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TRENTACINQUE

Nel posto a me vicino, qui sul treno
l’amica mi racconta dell’urna del marito;
la polvere che tanto voleva liberata
nei boschi di un paese distante, ma non troppo.
L’ho conosciuto in tempi di grassa
gli anni ottanta.
Venivo da un amore finito, ed uno nuovo
quello che ancora mi mette delle scarpe
per correre a Milano a ferirmi sui ginocchi.
Lo sento farfugliare nel sonno, certe notti
un misto di futuro negato, comprensione
la riscoperta a tratti del nudo. E le mie mani
che ancora van cercando dispetti.
Dormo poco
ultimamente entrambi ci addebitiamo troppo
preoccupazioni e voglia di vivere a fatica.
E allora è un po’ così, che m’è venuta in mente
la cenere di questa devota, il suo sorriso
tanto più ricco quanto son stati gli anni insieme
nessuna privazione del gusto dell’amore.
Così, sti trentacinque balordi li abbiam fatti
magari non sarà la migliore, ma è poesia
perché non me l’ha imposta nessuno.
E di baciarti, ho ancora voglia come un ragazzo.
Questo è un fatto.

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ANGELA

Non c’erano cavalli, armature, gonfaloni.
Snellezza di preghiera se l’è portata via
come una voce in fondo alla strada
al lastricato, nel posto del lampione che zitta a fasi alterne.
Dove c’è l’Osteria dei baluba e i perdi tempo
dove c’è l’Osteria dei poeti dialettali;
il canto cristallino e potente di Angelina
di Paolo, e di mio padre rimasto.
Ho le parole,
le uniche che posso portare, cementate
come la Lombardia di nord ovest; ai paesi
che devono ai ragazzi di un tempo l’esser vivi
spettacolari in certe serate, che dormire
si fa peccato grave perché bisogna amare.
Fino a graffiarsi i polsi e la testa, nei pensieri
fino a tirare fuori le storie dalla terra
del vino più sacrilego e caro: quello offerto
da chi è rimasto qui ad ascoltare, e fa un applauso
l’elogio alla grandezza di quanto si è vissuti
con onestà e lavoro durissimo.
“Le rose, le rose rosse no, non le voglio veder
non le voglio veder”.

In memoria di mia zia Angela, scomparsa qualche giorno fa.

Non c’era matrimonio, funzione, festa o altro pretesto
in cui Angela, Paolo e mio padre Angelo
non cantassero romanze e canzoni popolari, per tutti.
Insieme o singolarmente.
Ognuno il proprio timbro, la propria impostazione
il proprio cuore.

La mia amante ha una chitarra in groppa
la suona all’orinale d’ardesia sotto il letto;
quando la notte è fiacca di spinte
e alla finestra, rimane impresso come un patibolo
od un geco.
L’amante mia ha le pietre del giorno tra le dita
i piedi divenuti faine, il dente d’oro
ficcato tra l’ogiva dei baci e il pentimento.
L’amante mia ha uno strascico in seta, il culo sodo
un albero che origina frutti per dorsale.
Ha un’orgia di capelli sul pergolato, anelli
sposati a dei capezzoli bruni, grandi, dolci
spinosi quando è tempo di semina e stan ritti
contro gli uccelli del malaugurio.
La mia amante
mi chiava e resta vergine sempre, mi condanna
e chiude fuori porta come uno che ha peccato.
L’amante mia è sacrilega e porca, puzza d’aglio
di vino messo in frigo, svanito
è capricciosa, piange le sette fiasche e mi stira le camicie.
Si lascia tra le mani il sapore sfegatato
di quando s’è cercata il piacere.
La mia amante, non sa che è la mia amante
ma le dichiaro il falso, e torno alla mia casa ogni volta
testa alta.
L’amante mia è una fata ubriaca, agita in aria
la sua bacchetta fatta di spago e liquerizia;
ci prova a far fiorire un disastro, l’eccellenza
in questa testa preda dei flutti. Ama dormire
un poco prima e dopo l’amore, è in costruzione
come la vanità di chi scrive e non sa nulla
della sua libertà ben nascosta, della pena
con cui è costretta a vivere, eterna, dentro libri
soffitte e biblioteche ammuffite.
La mia amante
è una scultura senza cavalli e senza spada
ci cagano i piccioni l’inverno
e anche gli idioti, gli indifferenti al fatto
che tutti siamo uguali, tremendamente soli
cadenti, affascinati, nel nostro misurarci le ali
come un gioco.

Cosa ne sa dell’età che è vetro scuro?
di queste ossa fragili e buche
della fame, che cola giù dagli occhi
come una cantilena?
Lei sa di pini e inverni lontani
di foreste, di cattedrali e fiumi melensi.
Sa di buono
come sanno di buono le muse di bellezza
le ostie al tabernacolo aperto
le cantine, che per entrarci devi aver sete di fioriere
di storie sconce e nei sopra il labbro.
E’ lì che bagna
il bordo della vasca con le sue braccia fuori
come Lolita in certi episodi, come il frullo
dei passeri che inondano casa, la mattina
e a me viene da chiedermi
– chissà vederla nuda?

Che onore Luigi, che malinconia e che orizzonti infiniti. Un po’ come quelli del tuo Cile. Un abbraccio di amicizia e gratitudine.

Ad alta voce / En voz alta

Massimo Botturi ©
PIRATI
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Opera pittorica di Edgar Caracristi ©

Denis Azabagic / Prelude 4, Heitor Villa Lobos

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PIRATI©  di Massimo Botturi
  da qui: https://massimobotturi.wordpress.com/2017/08/13/pirati/

Maria era sempre incinta.
Gridava come i corvi tra gli alberi
a noi tutti, venuti a far la conta
in quell’angolo di casa
da dove usciva odore di arrosto, e rosmarino.
Le ho vedute
le isole ancorate più a largo di Milano
i caseggiati mezzi scrostati, e poi i ponteggi
mangrovie dove uomini nudi vecchio Sud
tingevano le mura di cielo.
Ho visto i mari
i suoi caleidoscopi nel pozzo
e seppellito, nel cuore di un’amica la mappa del tesoro.
Son stato capitano di spada e di robinia
spesso solo, fino al tramonto d’ogni speranza
d’ogni indugio.
Ho fatto buona pesca di api e di mosconi
in laghi di mastelli di zinco. E avuto figli
sparati per il…

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Si può scrivere ancora
venisse la potenza del verso alla mia casa;
nei panni di una donna a cui ho voluto bene
fino allo spasmo delle domeniche, del sole.
Una donna che appoggiava la testa al suo destino
che aveva per capelli una sindone di luce
un bosco di conifere al passo, un cervo ai fiumi.
Si può scrivere ancora col mento alle ginocchia
con le galline a fare la spola
tra la mano, che generosa s’apre al versare di granaglie
e l’angolo assolato meno prudente.
Al sasso, dove vi incisi il mio pentimento
per la fionda, e al male sulle foglie elargito.
Si può fare
se solo di calendula il seno a me porgesse
nell’atto del dormire quando ogni cosa è assente
e il suo pudore mischia dei petali ancor freschi
col lungo esilio della parola.
Lei, la Musa
la timida suzione del labbro quando beve
la gonna appena sopra il ginocchio
i suoi delfini, come colonne d’una navata.
Lei di neve
pericolosamente vicina alle mia mani.

PIRATI

Maria era sempre incinta.
Gridava come i corvi tra gli alberi
a noi tutti, venuti a far la conta
in quell’angolo di casa
da dove usciva odore di arrosto, e rosmarino.
Le ho vedute
le isole ancorate più a largo di Milano
i caseggiati mezzi scrostati, e poi i ponteggi
mangrovie dove uomini nudi vecchio Sud
tingevano le mura di cielo.
Ho visto i mari
i suoi caleidoscopi nel pozzo
e seppellito, nel cuore di un’amica la mappa del tesoro.
Son stato capitano di spada e di robinia
spesso solo, fino al tramonto d’ogni speranza
d’ogni indugio.
Ho fatto buona pesca di api e di mosconi
in laghi di mastelli di zinco. E avuto figli
sparati per il mondo come rondoni bianchi.
Ho amato donne in porti d’Oriente
e seta, e spezie
catene per remare fino alla consunzione.
Amanti più segrete di me, e ne ho goduto
piangendole svuotando le tasche ai poliziotti
a certi mal mostosi viziati di città
venuti per vedere noi poveri, Pirati.
Bendati alle brutture del mondo
generosi, quando si tratta di fare tardi.
Ho avuto male
dissenterie da dodici mesi, febbri gialle
ragazze azzurre senza mutande
preti e ostie; timore solamente di Dio
e di morte scura. Quella che prese Peppino
un dì di marzo
dopo aver tanto tossito e poi pregato
che mamma lo venisse a pigliare.
Si, vi giuro
vi giuro che ho condotto anche io grandi velieri
nel ventre di un cortile assolato dell’infanzia.