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Archive for the ‘poesia’ Category

SUMMERTIME BLUES

C’è giù il baccano degli altri, dei vicini.
Le borse sistemate con cura, il sole a picco.
C’è giù quello che sembra più giovane
il tal greco, ma viene dalla Puglia il furbetto
è già in pensione, per via che ha lavorato prestissimo.
La mora, con i suoi occhiali un poco ottocento
il gatto in gabbia, il portapacchi con i tiranti.
Tutti al mare, a farsi delle ore sull’autostrada A7.
Tutti alla fine del mondo, noi si resta
con un ventaglio della enigmistica, un lenzuolo
un po’ di riso e un tonno da aprire.
E le tue gambe
che a volte sono bisce di fosso, ed altre erba.
Il ventre snocciolato e un po’ molle di quei pigri
i libri dei poeti fasulli, e quelli grandi
quelli da un colpo secco alla testa, o una scopata.
Si resta a masticare basilico e mentine
ad ascoltare i treni del sabato, gli aerei
che planano a Malpensa e ripartono qui in casa.
Si resta e si prolunga l’amore, si fa finta
di farlo delle ore con stesso impegno e palle.
Si guarda un po’ la tele con tutte le vaccate
un disco americano che ci capiamo niente;
si resta col ghiacciolo da industria appiccicoso
la lingua dal sapore di fica, una formica
che cerca un po’ di zucchero a velo in questa chiesa.
Si resta col binocolo azzurro dei pensieri
dietro le tende aperte del cielo, forse a un dio
quello dei testimoni di Geova, sudati
incravattati e il dito veloce. Vi ringrazio
ma ancora devo credere in me, poi si vedrà.

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L’ORIGINE DEL MONDO

Ma tutta sta poesia cartina molle
tabacco da due soldi ed un cacio, tutta fusa
e languidi pensieri di giuggiole e di viole.
Tutta sta smania di fare di parole
tovaglie bianco giglio e infinite zolfatare
mazzi di rose in doppia vetrina, sta poesia
che sempre ai ferri corti ci appare, un poco ossario
un poco debitrice dei salici di mezzo.
Questa poesia di petali al viale, quasi marci
dopo la gloria di un giorno o due
poesia del tutto, del tanto aver mangiato sì bene
che ti scordi, la pancia vuota al resto del mondo.
Sta poesia
dei ciechi allo spettacolo equestre del tuo mare
dei sordi all’aria in gole profonde.
Sta poesia, dai tratti carismatici sciatti, niente segni
banale come un ramo di pesco, di nocciolo;
poesia del faccio dopo la spesa, di te curva
la zappa a poca terra ingrassata, cena e a letto.
Questa poesia dei mezzi lampioni di Via Dante
di figli con le chiavi perdute e del decoro
col quale ci ha abbellito il Comune i suoi giardini.
Questa poesia di fragole mosce e sesso duro
sprecato in due lezioni di vuoto, d’orgia al buio
lavato come un bel monumento al mio passato
al tuo di cercatrice di funghi e di lumache.
Al tuo sottana larga con niente sotto, al nostro
dissolto come il ghiaccio d’Islanda, come il cielo
venuto via dal giorno col moccio dei ragazzi.
Questa poesia che vive un istante e dopo muore
nell’angolo più asciutto di questa bocca amara.
Poesia dell’euro al finto parcheggio, al malincuore
poesia delle mie gambe che figliano ciliege
e nespole dal gusto di fico; e poi le tue
venute grandi nei lavatoi, nei fiumi freddi
di questo perfettino paese.
Questa smania
di edulcorarti il fatto sublime, un po’ animale
che intorno alla tua fica si vola, sempre idioti
col cuore alimentato a gasolio, ad ore sveglie
a bocca aperta al solo pensiero.
Non è vita?
il resto è pietra inerte, passaggio sole luna
inutile nomea delle cose, della gente.

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LE RONDINI RITORNANO A VOLTE

Se non c’è neanche una nuvola, è un cagnaccio
a rinfoltire il cielo legnoso di Milano.
L’assenza è presupposto impossibile qua dentro
tra le officine robotizzate, il mimetismo
con cui le piante grasse scoraggiano le api.
Nella totale efficienza tutto è un mostro
un nervo da scoprire e spezzare
un viaggio a vuoto, per le periferie ormai insozzate.
Tutto quadra
fuorché la privazione del senso, la mancanza
l’amica fatta fuori perché così va il mondo.
Le rondini ritornano a volte, ma non sanno
dei mille e più cannoni rivolti alla bellezza.
Fanno dei giri come di danza, tutte insieme
così che come un velo somigliano, un foulard
perduto da una donna invisibile.
Ti penso.

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FOTOGRAMMI

Mi pare di sentire il rumore della carta
di quelle caramelle col miele, da bambino;
quando per strada rincorro le ragazze
che passano veloci piegate sulle bici.
E allora rido fino a domani
in tutto il corpo
e come un gran serraglio mi schiudo al sentimento.
Fiorisco come il pesco sul retro all’oratorio
come la spuma a Cadice in acqua, come Agnese
che a piedi nudi assaggia il suo fresco
qui in cucina.

Quel timido sudore che mi viene
non è l’amplesso giovane di ieri qui al paese;
ma l’ostracismo delle nottate, consumate
a cogliere falene di luce con le mani.
Come a voler risorgere
da me, vizioso antico
che dedicai la vita alla ruota di sottane
a quel delirio uccelli di lago che veniva
se nudi ci premeva sospingerci, l’un l’altra
come su un’altalena
tra infanzia e fine vita.

La timidezza di un bacio ti fa luce
su queste scale mozze di luna;
non sai bene, cosa l’offerta debba tacere
e allora in mare, allarghi le tue reti
come fa il tessitore
il ragno nella stiva di casa.
Ora mi tieni, come una pietra bianca di fiume
dolce acqua.
Ora mi spargi seme allo zenit
ti allontani, come fa il merlo dopo tre salti
chiami il nome, capace di riempirti la bocca
chiudi gli occhi.

Come la mano a mio padre nel mercato
m’aggrappo ai pochi attimi che nacquero in me il riso
la pudica promessa d’avere quell’abisso
chiamato donna prima del sonno, del partire
verso gli appuntamenti di Dio.
Ti trovo bene
ricchissima e scordata come un buon libro in treno
come l’ombrello in Posta o da Carmine il droghiere.
Non hai perduto il vizio di regalarmi i seni
tirati su da un secchio nel pozzo;
e quel tuo modo
d’abbandonare il piatto con dentro qualche brisa.
Chissà, forse un uccello stanotte può arrivare.

C’era uno col flauto e una chitarra
poggiata quando usciva per bere.
E io toccavo
vibravo l’aria dentro su tutte le altre voci.
Lui mi lasciava fare, perché ero delicato.
Così la mano tua ho sfiorato mille volte
lo stesso sposalizio di musica e stupore.

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RUMORE DI FONDO

Mi chiedi sempre cos’è che spinge l’acqua
in brevi salterelli fino alla riva
e ai piedi.
Mi chiedi quello che non conosco
il volto al vento, le dita piccoline dell’aria
e lo sai bene. Ma è tenero ti finga quel poco ragazzina
così, per farti fare una corte sempre nuova.
Perché da quella volta hai cambiato faccia e vita
ti sei riempita tutta di efelidi e peluria.
Sei stata bene fino ai cinquanta.
Vieni, dunque
a chiedermi le cose minuscole e importanti
e quelle gigantesche senza risposta alcuna.
Mettiti bene di fronte a questo sole
voglio l’incendio a navi nemiche; ché sei lente
a te attraverso vedo la Storia fatta insieme.

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E AD ESSE TORNO

Prima di conoscere mia madre, mio padre
il giallo ocra.
Prima delle bandiere portate in bicicletta
dei fili lunghi e bianchi tirati al lavatoio.
Prima dei vecchi e i denti perduti
il puzzo e i cani, prima del vino sfuso
e il prosciutto a mezzo etto.
Prima di sorgere ad Est, Lazzaro pigro
prima del sole a pezzi del Nord e l’alfabeto.
Prima della maestra e il suo rosso sulle labbra
del collo di pelliccia della padrona, e il libro
col quale andavo a fare la spesa.
Prima ancora
che mettere due lettere in fila fosse amore.
Prima dei numeri pari, delle onde, dei carri
e del letame ammucchiato. Prima ancora
che due s’innamorassero pieni, venne luce
il tempo di un orgasmo sfuggito di mitraglia
il tempo di una biscia scappata in mezzo all’erba
di un’ostia consacrata al palato, di una spinta
il tempo dell’atomica e di una genuflessione.
Il tempo di una mano dentro l’acquasantiera
di un martire dipinto sul muro, un sacerdote
una che aveva fuori le tette per nutrirmi
una che aveva fuori le gambe per l’estate.
Prima dei morti e di questa cruna d’ago
del monte quando piove e dei funghi
prima ancora, che ai palmi mi ficcassero chiodi
venne aria, e neve butterata di viole e ciclamini
e acqua per le vacche ed i tori
il peso esatto, concesso ad ogni forma vivente
e ad esse torno.

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IL RUMORE DELLE DONNE

La donna fa spesso rumore di uomo
la senti scavare nel letto una piaga
mandare col corpo segnali d’attrito
di stipiti fatti saltare coi denti.
A volte il rumore è un frinire costante
un salamelecco di guai e portamento
in altre una rondine in cerca di gronde
di foglie spezzate, di rose cadute.
A volte il rumore ha le ruote a pedali
il suono orchestrale di un gancio sui seni
in altre è un rigurgito caldo di cibo
d’avanzi lasciati per giorni nel frigo.
E spesso il rumore si appiccica addosso
le fa somigliare alle pecore al prato;
a volte fan acqua da tutte le parti
così che ti sembrano alberghi sul mare.
A volte è soltanto il rispetto di sé
di gambe conciate e di piedi stancati.
A volte se parlano cade un aereo
un limite imposto alle mani dell’uomo;
in altre ti fanno preghiera d’amarle
e tutti i rumori diventano uno:
la bocca sua bella che ride e che gode.

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