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SOLTANTO UN PO’

Magari un’azalea, di trenta che ne hai
un fiore preso al supermercato, un altro in più.
Suonare il campanello dove ho vissuto te
le piogge di una Rho più indecente tempo fa
la puzza di miscela in garage con il Merlot.
Si dice che la mamma non la si scorda mai
ma quando si sta in piedi da sé non ce n’è mai
di tempo per contarsela su, non ce n’è mai
biglietti per un Cine e Nazzari.
Mamma, sai, è come si nascesse due volte, o forse tre.
La prima conta solo la tetta, la magia
di un mondo dove tutto è già pronto, un bel bijou.
Ma poi è venuto un tempo senza capelli, e noi
minuscola in un letto che non facevi tu;
un tempo di due pugni di riso messo là
in un vassoio senza poesia. Un tempo noi
cinquanta due e più anni da crederci e far via
come le brise sulla tovaglia. Mamma, sai
tirarti fuori è stato restituirti un po’
dell’uomo visto sempre andar via
soltanto un po’.

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Un uomo, a questa età
dovrebbe avere muli e cisterne, non credete?
Un piccolo grembiule di cuoio, ed un martello
la forca e gli strumenti per fare su una casa.
Dovrebbe avere un pezzo di terra, anche due metri
qualcosa da lasciarci su scritto.
Mica io
che ho fatto della penna il mio fascio di roselle
il più tenero regalo per arrivarti in cuore;
per poi posarmi come un uccello sui tuoi fianchi
beccare qualche grano di miglio tra i tuoi peli
e ricordare più come vola, a uno spavento
l’astuto e il mattiniero grifone.
Mica io
che ho gli occhi sulle vene del campo e annuso l’acqua
la sera dei dispetti e di poche situazioni.
Che aspetto quattro giri di chiave per puntare
il dito a quel tuo letto già caldo
e dirti, t’amo, perché sei piccolina
adesso che la vita, ti ha masticato tutta
come una mela prima.

Questi budelli di acqua, terra molle
e rose le cui spine palpeggiano i confini.
Questi presagi di tempo e schiene rotte
di piccoli animali in boscaglie senza eguali.
Questa mia landa d’accessi un po’ musoni
di gente dai dialetti foresti, questi spazi
dove gettare il pensiero e farne uccello:
pignolo testa bassa sui solchi e sulle crepe.
Questi canali più stretti e tumefatti
libri di foglie che volano, incapaci
d’uccidere bellezza ed orgoglio. Questo tempo
che lento si è posato sull’erba, e sulla pelle
facendone una stola di mandorli. Il mio tempo
tra queste mura e i baci di babbo, i pianti zitti
di mamma mentre legge i suoi conti.
Questo legno, che zuppo di brinate mi scheggia il cuore
e il canto. Questa mielosa cagnara del mattino
che chiude imposte e tace le sveglie.
Eccomi dunque, salute cose amate
miei cari tutti e vita più agile
io vado, ad occhi aperti incontro alla luce
quella accesa, il giorno che dall’utero donna venni al mondo
lasciando il guscio d’uovo e conchiglia in un ospizio
in metri due di sabbia e acqua cupa.
Questa è l’ora; sento gridare giù in strada le monete
la gioventù risorta e immortale. A loro il vanto
e l’onere di erigere case, ed alberate
violini per il mare profondo, voli e salti.
Per tutte le creature che vivono, sia bene!

Se la sceneggiatura lo prevedesse, amore
metterei bocca vicino a quel tuo orecchio
luogo di tedio e teatro, e di lussuria.
Verrebbero parole di luce e di crepaccio
di zoccoli sui sassi e sentieri sotto l’erba;
verrebbero parole di Genova di notte
di mare tempestoso e di te, scoperta ancora
come un’America nuda là poggiata
coi seni sui gerani e la sigaretta a lato.
Mezza ubriaca di acqua minerale
di ustioni al sole primaverile. Un tono sopra
le gronde e gli uccellacci sui tetti
ed uno sotto, alla saggina scossa degli alberi.
Il più giusto
che faccia come l’olio nel tempo dei malati
consolazione e dopo accensione, lingua e verso
patibolo ai cattivi pensieri
forse gioia.

CHIAMO MANI

Con stessa lingua
io chiamo voi, compagni
sentieri dove ho a lungo giocato
nudo ai piedi, ma più nel cuore ancora incorrotto.
Chiamo voi
origine del canto che porto come scorza
voi alberi coltelli del cielo, acque fangose
chiamo l’essenza del pane ancora verde
il ritmo dell’uccello in avanscoperta, i fiori
tenuti alla placenta di terra.
E chiamo mani, le vigorose a un padre sedotto
mani in marmo, mani di pesco ancora immaturo
nervi e sangue.
Chiamo a raccolta i miei idoli, e i poeti
a farsi ginocchioni di ciò ch’è più fatica
– dormire con la schiena spezzata insegna il verso
lo porta ad attitudini prime.
Chiamo amore, tutta la meraviglia che m’entra
langue, gode. La vanità di un tempo ammansita
forti abbracci,
quell’attimo in cui prendi la via del sonno duro
ma ancora il piede cerca l’origine, il tuo vero.

SONO DONNE

La donna bussa forte, le sette di mattina
toglie le scarpe e sciarpa, si mette su un grembiule
in un appartamento finito di pagare:
doppi servizi e legno alle stanze.
Un’altra donna
davanti al suo caffè niente zucchero, annoiata
l’accenno di un sorriso a un rapporto di giornale
che oggi le consiglia le unghie tal colore.
Un’altra donna dieci ore in fabbrica, sei dita
un figlio solo in qualche parcheggio, mezza vita.
Un’altra ancora in qualche salotto, un tè all’inglese
le previsioni un po’ catastrofiche di Borsa
la scelta del paese migliore dove andare
da qualche prestanome a pulirsi i soldi. Un’altra
che prende ordinazioni e ha le gambe gonfie
e dietro, un’altra sui bicchieri e i fornelli sempre accesi.
Un’altra sul tramvai là di fuori, sta leggendo
la parte sua di sogno mancato. E’ un’impiegata
gratifica la sua gioventù con pacche al culo;
ma questo è il suo padrone magnanimo.
E poi un’altra
che sposta di un millimetro il suo calcolo inerziale
decide il prezzo dell’energia con mano stanca:
una nazione quasi allo stremo, l’altra addio.
Un’altra ancora fuori di chiesa, ora è una sposa
sua madre le ha redatto lenzuola e asciugamani;
un’altra là sistema vetrine, ha guanti in seta
per non sciupare stracci da mille euro al capo.
Un’altra fa la fila al mercato della frutta
ha un borsellino e poche monete, un’altra al mare
a fare le sue tette colore delle mele.
Un’altra lava i suoi pavimenti, una è una madre
il fiore poverello che non ha più bandiere.

CHIARO E FORTE

Lasciatemi in ascolto, c’è del salvabile in orbita:
un bisonte, una lumaca sull’insalata, una poesia.
Lasciatemi in ascolto col mio paracadute
con le ferite dell’anteguerra, inchiostro a salve
e lingua se otto ore non bastano.
In ascolto, come facevo orecchio alla porta dei discorsi
alle impaginazioni del nudo, nel far figli;
a tutti quei spettacoli degli alberi in calore
al loro miagolare il ventuno d’ogni marzo.
Lasciatemi al dialetto dei padri, alle cantine
a quel tossire forte le quattro di mattina
ai campi dove schiavi di oggi fanno i salmi
i martiri in assenza di icone.
Chiaro e forte,
segnale disturbato da un verme indagatore,
lasciate che qui ascolti il coraggio dei malati
venuto all’improvviso nel battere le ciglia
le mani a santità petto bianco.
Qui, un sorriso
di là un bacio alla bocca di un vecchio sconosciuto.
Lasciatemi in ascolto dei tanti qui annegati
in queste città d’acqua perpetua, viola e amara.
Lasciatemi in ascolto del miele più nascosto
di questa cera d’api sulle panchine nuove
dove gli amanti ingegnano il fiato e stanno buoni
fin quando la decenza consente.
Chiaro e forte
tra i tetti del quartiere Milano e la campagna
c’è un faro trasmittente con gli SOS in cielo.
Lasciatemi in ascolto, saprò dove arrivare.