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Archive for the ‘poesia’ Category

LE ORE

Potrei starci le ore così, col vento in faccia
le foglie ipnotizzate sollevano le case;
le portano sul mar di Norvegia, dove il freddo
si batte sopra il petto come una mandarina.
Potrei cantare come una pianta, un pioppo, un olmo
e prendere con gli anni una scorza bella dura.
Fruttare come un melo in collina o farmi fiore
per il tuo naso sempre curioso, perché d’api
hai preso quel colore di platino e di oro.
Ora che il miele del corpo è cristallino
e trema come un fiocco di neve sulla mano
di un bimbo che l’assaggia
perché così vuol fare.

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Non faticassi a riprendere ventura
mi poggerei di corpo e di anima qui in terra
tra queste beole scure d’infanzia e l’erba attigua.
Per rimirare il mondo come fa l’animale
o il debole trifoglio che viene alla stagione.
Aspetterei là in fondo alla via il ritorno stanco
del padre mio e il suo fumo nel labbro;
e poi di mamma
con sporte di pan duro e di arance. Fino al sasso
al coccio che misura la strada per gli alberghi
i vetri dei negozi del centro.
E ancora oltre, dopo ringhiere e portoni
luci accese, le scarpe messe in luogo a tacere.
Senza fiato, né lacrima che riga la guancia
fingerei, il sonno delle mele e il ritratto di pietà.
Fino al richiamo argento lanciato nella piana
la mano sulla fronte per addolcire il sole
il cenno di saluto e scoperta.
Vieni a casa.

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PESAVI COME UN CIELO STELLATO

Pesavi come un cielo stellato questa notte
circa un ventennio fa, le tonsille un po’ arrossate.
Dalla tua bocca aperta partivano gli aerei
ricognizioni in cielo in Giappone
il piano raso, di ignobili tragedie per via di civiltà.
Eppure hanno una grazia, le donne, che non muore
la voce cristallina nella disperazione.
Mi hai detto – non son buona all’amore, tanto vale
lasciare questo inverno per l’altro.
Tutto in sogno
mentre una carovana passava sopra il muro.
( Notizia della notte una mosca fuori luogo).
Pesavi come un Requiem di Mozart, Lacrimosa
ma ben intenzionata a rimetterti a ballare;
sopra una mattonella magari, come un tempo
che mi premevi i seni immaturi sopra il petto
sulla mia timida e rapida erezione.

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A volte non ho niente da dire, sono fieno
e lei la mia chitarra sul prato, due nel sole.
A volte penso ai grandi poeti, quei speciali
che pizzicano quando fa pioggia, e sono uguali
al legno dei violini sul mento, alle zanzare.
A volte credo tutti lo siamo stati un poco;
tu con l’anello in mano in quell’inverno buio
dentro una cinquecento a vapore. Poi mi hai detto
– magnifica notizia è la felicità.
Mio padre in quel teatro degli ultimi
l’età, fa cose da miracoli sai?
Mia madre più, più di una volta, forse un milione.
E non lo sa.
Poi tutte le galline del mondo, i ragazzini
le lavandaie chine sul Rio. I germani, i buoi.
Miles Davis quando soffia nel suo pertugio blu
e tutti quei garzoni ai pedali, le tribù
che vivono di piante e conigli. I treni e i sax
poesia del fischio e dell’armonia. I grandi gnu
gazzelle ed elefanti nel fango. Donna Pia
coi mandarini in rete e le sue calze ecru.
La mia modella senza mutande, oggi alle sei
la sigaretta spacca polmoni ed un foulard
sui suoi capelli tinti di fresco. Il nibbio e Amin
nel guscio di una noce sul Nilo. Lady Day
e Joni cherubino di Dio. La vastità
che solo un astronauta capisce. Sirio, il Rum
la fica pronta al salto nel buio. Oh mio Dio!
Magnifica notizia è la felicità.

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LA CENA

Terra non buona per erpici e limoni
dura di petto come le cavedagne.
Battevo i piedi proprio d’incanto
ero un uccello, che lecca le sue piume
color dei tredicianni;
battevo i piedi e il sole saliva, e le chitarre
di erba e di papaveri sparsi.
Là, il concime, spandeva la sua ira modesta
alle fessure, nutriva in generosa postura
ogni sartiame, di questo bel veliero dei campi.
Come mamma
a cui toccava il fondo rimasto alla pietanza
dicendo – non ho fame stasera
eppure smunta, a noi pareva, via della luce
quella fioca. Una sola lampadina
più nuda di una vena.

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E per non dire il già detto, faccio un quadro.
Un piccolo ritratto da poco, un acquerello.
Per primo quell’abbozzo di te come sei ora
il corpo di bambina matura, di una mela;
così, come si fa una casetta, il sole sopra
un fiore proprio a lato da prima elementare.
Poi ti disegno magra una mano tra le gambe
la voglia di orinare feroce mentre in fila
aspetti il turno delle pastiglie, la tua stanza
e quattro o cinque ore di un fluido bianco in vena.
Ti metto una molletta ai capelli, oppure due
così che sembri ancora quel tempo in cui ne avevi
ma tanti che i frutteti a Verona erano niente.
E dopo un pane al latte col tozzo già spezzato
per me seduto sotto una lampada col libro.
Infine le ciabatte vicine, quelle nuove
la luna disegnata alle punte. Trentasei.
Facciamo che il cappotto non serve, è primavera
tralascio anche il rosario per quando torni a casa.
Un poco di colore qua e là, più sulle guance
un misto terre rosse di Siena, il resto niente.

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E’ FORSE ESTATE?

Quando la bella stagione brucia i coppi
e cresce l’erba troppo veloce, io m’affaccio.
Da questo tribunale del tempo, in cerimonia
metto i braghini, i sandali in cuoio
e a passo quatto
mi fingo d’esser fiera tra gli alberi.
Le fauci, il pelo ritto e l’occhio più acuto.
Ma è soltanto
la voglia che ho di spingermi in acqua, dopo i sassi
la melma dell’inverno che mi carezza piedi.
E dopo due o trecento bracciate, fare il morto
tornare con lo sguardo alle scarpe del paese
agli olmi che si seccano piano. Il necessario
perché mi torni il pieno ai polmoni
e senta nullo, questo mio peso in preoccupazioni.
Così, adesso, come ogni giorno appena levato
annuso l’aria, e bagno il dito in cerca di vento
è forse estate?

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