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Archive for Mag 2019

GLI OSSI

Mia madre l’ha mai avuto un costume per il mare
oppure si, e adesso è nel vento.
Papà, invece
è stato un olimpionico a tratti
una gran schiena, e piedi di animale capace.
Han fatto presto
con l’innamoramento e il figliare
erano terra, straziati ed obbedienti alle regole del tempo
del seme e del letame;
del correre, poi dopo, nelle officine a ore.
Adesso sono usi, nelle serate chiare
guardare più lontano per ricordare, ancora
le arance al matrimonio, il sole al porticato;
i sandali di lei fatti in corda, e il cravattino
più scuro di mio padre per i cerimoniali.
Si siedono con l’aria di fronte, stanno insieme
e gli ossi piccolini ritornano a frinire.

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IL CORPO ABITATO

Questo minuscolo spazio ti contiene
diviene vastità se abitato, campi a grano.
Diviene la città di Babele, torri alte.
Questo minuscolo corpo ora è di rose, argento
e salamandra in colori. E’ come un nibbio
che passa le risaie allagate fino ai monti.
E’una feluca
rivolta ai sette mari, alle piane delle arance.
Questo mio spazio ospitale è un carro alato
se tu ci vieni sopra come una dea fanciulla
tu donna dalle gote scavate.
Viene immenso
immenso come l’acqua di oceano, la più fonda
dove meduse di vetro fanno mostra
dei loro trasparenti dorsali.
Viene forte
mondato da fatiche e malanni, una nidiata
di anatre che alzano polvere, e rumore
il suono dell’istinto vitale mai cessato.

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E’ la memoria dei baci che ci salva
delle carezze a bocca di latte, i fatti giusti.
Sono le lettere scritte con coraggio
il fiore del perdono che emana il suo profumo.
Un piccolo regalo lasciato nottetempo
per dirmi che le ore al lavoro sono niente
confronto a quel sorriso di quando torni a sera.
E’ la memoria dei gesti, delle danze
di un corpo che necessita un altro, delle Muse
chiamate Primavera o brinata sopra i campi.
E’ quella voce acuta dei ragazzini fuori
il loro rianimarsi quando è già alto il sole;
è questa lingua lunga del cane sulla mano
la coccinella muta e improvvisa
il verso e il fischio
per fare che gli uccelli rispondano.
E’ nei vecchi, nei legni che ne reggono il peso
il loro andare, là dove il miele ha origine e chiama.
Ricordate, mettete i piedi in terra e feritevi
è la vita.

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PRIMA DELL’UOMO

Io, come un sasso di porfido, un ruscello
svanito in un catino salmastro, un lago informe.
Avevo forse dodici anni, poco importa
ricordo che di acerbo sapevo se mordevi;
se solo avessi avuto accortezza di toccarmi
là dove il seme ancora non figlia. Una promessa
come lo sono gli acini verdi, i rondinini.
Ficcato come il sole che perde esuberanza
nell’acqua dei canneti che mostra la sua fine
il verde delle foglie imbevute, il suono sordo
del corpo che amoreggia il creato.
Schiena arresa, più delicato di un truciolo
o una brisa, finita lì per caso gettata da qualcuno.
Le braccia come Cristo alla croce, il riso largo
dell’innocenza e il canto d’amore.
Poi il richiamo
passato come un treno rimasto inascoltato.
Non esserci per niente e nessuno, anche per poco.

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