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Archive for the ‘poesia’ Category

LITTLE GIRL BLUE

Sebbene la mia vista risenta dei cent’anni
il ventaglio della luna stasera è proprio seta
emana un’aria fresca che sa di drogheria
poltrone di barbiere, sambuca nel caffè.
E tu, vestito corto, ricordi la campagna
il grano alto ancora da mietere, peloso;
cristallo dove l’inguine nudo si produce
in suoni come d’alberi in quota.
C’è anche un treno, il taglio dei container
sfiora la testa ai galli
tra gli orti si consuma l’amore di due bisce
e il gelsomino
s’aggrappa alla cisterna dell’acqua piova ieri.
Veloci come il verbo godere
andiamo avanti, nessuno si fa lupo a quest’ora
è mezzanotte, la bella Cenerentola ha bruciato i copertoni.
Codazzo di vocine, come di suore al mare
risale dal Comune col Cinema sull’aia.
La strada è un anaconda che dorme, un vecchio fiume;
c’è un blues che prende male alla radio
più intuizione, ma orecchio fine e buona memoria sanno il vero
è Janis con la sua cartavetro, triste un grammo
sicuri, come il fatto che adesso è già domani.

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VERSO IL SONNO

Adesso dorme forte, le gambe rilassate.
La bocca semiaperta come chi sogna il mare.
Così, leggero il meglio possibile, uscirò
camminerò sull’acqua fin quando ne avrò fiato.
Perché di questo mondo non lo saremo sempre
e voglio ricordarmi di quando ero bambino
senza costume e sandali duri, nel fossato
ad occhi aperti sotto il pontile.
Fango e rane
perché solo così io mi sentivo vivo
sporcato delle cose che odorano e fan storia.
Tirato come un telo sui fili ad asciugare
quando ne uscivo dopo viaggiato
stanco e pago, il cuore quasi fuori dal petto
verso il sonno.

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UN COLPO SOLO

Il seno liberato che hai bianco, è qui volato
sul palmo della mia gemmazione.
E io lo tengo
come la rete regge le rose. Come stelo
io fossi del bocciolo più esposto
il più agognato.
Il seno che, ribaldo, mi punta
può ferire
uccidere sul labbro l’amante bisognoso.
Ma più del miele vince in dolcezza, e la faccenda
sta tutta in quel socchiudere gli occhi
ed inarcare, la schiena come fosse di giunco.
Ora sobbalzi, e scocchi la tua mandorla scura
come un dardo
sotto le nari, bocca protesa. Un colpo solo.

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IL PRIMO SEME

Lo so, bisogna viverci ancora, lo so bene.
Con questa ingenuità fatta polvere
e i capelli, più bianchi della neve sporcata.
Altri cent’anni
tirati da ogni lato come la fionda amica
velocità di gambe e poi baci.
Farci tutto
perseverando in corpo l’affetto, e tenerezze
sottili come il ghiaccio ai catini nel cortile.
Restando dentro qui, un letto d’ombra
a stropicciare
le valvole del seno con nocche verderame.
Noi e questa età perfettissima
noi terra
eterni adolescenti col primo seme in mano.

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BRUNA

Raccolti in una treccia di ghiaccio
venti spire, di cenere e rugiada più accesa.
Quei capelli
cresciuti senza patria e rimorsi, governati
soltanto dalla semina e il furore di una donna.
Quei suoi nidi di falco in sospetto di magia
le trame come il pane, di quello fatto in casa.
La scelta di donarli in un fosso, sciolti il giusto
perché si dissetassero tra gamberi e verzure.
Quei suoi straccetti d’osso tra i fusi delle vene
che tanto la facevano un albero, una soma
di azzurri cavalieri sul valico. E le gambe
conchiglie varicose smollate dalla pioggia.
Quel suo apparire di un altro mondo
poca voce, il neo nei territori proibiti.
Lei, la zia, votata ai rotocalchi dieci minuti appena
il Dio là appeso rimproverato
i figli ai campi, e l’uomo scuro come un ottobre.
Il nome, Bruna
venuto dalle sere di Lombardia vigliacca
dai voli delle nottole rasenti i pruni e i fichi.
Mi pare di vederla nel mezzo del cortile
che ancora va cercando il bambino che sorride
la sua lucente lama dei giochi.
La mia infanzia.

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La luce della luna mi cade sulla carne.
Non è un gran peso, eppure, la sento
è sciacquatura.
Io che ho dormito sempre in pigiami di azzurrite
la sento declamare sul nudo il suo poema;
magnetica sirena, per me, che non ho cera
né funi a trattenere ciò che il mio corpo implora.
Accanto è il giorno
la donna del giudizio con le sue vene al collo
il mantice che carica e poi soffia dall’ogiva.
Accanto ha coda come maestra, emerge, affonda
accorda il suo respiro con l’onda sopra i vetri
risacca della notte che, intera, si fa fare
le cose come i giovani amore.
Flette, sfuma
la luce della luna ha leccato il pasto nudo
mi svela la lezione dei passi dentro l’acqua.
Fino alla cinta, e al petto seguente
fino al collo
lasciandomi la bocca in misura di parole
di baci che non sveglino i cani.
Quel che basta
per acquietare il ventre cetaceo, e poi dormire.

*un verso di Mark Strand

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NON MI PENTO

Si dice faccia ridere i polli
il latte alle ginocchia, o altre amenità.
Chi scrive le poesie alla mia età è un genio fesso
un vetro da tirarci sassate, un vuoto in bocca
che a volte fa sorridere, se ti va bene, ed altre
ribrezzo per il tempo passato.
Miei poeti!
ci vuole carta bianca da culo per tentare
la passera negli occhi e l’uccello spesso duro.
Così vengono fuori parole, e non vergogna
un animo gentile o il carattere scontroso.
Ma è come un paravento abbattuto, essere nudo
ed aspettare l’acqua verso le sette e un quarto;
quando sospinta dal Dio che lui può tutto
ti arriva fino ai piedi e poi oltre.
E allora godo, mi sento vivo e un po’ minacciato
ma va bene
qualsiasi cosa è meglio del nulla incravattato
del dieci alla condotta morale, cento anni
da servo senza battere ciglio.
Non mi pento.

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