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Archive for the ‘poesia’ Category

CENTO ALL’ORA

La sua filosofia la tirava fuori il vino

il giorno di dicembre,

quando nasceva il Figlio.

Più semplice di un bel monumento:

marmo e ossa, sputando quando terra

lo permetteva intera;

cantando quando gonna di donna là passava.

Mio padre lavorava di brutto, solo questo

nessuna imprecazione veniva dalla noia

nessuna scuola altra che le sue mani, e i calli.

Più buono anche del Papa talvolta

spesso ingenuo. Capace di far conto

quel tanto che bastava

frizione, freno, mai cento all’ora.

Eccolo là!

Nell’atto di salire le scale,

prima l’ombra, la mano che si aggrappa

feroce alla ringhiera.

Ecco l’uccello che plana, e lo ricorda.

A volte c’è un silenzio qui in casa

che fa storia, e preme sulle orecchie

come una malattia.

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GIGLI

Le nocche di una donna che lava sono rocce

montagne dove l’erba fatica, e tira vento.

Le nocche di una donna che invecchia

sono pane, e seta

se le baci con bocca più sincera.

Odorano del sesso degli angeli, e di cera

di rose appena sorte nella stagione breve.

I gomiti di questa mia donna sono gigli

riflettono la luce del fuoco alle caverne;

e s’aprono all’amore per gli ultimi, in silenzio

lontani dalle aiuole curate, dai giardini

tirati in bella mostra, ma d’anima perduta.

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DENTRO, IL MARE

La prima camera sapeva di ciliegio

e un grande specchio scioccava la parete.

Quando vi entrasti togliesti ogni pensiero

ed io feci la grazia di raccontarti i fianchi

usando le tue mani per prime, come un cieco

che costruisce un mondo il colore che gli aggrada.

  • Sei come un pentagramma – ti dissi

e tu suonasti, toccandoti le corde dell’arpa

e dimenando, lo stelo di uno zufolo

con dentro un’aria nuova.

Venisti come certi acquazzoni presentiti

nel naso prima d’ogni visione. Fuori un volo

furioso a quote basse e imprudenti; dentro

il mare, il sale disseccato tra gli inguini

il pudore, gettato come un naufrago

alla terra di Nausicaa.

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QUI TI SONO

Tu, così immobile in un sonno di nigrizia

somigli a una foresta che agli uomini è proibita;

dove s’annidano sogni e bui animali

il vento che non scopre, non ride, non carezza.

T’avessi vista mai luccicare in petto e in viso

potrei violare il segno tracciato, entrare

e udire, fin anche le ferite dell’upupa

e del legno. E discettare insieme al tuo fiume

sul creato, sul senso dell’addio che ci incombe.

Aspetto il segno

un occhio di risveglio e di assenso.

Qui ti sono, confitto nella carne

come radice pura.

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MOTO PERPETUO

Le mie domeniche, rumore di saggina

l’ostinazione del vento sulle rose

sulle mie vertebre di ragazzino ai giochi;

magrezza che, a guardarla, l’avresti detta giunco

stelo di fosso, barbaglio di risaia.

Più tardi sarei andato con lui nella campagna

là dove cento aironi s’offrivano al sentiero

e dove pozze d’acqua vantavano purezza

ai piedi delle donne venute per cicorie.

Più tardi sarei stato un ricordo da scioccare

un uomo che ti cerca nel corpo martoriato;

cent’anni dopo almeno il tuo amore dilettante

e dopo, quello ancora da vivere, segreto

spuntato come un fiore sul labbro per stanchezza.

Adesso giaccio qui insieme a te, nella creazione

nel mantice di Dio, nelle rose prese a vento.

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LIBERA

Con la parola io rotolo una pietra

e bevo l’acqua nera del fiume dei soldati.

Carezzo la livrea di un leone, e amo te

eterna adolescente all’offerta di un gelato

di una conchiglia piena di mare, dea svagata.

Con la parola tu hai riso, eri un diamante

un vetro per il vino, la cattedrale a Nantes.

Con la parola ti ho fatta sussultare

vibrare come il pioppo ai vigneti della luna.

Con la parola io sono una balena

e grido dalle sponde d’oceano il mio dolore.

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RAGAZZA DI RINGHIERA

Ferma là,

che bruci l’acqua della memoria, l’acqua aceto.

Il petalo che vaga non è che un neo dipinto.

Fermati là a mezza luna, a pancia piena

ragazza di ringhiera coi calli sulle mani;

con gli occhi al filatoio, la gonna appesa al fico.

Fermati a filo di denti, al sole basso

peluria della donna distratta, passerina

che quando ti ho incontrata beccavi le susine

e nascondevi il riso tra cento foglie rosse.

Fermati là,

che mi sento come un treno, vapori dentro gli ossi

le gambe dure e il labbro

che sanguina ai tuoi morsi di baci da imparare;

svagato quanto al vento il bucato ad asciugare.

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MIO PADRE, UN ALBERO

Chissà se gridano gli alberi al dolore?

Le mani sue di legno le confondevo sempre

col ramo più robusto cresciuto a vista d’uomo.

Avevano del nero nel modo di fruttare

fratture incorporali rimarginate male;

e un secolo di storia nel leggerle:

animali, cavalli al trotto, forche e rastrelli.

Amiche piante,

cantate se potete con la sua voce chiara,

il vento è il musicante ed io lo spettatore.

Son qui seduto al sasso del miglio, qui

l’aspetto; come un foulard di seta

perduto da un balcone. Verrà

con la sua grazia da giovane soldato

un uomo senza spada né odio, innamorato.

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SENTO TE

Combatto questo orrore con il sorriso e i denti

col bordo del bicchiere umettato di saliva

la tua, mia donna cara; che certo non t’importa

se porto braghe corte e gambali. Io m’arrangio

trainando la mia bici con le sportine piene:

arance, qualche pane di scorta, e mille sguardi

a quella tua finestra sbiancata di calcina.

Combatto questo orrore terreno con me nuovo

e riconosco il miglio d’uccelli, il loro canto

che fa la seduzione una grazia; sento l’erba

che cresce e brucia avida il bere. Ascolto il mare

che frange al campanile credendolo uno scoglio

le onde volitive bambine farsi grandi

e poi chetare all’ombra degli olmi. Sento te

il piccolo catino dove riposi i piedi

il seno d’educanda che sembra per sbocciare.

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RISVEGLIO

E’ la coscienza pulita che fa il sole

la tazza del mattino, il bussare delle rose.

Vivo in costante ricerca dell’amare

la luna obliqua e il gatto alla corte;

il tuo lenzuolo, che quando non ci sei

sa di mare, salsa, e grano.

E quando avvolge il corpo felice, lo scolpisce

in cento pesci rossi e lucertole sull’aia.

Vivo lo stato di grazia delle mele

attendo la tua mano allungarsi, e poi la bocca.

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