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Archive for the ‘poesia’ Category

VENTI DONNE SUL BALCONE

Noiose
come tende pesanti da salotto
come le verze scaldate dopo tempo;
o il tira pelle
di un divo che continua a ostentare il suo virile.
Certe poesie sono garze mezze esauste
ben altro ci vorrebbe per le ferite fonde
che questa vita aggiusta sui denti, altro coraggio
e versi che ti mostrano il culo. Altro che seta
velluto o gentilezza sprecata. Urlate al mondo
che l’ingiustizia è peggio del diavolo e ha già vinto
e mostra tutti i segni del fatto, e non perdona.
Sappiate dire al “giusto per legge” che è un inganno
un furto, un male
rubare il pane e il tempo alla gente che ne ha mica.
Noiose, per non dire moleste, tutte ammodo
come vestine bianche da prima comunione.
Non toccano il sedere e non spiano dalla chiave;
han certo dignità pure loro, non lo nego
ma a me fanno venire la barba dei profeti
il latte alle ginocchia, la gotta, la pellagra.
Dite forte, che solo la passione fa l’ugola nostrana
che venti donne sopra un balcone una caciara
un paradiso meglio di Dio, ditelo forte
che già è noiosa e dura la morte, non temete.
La piccola leggiadra, la Luna, non stizzisce
non giudica, va là, se ne fotte di noialtri.

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ALBERI

Uno degli alberi ha detto – mi dispiace
lascerai questa vaniglia d’officina
la musica dei cedri e l’uccellagione intera.
Lascerai il canto di pietre in acqua cheta
quello del fulmine se prende agitazione.
Uno degli alberi somiglia alla mia donna
quando c’è vento forte getta le reti in cielo
per prendere il capriccio di quattro rondinini.
Uno degli alberi sanguina dal naso
ha un giglio nell’orecchio per prendere le api.
Uno degli alberi è cresciuto insieme ai treni
ha visto gli altiforni svuotarsi di catrame
il prato dove andavo a giocare farsi terra
più arida di un pelo di biscio.
Un altro è secco, il tempo gli ha disfatto la tela
Ulisse è morto.
Un albero ha costretto il suo Dio a guardare in terra
per caricarlo a salve di merli e barbagianni;
è pronto a fare ombra a una croce
cento anni.

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E’ LA MIA TERRA

E’ lì che, a capo chino, capisco un po’ di vita
la terra sotto l’unghie, le mie ginocchia lise.
Ho fatto buchi come a comando
un orto breve, ma grasso come pochi
qui intorno alla città.
M’è capitato a tiro l’odore d’altri tempi
dei cavatori, già da buon ora, di patate
di giochi fino a rompersi il collo, di sudore.
M’è capitato un pezzo di legno, una reliquia
qualcosa adoperato quando mio padre ancora
lo si vedeva poco, soltanto ad ore strane;
e per le strade stavano i camion con le arance
i grandi affilatori di forbici e coltelli.
E poi una grande sete di gioia e di infinto
di certe sere senza la tele e senza nubi
che a leggere nel cielo tutto che volevamo
bastava aprire bocca e pensiero.
Sto seduto, per farmi piccolino al cospetto dei giganti
i miei che hanno nutrito la terra che ora bacio
con quasi quattromila domeniche e un po’ d’acqua
e storie un po’ di amore e di culo, due risate
e un mal di schiena lento a passare.
E’ la mia terra.

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POTESSI DIVENTARE DELL’ACQUA

Sento crescere l’erba, la rumina del fango
il predicato folto e intricato delle foglie;
la sindrome da diva della magnolia in fiore.
E sento le tue bisce scappate per il corpo
al semplice saluto d’amore. Sento il ventre
contrarsi come a spingere un figlio
sento il sogno
invaderti la stanza come un mattino piovo.
Parole un po’ inventate dirigersi sui muri
sostare come cento farfalle negramare.
E sento chirurgie farsi avanti, tagli netti
capitoli strappati dove non c’è più niente
tra i due faccia di bronzo che scopano felici.
E sento il purgatorio di tutti gli indecisi
le loro litanie contro il nero e lo straniero
la voglia che hanno ancora di credersi cristiani
ma con la spada in mano e la croce legno fuoco.
E sento che mi lascia pian piano questa vita
un giorno dopo l’altro senza più soste brevi
soltanto affanno e scatole rotte. Mi dissolvo
potessi diventare dell’acqua, viva Dio.

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Mirarsi il viso infante in un pozzo
e dietro Luna; un ghirigori fatto di rondini e altri insetti.
Le abbiamo conosciute davvero queste cose?
Adesso ciabattiamo veloci alle stazioni
contenti del minuto preciso alle portiere.
– Gli annunci fanno acqua alle orecchie, inascoltati –
E gli occhi della gente si scontrano, vetrosi
attenti a non confondere i visi col perdono.
Adesso controlliamo la cinta e il sovrappeso
con lunghe cavalcate su nastri di bitume.
Un tempo c’avevamo i leoni nella gambe, ricordate?
i campi di patate sembravano infiniti
l’eco lontano dei carri il “Novecento”.
Un tempo c’era un tempo tagliato per l’amore
conoscersi e poi uscire a ballare, oppure al Cine
due lettere con dentro disegni e margherite
un bacio solamente mandato a dire a voce.

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Ho sempre usato mille parole elementari
ma con monastica cura dei dettagli
l’ossigeno più denso alle mani. Non per scelta:
è l’ignoranza bella e un po’ ingenua a farmi nudo
la stringa che si slaccia nel mentre corro. E il fatto
che per pigrizia ho chiuso questi occhi sopra i libri
per dedicarli sempre alle nuvole. Pensieri
ne ho tanti e complicati fin troppo, ma è col palmo
che tocco te se me lo permetti, e leggo il mondo
la tua pepita via nel petto. E con la bocca
assaggio l’intuizione del nudo, la confermo
e volo sopra il fiore più aperto come scritto
nei secoli di regole semplici, incorrotte.
Ho sempre usato mille parole elementari
cortecce di magnolia e orecchini di ciliegie
la barba del granturco per riderci l’un l’altra;
la schiena sulla terra di quando sono esausto
e guardo il cielo in cerca di onde, di balene
di ninnoli da metterci il dito. E tu capisci
arrivi prima d’ogni giuria, d’ogni sospetto
prima dell’osso di seppia e del cantore.
E unisci le tue mani alle mie
forse è poesia.

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Un bacio non ha etnia, né materia
è incontro/scontro.
Il labbro superiore vestito per la cena
e quello sotto nudo d’Adamo.
E’ un cervo in ombra
un tordo sopra il ramo di tiglio, è il tuo coraggio
di attraversare a nuoto lo stagno fino al borgo
all’erba marzolina che si risveglia antica.
Un bacio è un cacasotto che prende la sua mira
e fa l’uccello per un istante, è una saetta
che attraversato il fango si infila nella terra
ribalta le sottane del cielo, la fa sua
con tenerezza o argilla di vene.
E’ duro a volte
si lancia contro i denti con piglio militare
fa diventare duri i capezzoli e li chiama.
Un bacio è un pentagramma per flauto ed ocarina
per l’aria nei pertugi della benedizione
è prima delle mani e delle parole oscene
è il modo più bagnato di salutarti intera.

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