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Archive for the ‘poesia’ Category

IL GRANO ALTO E UN CIELO SERENO

Mi gratto forte in testa dal tanto non capire
come mai possa far male stare nudi
stesi sul prato in un sonno indagatore.
La notte ha una rugiada violenta, dice zio
lui c’ha il cappello in paglia anche l’ora a desinare;
tutte le stelle a sassate credo tema
trovarsi impreparati e pur senza desideri.
Il grano alto e un cielo sereno, poche cose
romanticume lui non ne ha mica.
Eppure piange:
lontano una canzone nel juke box lo corregge
s’annusa vagamente le dita e pensa ancora
alla ragazza vista ballare.
Signorina, ha un ricciolo di erba ai capelli
stia più attenta.

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OMAGGIO A WISLAWA SZYMBORSKA

Chi ha stabilito cos’è necessità?
Il pane e l’acqua, senz’altro, abiti a poco
un tetto che impedisca alle stelle la tagliola
qualcosa meno duro di pietra per dormire.
Fanatici d’amore ci aggiungono le labbra
la luna stravagante incagliata negli insonni.
Fanatici d’amore si credono immortali
alcuni invece pensano sia meglio da immorali.
Di certo la poesia non rientra nel paniere
eppure, alle trincee la si declamava a vista
nei campi di stermino talvolta era la neve
negli ospedali in lenta agonia conforta un poco.
E’ sacra come il libro di Dio, ma va toccata
perché lei non va sposa a nessuno
e tutti ama.

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L’UOMO IN PIEDI

Se la poesia può comprendere il momento
di certo capirà la bellezza del mattino
la luce partorita sul prato, e l’uomo in piedi
che tenta spiegazione di Dio.
Vedessi, amore, come sparisce più lenta
anche la luna. Eppure, è in un altrove vicino
parallelo.
Un po’ come noialtri quando distanti andiamo
a far ciascuno compiti e storia. Ecco
credo, che noi non si svanisca del tutto.
Anche domani, se io o te lasciassimo il mondo
è in quell’ altrove
che l’immaginazione dovrebbe seguitare;
magari sarà un volo di tortore al ciliegio
il profumo dell’infanzia che emana il gelsomino.
O la rotta del silenzio che cerca un faro amico
trovandolo negli occhi, tra lacrime e stupore.

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TROVATE QUESTA RUBRICA ANCHE QUI https://almerighi.wordpress.com/ * Ora che sono tornata solitudine È qui che scrivo Agguantando pensieri che scendono dal soffitto Ora che l’anima mia (o meglio l’insieme fisico del sentire) si ricompone nel suo sapere ora che i rumori si accorgeranno che la luce è spenta e che tutti sono andati via e […]

via Gioielli Rubati 101: Nadia Alberici – Alexandra Bastari – Catia Dinoni – Massimo Botturi – Mauro Contini – Luca Parenti (Yok) – Rita Frasca Odorizzi – Giovanni Sepe. — Il Canto delle Muse

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IL CICLISTA

Forse di stesso paese, vai a saperlo.
Il fascino dell’uomo che suda, gambe dure
lo sguardo sulla gomma davanti
e poi lo scatto, con quelle mani d’aquila, grandi.
Lui, il ciclista, campione quasi mai
ma che tanto gli piaceva; come si amano a volte le bandiere
e quello che hanno scritto in colori.
Da vicino, io l’ho veduto almeno una volta
io, il più in alto, sopra le spalle larghe del padre mio a una festa.
Per caso transitava da lì quell’anno strano
due vie messe giù a caso tra prati di trifoglio;
in direzione Alfa Romeo, la grande scritta
per poi finire dritti in città nella volata.
Te lo ricordi pà? Non vinse allora
vinceva quasi mai a dire il vero, era dei nostri.

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FANTASMI

Ci sono sere modeste, un poco fiacche.
Un film messo su a caso per fottere la noia.
Ancora più distante di noi è quel temporale
che accende i suoi cerini alla fine del paese.
Non sa anche lui se piovere o altro, e intanto aspetta
vuole vedere come finisce, insieme a noi;
che intanto abbiamo perso le scene più importanti
fumando come tazze di latte sul divano.
In queste sere cala il sipario: tu hai dolore
ma fingi sia soltanto stanchezza. Io rimbalzo
come una mosca al vetro che crede sia un giardino
e alberi da frutto fioriti tutto l’anno.
Quando poi decidiamo di spegnere, lui arriva:
il gusto un po’ d’aceto della malinconia.
Nel buio rammendiamo distanze con le mani
fin quando il caldo non ci separa, e tutto tace
tranne la gioventù che ci tira per i piedi
come un fantasma bianco di notte.
E lì è paura.

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Ribaldo si rivela l’impudico ragazzo
su te, che come un campo bagnato hai lustro e sole.
Poiché quando v’affondo le mani
è nella terra, che torno per nutrire il tuo fiore.
E come incanto
l’intimità d’estati passate ho nella bocca
semi d’anguria come dolcezze i seni
premuti in privilegio d’amore. Lo ricordi?
Seguire una scia d’acqua battuta in mille remi
così tal’era l’estasi nell’ora del silenzio:
lenzuola d’aquiloni abbattuti, i rami incolti
che come gli affamati graffiavano sul muro
la carità anche solo di sguardi. E dopo il vento
passato sulla ghiaia come arrivasse alcuno
il panettiere, oppure il postino.
O solo il cane, in cerca d’ombra e pozze da bere.
Si, morire, vorrei con questa pagina addosso
e te me accanto.

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ISOLE

Per via di rifrazione di luce adesso incendi.
La porta è come un cesto di braci
dietro, il sole, paventa come la sanguinella.
A bocca piena, tu sembri farne un solo boccone
e qui, il ritratto
diventa l’ossessione del giovane tuo uomo
la fitta sassaiola di baci prima ancora
di dichiararti quanto ti voglia.
Bei colori, li abbiamo sì veduti e calati come gli assi
nel gioco pigliatutto dell’estasi ruffiana.
Placche di nudo come le isole più verdi
nel mezzo dell’oceano monotono e frugale.

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OGNI MINUTO

Conto i grani
come a un rosario laico che in fretta si rivela;
fin anche il sonno giunge a levarmi quella gioia
di mettere le mani a conoscerti più d’una.
Perché la donna ch’abita in te è cangiante luna:
lo spicchio balenato se vuoi restare sola
la mezza ad educarti il sentire. Piena in luce
quando ostinatamente dai l’ombelico nudo
per farti come un prato per me, per la mia soma.
Per questo custodire il ricordo d’oltremare
il leccio di un battello con la sua spuma bianca
e il coro delle acque simile al sangue in vena
ceduto a notte mentre l’amore.
Oh, mia cara!
Sorridimi con bocca di pesca, ogni minuto.

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IL PRINCIPIO DELL’ESTATE

E non potevo io esimermi dal farlo:
guardarti i piedi un po’ primitivi, in quello slaccio
di sandali venuti via a poco giù al mercato.
Tu che somigli alla Venere dei pazzi
scendevi sulla terra simile al cardellino
troppo vicino all’odio degli umili, alle pene
di chi non sa la gioia dove mai ha preso casa.
Sensuale come l’edera su per le mattonelle
colore più vivace del fresco, quando piove
e stacca il verde giovane del dorso di un ramarro.
Non ho potuto dirti che immaginarti nuda
mi ha fatto tenerezza e sapore nel palato
sentore di uva spina e di more in mezzo ai rovi
qualcosa che ricorda il principio dell’estate.

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