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Archive for the ‘poesia’ Category

QUANDO CADIAMO NEL SONNO

Quando cadiamo nel sonno è sempre ieri
il graffio sul ginocchio, la tua benedizione.
Quel farci via dal viso e i capelli tutta l’erba
leccare le ferite e poi sputare il male.
Nascondere poi, insieme, i rammendi già inventati
sotto un sorriso nuovo e la voglia a proseguire.
Quando cadiamo insieme nel sonno
sotto è un fiume, toccato con i piedi
prima del gran finale; del salto gambe unite
e naso chiuso in mano.
Il brivido provato e scordato in un istante
il sole appiccicato sul mento appena usciti.
E tutta l’aria nuova da bere e rigettare
sui fiori in fuga dai giardinieri.
Là noi andiamo
quando cadiamo nel sonno, niente pianto
la bici sulla ghiaia, le scarpe rotte altrove.
Il lembo di sottana di Madre Terra preso
e poi di nuovo in piedi
mandando giù l’errore.

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QUESTO MIO CORPO TUO

Questo mio corpo di semola e germogli
di luce assidua e figliata, mela verde.
Questo mio corpo anello di bestia, catenaccio
così che puoi trovarlo, perduto il senso a cose
la strada per la resurrezione.
Corpo antico
di creta fatto su a brave mani, generoso
coi tuoi capitolati dell’arte;
corpo asceta, distratto nel ferirsi alle rose
vecchio il giusto
per quella esuberanza d’atletica sfiorita.
La netta interpunzione tra il correre ragazzo
e la maturità di una prugna in cima al ramo.
Questo mio corpo tuo che m’allegri
che seduci, che mi carezzi come morissi.
Come il tempo, il tempo che è per sempre
riempito con il dire, il fare e il contemplare
ciò che respira o è inerte
materia dalla quale veniamo
e torneremo.

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Lui sogna della fabbrica e il lago
della Iole, le arance messe bene al mercato.
Lei altre sponde
un fiume sotterraneo di grano e di farina.
Lui sogna baci in pellicola, da Cine
anni cinquanta e audacia risorta.
Lei del cane, ucciso dai tedeschi per rappresaglia infame.
Lei sogna far la sarta nell’Ambasciata inglese
la donna di servizio, bollini e malattia.
Lui del cementificio e vertigine, di scarpe
bastevoli per freddo e per neve. Lei di un figlio
dottore o qualche cosa pulita, il bagno in casa
e la dispensa piena di salsa. Lui del Milan
aver soddisfazione da poco alla corriera
facendo segno a un altro fratello, squadra avversa
che questo lunedì è più leggero.
Io di te, capelli fino al tondo sedere
e pelle oliva, ritratto di salute che aspetta far l’amore.

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Mi è caro il meccanismo delle lancette azzurre.
Quel timido rumore nel misurare il tempo
senza mai farne un ché di artificio, una proiezione
sul muro ancora memore di mosche e di stagioni.
Mi è caro il sovrapporre di seta alle tue gambe
l’orgoglio maltrattato con cui ti rechi in bagno
per educare il corpo a non fare scherzi; e il sonno
posato alla bilancia di ferro con le mele.
Il sonno che fatichi a trovare e allora meni
come una volpe nella campagna, rossa e furba.
Le mani ora occupate a far altro, e non è gioia
non è la spartizione del corpo nel venire.
Ma il disegnare al buio di carta una balena
il ventre di una madre d’oceano, ed in esso
vagare infine senza dimora, figlia solo
del tutto che si beffa di storia, di confini
del limite qui imposto al respiro. Amo questo
e il latte che hai versato toccandomi la vita
l’imperfezione tutta terrena dell’amante;
la somiglianza al fitto di un parco che hai negli occhi
quanto tenerli ben chiusi non è cosa.
La smisurata donna che mostri a farti nuda
di verità e qualcosa nel pugno
fiori, biglie
un lascito di infanzia felice, un giorno al mare.

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FEDERICO GARCIA LORCA

Fate cantare ‘sti muri, ve ne prego
ché incudine è il silenzio
e le mie storie ferro.
Fate cantare finestre e girasoli
i morti nella terra tra cento passi e il treno;
lasciate entrare il vento nelle mie ossa cave
il dubbio e la certezza d’avere anch’io due foglie
due gemme aristocratiche che s’aprono a stagione.
Lasciate che s’immoli per me quest’agonia
di sassi e di letame seccato, di fossati
pieni di piedi e ginocchia, di ragazzi
che ora hanno imparato ad amarsi.
Fate largo
A quello che sarà la mia vita, da qui a luce
da qui alle terme bionde del miele, da qui
a Dio.

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ANNUNCIO RITARDO

Solo l’odore è rimasto impresso in tela
l’odore proletario dei freni quando arriva
il treno alla stazione di Porta Garibaldi
dove c’è uno che chiede cento lire;
e un altro impreca all’onda che uccide
al Vaticano.
Tra i cameroni marmo mediocre e l’eco sfuso
delle biglietterie sempre piene, il freddo cane
d’inverni che ci siamo scordati.
Si, l’odore, della Bovisa e i panni al balcone
della Fiera, odore di progresso e di fame stessa forma.
L’odore un po’ sfacciato dell’Acqua di Colonia
tra pendolari un piede nel sonno e i finti sciuri
con la ventiquattrore di pelle a farsi vanto
soltanto perché a pranzo c’avevano una stanza
un turno separato dagli operai baluba.
Gli odori della Edison la sera a casa mia
e quello del letame di chi onorava ai campi;
quello di marcio salito dall’Olona
e quello paradiso qui in terra della prima.
La prima mia morosa quando si sollevava
sottana e mutandine minuscole
e una festa, pareva il lunedì del principio settimana.

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ALICE A VILLA D’ESTE

Rivedo, ad occhi chiusi, i passi incerti
la vita concepita rizzare il collo e andare
leggera, sulle foglie cadute e ancora verdi.
Rivedo quei suoi passi incoerenti farsi danza
un oratorio di perfezione; fresca e fina
come sa solo l’aria il mattino;
un modo antico, di prendere poi il volo
e franare sulle cose.
L’immortalammo con una mela
più per arte, che per sfamare un corpo già acerbo.
Là, per sempre, tra i viali delle cento fontane.
Dietro Roma, e il suo latrato lungo come il colore oro.
E dietro ancora un velo dipinto
azzurro e malva, l’acqua salata al porto di qualche bel paese.
E ancora più lontano il fiorire uomo donna
le loro gambe nude per confortare il seme
nutrirlo e darlo al mondo da giovani impostori.
Due bisce arrotolate nei sensi
innamorate.

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