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Archive for the ‘poesia’ Category

L’UOMO SULLA LUNA

Se un giorno ti chiedessi di sciogliere il grembiule
sarà per visitare l’Oceano, e mezza Terra.
Per coltivare qui, alle narici, orzo e fiori
e avere il tuo cortile negli occhi
con la sabbia, la fonte e il suo rumore di acqua;
i bei lamenti, che i giovani si danno la notte.
Forse oggi, perché ho diamanti al posto dei piedi
e sto pulito, come le mani dopo il lavoro
come il bacio, che trenta e più chilometri dopo
è ancora caldo.
Certo, oggi. Perché se l’uomo è andato alla luna
ce l’ho in casa
e voglio camminarci come le foglie ai prati
fermandomi tra l’erba dei seni, e respirare.

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DORMI ANCORA

Rigiro lentamente il sapore nel palato.
L’ultimo innesto di labbra è stato ieri
istinto del piegarsi in avanti, per poi dire
che la disperazione si assolve a darsi tutto.
Così, in assenza piena di luna, succhio il buio
come quel seno tuo liberato a prima volta
senz’occhio per saper dove andare, ma sicuro
come la mano d’un bimbo sta nel padre
e quella di una sposa nei fiori di premura.
Rigiro lentamente il sapore nel palato
Caffè e Torrefazioni stan su di peso morto
il pane avrà di certo una sporta, noi la strada
coi suoi profumi a farci stagione
e un po’ di mare. Portato di nascosto
le volte che ci andammo.
Le volte che mangiare del vento ci bastava
e la poesia era roba degli altri.
Dormi ancora.

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IL CANTO DELLE BALENE

Quando la vita mi gioca qualche scherzo
ripenso alle stazioni d’oceano là di fuori;
a tutti gli annegati che credono in un Dio
al sole destinato a fallire.
E allora rido, ma è un gioco d’isteria
bocca larga, dura poco.
Così mi trovo a fare molliche con il pane.
Sull’orlo del bicchiere poi scivolo la mano
e viene il canto delle balene, il loro eco
che fora l’acqua fino agli estremi
fino ai poli.
Ti chiamerò tra poco con pari devozione
appena viene il giorno dai monti sul confine.
E poi daremo voce alle nuvole, ai rondoni
finiti chissà dove; come le api, e i giorni
in cui ci sembrava tutto perfetto.
Sbagliavamo.

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ITACA

Ad indicarti navi in partenza non son buono
il dito lo vorrebbe
ma il mare è in ogni altrove.
E’ dove può scaldarsi le ossa
a gambe dritte, e mani come strade da soma.
In questo buio
se ti indicassi l’uomo che vola, meglio Luna
il latte che nel cielo non cade; giravolte
di lumi e di pianeti che tolgono anche il fiato.
Se ti indicassi me, come scoglio, avresti cime
sartiame e vele forti abbastanza?
Siamo al buio, e dentro ci mettiamo che vuoi
ma fallo piano; ché gli occhi non ne abbiano pena
più di ora, che tocco le tue vene più estreme
come un pane,
un olio di fragranza per giovani in amore,
Resta stesa, sulla mia sabbia d’isola e sangue
resta stesa.

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STATUA NUDA

E dirti che sei stata una foglia masticata
viene più facile ora, a polso fermo;
lontano dai misfatti che vivono i ragazzi
quelli che tirano sassi contro il cielo
e fiori nello stagno d’amore.
Un poco dolce
robinia e menta brina dell’orto
a volte amara, sottile come lama di alloro
o di oleandro.
Ah, mio amore!
quante vertigini sulle tue scalinate.
Le torri dei tuoi seni le ho mai assalite invano?
Tra i fumi dei capelli ho trovato Astolfo e Bella
la vela di Odisseo in finto mare.
E poi il ciclope, quell’occhio disperato
ch’è ogiva di balena
sutura di Babele e supplizio, statua nuda
sopra la quale stesi il mio velo. Ah
mio amore!

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RISACCA

Quasi mi manca la pioggia nel cortile.
Di tanta che ne ha fatta non è rimasta traccia
né fango dove piedi bambini fanno il salto
o pozze rinsavite per cani di passaggio.
Sarà che sento gli alberi grattarsi un po’ le ossa
i muri della casa sorreggersi da vecchi.
E un po’ anche io
che in questo provvisorio silenzio emetto suoni
di gioventù già bella che andata
e di preghiera, Ché non si scorda mai
il primo atto di dolore,
e men che adesso in mezzo alla nebbia
all’aria dura, pesante di fumate e di gas.
Quasi mi manca
quel piovere sì simile al mare che riporta;
insieme ai sassi un poco di gioia
sabbia, e te
che ridi all’acqua fredda alla schiena.
Tempo fa.

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IDA

Passata l’ubriaca bellezza,
il bel sudore,
che viene sulla schiena a esibire gioventù;
conservi il pane della mitezza
il tuo migliore.
Spezzato con le mani di cedro
che, ora, hai fredde
ferite come l’osso che ha tribolato gli anni.
Come la spiga si brucia alla tempesta
si piega al vento sacro e improvviso;
anche io, madre
son fatto di natura più fragile, tua stessa.
Felicità vissuta in silenzio
men dolore, con dignità portato a conforto
con l’amore.

85 anni, auguri mamma.

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