa il tamburo
l’oscurità ha la sua imperfezione nella perla
nel nudo di una donna che è elettrico, irreale.
L’oscurità è la talpa e il lombrico, il seme fondo
la bocca piena d’acqua e il respiro corto, lungo.
Parole messe lì un po’ per caso
un po’ per vita.
Io sono qui per te e per le mani tue capaci
ti nutro con la tetta degli ultimi, svuotata
derisa ma tagliente e appuntita.
Sono qui, la fune che trattiene il vascello
o l’ala bianca, se vuoi volare via
come un passero, un soffione.

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