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Archive for the ‘poesia’ Category

DISEGUALI

Non parli, perché hai visto la guerra
e avuto fame.
La pioggia lunga e fredda d’inverno entrarti in casa
il crollo del budello di terra là in miniera.
Non parli quando affonda una barca
e non son pesci, quelli che bevono il mare
né assetati.
Non parli, e dalla tasca ti prendi un fazzoletto
un tempo fatto su a quattro nodi, adesso basta.
Non parli, e te lo porti sugli occhi, soffi il naso
con quel rumore a volte scabroso che hanno i vecchi
per dirci che hanno pena per gli altri, i senza luce.
Non parli, perché dirlo a bestemmie non è cosa
il dialetto delle mani lo fa capire uguale.
Non parli, perché il mondo è paese
e giusto ieri, entravi scarpe tolte alla casa del padrone
pulite le sue vacche e già concimati i campi.
Zittivi sopra i conti che non sapevi fare
il dare avere, come ora il mare, diseguali.

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ACQUA SORGIVA

Talvolta, per ricordo del mare, in te io vivo
e lascio che l’orecchio si prenda la tua aria
la semina di mille parole.
Perché azzurra
è questa casa in fondo al tuo iride, e spumosa
con forte batticuore per l’onda
e le creature, nel letto della luce conclusa.
Ben nutrito, mi sento come reduce al portico d’infanzia
col pane delle quattro stagioni, un bagno caldo
e i panni della festa di pace.
Acqua sorgiva
tu mi fai bere quando sei nuda, un’acqua bianca
fetale e piena d’orzo e frumento.
E non sospetti, che barche e bastimenti ti solcano
sei allegra,
come la solitudine colma dentro il sonno.
Le piccole e impalpabili vette là scalate
nel sogno, perché voli
senza paura alcuna.

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LIBERA COMPAGNA

M’è naturale l’amarti, sei una mela
e come la delizia centellina la luce
così io ti avvicino alla bocca
con sorpresa, con gesti di saluto sul petto.
Dolce sera
che pigoli al cavagno di giunco delle braccia
mia libera compagna, bagliore della donna.
Vedo passare i cervi giù in valle quando preghi
quando ti mordi il labbro e non è piacere amico.
Quando ti alzi poi in volo e ti fai terra
cercando l’acqua delle stenelle
in questo azzurro, che immaginiamo mare lombardo.
Amica e sposa, io non governo bestie né eserciti
lavoro, col mio decoro d’uomo e le scarpe d’ordinanza;
ma so attirare il fulmine e il miele
farmi pesce, nelle tue mani d’isola spoglia, mani d’aria
di ossa che si spaccano mute al solo sguardo.
Da te ho imparato origine e vanto d’innocenza
quella sensualità ch’è coraggio e morsi netti
al frutto della vita che può cadere, ora.

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RADICE D’ORTENSIA

Di me, salito sopra quell’albero, hai ricordi?
Sembravo un’altra mela matura mi dicevi
un merlo che s’aggiusta le piume per partire
sulla millimetrata di vita.
Non sapevi
che in me paura tutto coglieva, e saldo al ramo
con lui abbracciavo i giorni a venire.
Come un sasso, brunito e levigato
che non conosce balzi, il corpo rotolato dal vento.
Si, felice, è stato il carezzare dell’uomo
e poi la donna, con la sua vulva d’anima e pelo.
Come un arco
ho teso le mie gambe a pianure me vicine
lasciando il cielo agli avventurosi
altri pionieri, con ali grandi d’angelo, bianche.
Alla mia schiena, puoi leggere radice d’ortensia
i suoi rilievi
il segno delle dita del sole, strade, campi.

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RESTIAMO

Suprema cantilena è questa pioggia
un piede sul telaio d’infanzia
e l’altro ai fossi.
Ho foglie di geranio scordate dentro i libri
le vuoi? o solamente la bocca. Bacio bene
coloro che in amore mi lasciano.
Mia cara
il timpano del cielo produce argento ai sassi
restiamo con le mani intrecciate
abbiamo figli, e catenine d’oro dei tempi sul comò.
Scambiamoci la gioia l’un l’altra
in scontri d’ossa, di luce navigata sui polsi.
Hai gambe belle, tremende come i venti dall’Asia
come i mari, sbiancati in una sbornia di luna.
Dai, restiamo
è un piovere tranquillo ed onesto che ascoltiamo
un po’ come l’amore ora esperto che sappiamo.

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STELLE CADENTI

Tempo è arrivato che io ti mostri il lago
dall’alto di una rupe dove maldestri andammo
in anni in cui la vita davanti era quadriglia
galoppo e salti a lunghi steccati.
Là ti porto, a deliziar la gola dell’erba sopraffina
ad umettar la bocca dell’acqua frontaliera
la generosa offerta che mai si nega, estiva
lontani dal clamore delle città assediate.
Là ci portiamo, a concludere il tracciato
tu col sostegno di un olmo
io, spaesato
ricolmo dell’orgoglio che il corpo mi contiene
la fronte come piazza degli orologi a luce.
Qui ci portiamo, a spettacolo di stelle
alcune uccise il giorno per ritornare, nude
come le pietre a rimbalzo
a pelo d’acqua, là sulla seta dove camminò Dio
l’Atlante e un pesce sauro dei tempi.
Ascolta bene
è questo quasi intero silenzio un frullo d’ala
lo slancio tutto reni e dorsale
del creato.

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RICORDARE TE

Scrivere il sesso, l’amore.
Cosa nota.
C’è l’asola da sciogliere in cuore
bocca fresca, da porgere alla fonte
senza timore alcuno
C’è l’otre dentro il petto dei venti avuti in dono
l’isola chiara di sabbia dei tuoi occhi.
Il sogno che di notte ci desta
c’è settembre, il miele e la dolcezza dei fichi;
la vendemmia, col suo grembiule d’uva
e le guance da succhiare.
Scrivere il sesso, l’amore, è moto ondoso
risacca e dopo impeto ancora.
Altra impresa
è ricordare te che riposi sotto i sassi
i girasoli e gli angeli in pietra.
Tu eri bianca, e in te somma di luce e colori
un mondo pari.
Avresti età e memoria dei saggi
stamattina, e dopo una nottata di pioggia e di baccano
diresti solamente
– c’è vento, state attenti.

10 anni fa, ciao Rosy

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