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FIORI DI MELO

Il segno delle dita alla guancia
è un fatto antico,
un mantra me donato per la bestemmia sciocca.
Per la maestra e il suo lamentare
per il buio
violata quella regola a voce di mia madre
che mi voleva a casa prima delle candele.
Il segno sulla guancia
ha il colore del rossetto
del primo tentativo d’amore
del tuo bene, in un androne corpo su corpo.
Sempre in fiore
li porto entrambi, e faccio un bell’albero
che muove, trasforma le sue pene
e le coglie come mele.

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PER SEMPRE DEBITORE

Per sempre debitore io mi sento
ché a questa mensa gli anni ho lucrato
e offerto il viso, a ciò che buona sorte donava.
In questa casa, di legni fitti come boscaglia
e pietre chiare. Esposta al sole della pianura
un po’ malata, là dove inverno sbatte i ginocchi
e l’acqua approda, negli angoli del muschio
e di terra per patate.
Qui dove ho vinto battaglie con me solo
e passeggiato come a Venezia in notti calde
col mare un po’ inventato delle insalate nuove
l’odore delle fabbriche e le loro fiamme alte.
Per sempre debitore del gotto ricevuto
di un seno prosperoso in accento veronese;
del callo che produce valore sulle mani
e della voce affine ai teatri.
Questo debbo, al dopoguerra e ai suoi mandamenti
un padre allegro, e mamma che si toglie le scarpe
avanti all’uscio, di certi appartamenti puliti ad ogni ora.
L’umanità più umile e irrisa dai potenti
di chi ha soltanto tre elementare ma il pensiero
più fine dell’arietta di marzo, e vede il cielo
come un dipinto buono per semina, un segnale.

L’ombra sottile, là sulla meridiana
riposa solamente nei giorni quando piove.
Somiglia al maniscalco una volta spento il fuoco
un’ostia di sudore sul collo, e il bel paese
che gira i tacchi verso la sera.
Ho due bicchieri
riempiti solo un terzo per pura cortesia.
La donna ora si toglie le calze, è una ventata
di glicine e di sesso che invade tutta casa.
Non c’è più distinzione tra oceano e mondo emerso
l’oscurità è un cavallo che corre, e fa il tamburo
l’oscurità ha la sua imperfezione nella perla
nel nudo di una donna che è elettrico, irreale.
L’oscurità è la talpa e il lombrico, il seme fondo
la bocca piena d’acqua e il respiro corto, lungo.
Parole messe lì un po’ per caso
un po’ per vita.
Io sono qui per te e per le mani tue capaci
ti nutro con la tetta degli ultimi, svuotata
derisa ma tagliente e appuntita.
Sono qui, la fune che trattiene il vascello
o l’ala bianca, se vuoi volare via
come un passero, un soffione.

Da qui alla purezza delle cose ci sta un metro
un passo da gigante, duecento da formica.
Un salto con la corda di mio cugino Franco
lo smalto sulle unghie di Sara, il fico in terra
riempito da tre api ubriache.
Una sabbiera, poggiata sul Naviglio
come una scarpa vecchia;
un giovane e il suo mazzo di fiori, la morosa
appena uscita dalla coiffeur. Ci sta una ghianda
un torsolo di mela annerito, un dito solo
di grappa nella tazza ancor calda.
E la tua schiena
ferita come l’India, bruciata come il tempo
la sua voracità di ripresa, il sacro monte
il sesso là nascosto capace di creare.
Da qui al tuo amore, purezza delle cose
c’è il gesso delle sarte e un ago tra le labbra
un paletot colore deserto, un documento
segni particolari: malinconia diffusa
e scarsa propensione per baci a bocca chiusa.
Natura inimitabile, piovosa
vento a tratti.

Capace di rubare lo zucchero, lui è questo
ciclista sulle piste degli orsi, contadino.
La camminata venga giù il mondo
l’ha inventata, con la Liberazione
e le cicche americane.
Il taglio basso agli alberi, invece
è un po’ un disastro, una mezza guerra
e qualche bestemmia.
Lui è di pietra, adesso che c’ha l’acqua sui piedi
e non si muove.
Mi porta sulle spalle a vedere la volata
la corsa sul finire, la più pericolosa.
Mi porta alle cantine del lago
o sopra i monti, là dove l’aria cura i bambini
e li tornisce, li fa come le mele mature.
Lui è canaglia, playboy e grande predicatore
sa il dialetto
l’orario in cui vien fuori la donna dal lavoro
il posto dello zucchero che mamma gli ha nascosto.

14 marzo 1932. Per gli 87 anni di mio padre Angelo.

Soltanto qualche secolo fa contava nulla
il sole alle cornici dei vetri
un gatto in mezzo, che lecca le sue zampe
come un artista il telo.
Contava nulla il prato bagnato
quel tuo addome, di erba Spagna e grilli la sera.
Niente il pozzo, nel quale mille stelle
nuotavano vicine.
Contava niente il passo dei vecchi, troppo lento
quasi genuflessione all’incedere del tempo
per noi arroganti giovani malati di erezioni.
Contava poco il giro di giostra degli uccelli
le rondini planate in un volo fine guerra
i fili tesi a tante camicie e dietro i fossi
la voce d’acqua delle sorgenti.
Poco o niente, la mano nella mano di mamma
fuori chiesa, pensando solo all’attimo giusto
per parlarti. Da sola dietro un albero pieno.
E dirti, andiamo, sveliamo questi corpi di magma
ed esultiamo, finché restiamo svegli la notte
e ne abbiam forza.
Contava solamente la pancia di noialtri
il nitido riflesso allo specchio d’indulgenza
la voglia di toccare ogni piccolo pertugio
di noi, mucchietti d’ossa e di argento.
Adesso è il bosco
la luce con la spada di ghiaccio, i fiori accesi
la lunga interminabile storia degli amanti
che imparano le mani con gesti misurati.
Radice e terra meno violenta
un parto al giorno, il latte per nutrire il silenzio
ed ascoltare.

LIZARD

Quando è vicino il riarmo del ciliegio
nell’aria è il primo giorno di nozze
e risuoniamo
come le canne a un metro di lago, le novelle.
Poco ci importa dell’ombra sugli anelli
delle lucertole ceduta mezza coda;
poco ci importa dell’ostrica socchiusa
la perla rotolata sul fondo chissà dove.
La gemma scrive in noi le otto rime
e come a Cuba, sei nuda e liscia
come Neruda, come il giorno
che aperto il tuo grembiule davanti, fosti gambe
e cavalletta sulla ringhiera, Senza foglie
soltanto un ramo vergine profumo di violetta.
Il giorno che farà il suo ventaglio, là saremo
a prenderci sul capo la pioggia del cotone
la metrica mai scritta migliore, il suo portento
per noi, piccole scorze di nulla
ma felici.