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Dice – i padroni son tutti uguali, Nani.
Mio padre in generoso dialetto.
Li ho serviti
in giro per Milano con un grembiule nero
un timbro, poi una firma, una sosta autorizzata.
Con il cappello in mano ho chiesto mille lire
il mese di Natale per farti un po’ felice.
Allora si ce n’era lavoro, e poche mani
ben sporche di calcina o di olio di officina.
Allora è stata l’onda dal Veneto e Calabria
due mondi messi insieme da pane e costrizione.
Che s’era tutti uguali ce lo insegnava il giorno
e dopo anche la notte, coi figli già dormiti
le donne senza voglia d’amore.
Il letto duro.
Allora si ce n’era lavoro, a averne voglia
coraggio e un po’ di buona creanza. E si rideva
il venerdì di ore pagate straordinario
e il sabato sovente; che in giro s’era in pochi
e si arriva prima con gran soddisfazione.
Come gli uccelli in fuga dal freddo, a fischi lunghi.

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Ai ragazzini d’oggi a cui manca un prato
il fango, il muco sui polsini e le spighe nelle calze;
io dico le ho provate e amate queste cose.
E il fumo del carbone perché tirava piano
la stufa di quel buco di casa al piano alto
di un caseggiato con gli orinali, le ringhiere
gelate anche in agosto sotto una luna molle.
E il buio più feroce e anche l’incenso
di quando servir messa era un obbligo
il malore, di mamma coi collant mezzi buchi
il pianto muto, di quando divideva il suo latte
con me solo, e un tozzo di raffermo da metterci
e girarlo, così che diventasse più dolce dopo il giorno.
Io le ho provate e viene il magone se ci penso
che adesso siamo tutti alle porte di vecchiaia
e ancora ricordiamo il sudore appiccicoso
il ciao di certi duri traslochi, e la campagna
che a noi sembrava fosse dovunque.
Ve lo dico, perché ognuno di noi quaggiù in terra
è come Dio
e infanzia viene solo una volta. Amate bene
amate solo.

SIAMO BEN NATI NUDI

Siamo ben nati nudi, per via di verità
o per calibrazione di Dio.
Per dire il meglio, spogliati dalle nostre paure
dai deliri, con cui ci trasciniamo via l’ombra
anche di notte.
Siamo ben nati nudi, è così che ritroviamo
la tetta dell’origine e l’argento della voce.
Siamo ben nati nudi e risorgeremo tali
come la polpa del frutto, come il grano
divelto dal suo guscio di resistenza vana.
Risorgeremo persa ogni cosa, immateriali
la bruma sullo stagno sarà la nostra casa
l’amore uscito bene di bocca il suo romanzo.
Siam ben nati nudi, lo ricordiamo, ora
che dentro il buio siamo celesti, suono puro
pesanti e pronti a volare via, becco di giunco.
Siamo ben nati nudi, sgraziati, un poco curvi
ma abbiamo per le mani le vele dei vascelli
il legno sotto i piedi delle soffitte in cielo.
E somigliamo agli alberi all’alba, tutti uguali
diversi fino al sangue di scorza
sogni vivi.

Intatta, e bruna
come la Storia nei libri presi a nolo
che tanto dell’odore di mani altrui trasuda.
Intatta e quasi vergine agli occhi
nuda e oscura, di schiena
come i boschi della mia infanzia, e i ponti
marciti di carretti e canali tumultuosi.
Tra il fascio dei capelli e le trappole del tempo
c’è una ragazza d’ossa e peluria, una bambina
da Prima Comunione vestita, antica sposa.
Tra il fascio dei capelli e le spalle, l’arte pura
di tanta solitudine ai seni, il lustro marmo
da cui Pietà qualcuno capace fece parto.
Tra il fascio di capelli e il suo inguine
c’è un uomo, dipinto mentre beve la donna
mentre tace, e coglie le sue mele di vetro.
C’è un uccello
un passero del mare col becco giallo sale.
Tra il fascio di capelli e i suoi piedi
un nido azzurro,
un vincolo di vene chiamato Sant’Uffizio.
Un piccolo panetto di neve in una mano
la mano mia bambina che viene rossa, e sua.

Sui pavimenti cadeva l’infiorata
quando tenevi la bici al sottopasso;
e tutte le caviglie facevano scommessa
su quanta gamba avresti scoperto.
Là, al negozio
dietro le cinghie dure di gomma, c’era un uomo
matita sull’orecchio, grembiule da lavoro.
Fingeva di guardare nel cielo il tempo dopo
ma intanto piluccava con l’occhio la tua lena
il modo di salire che avevi, ormai passata.
La piccola rincorsa per via di sella alta.

QUESTO E’ QUANTO

Un po’ di bianco nei peli, vedo meno
la voce ha pettinato gli eccessi.
Eccomi uomo.
Direste uno spettacolo vero di natura
un carico di rondini e di morti digerite.
Niente affatto.
Io urlo come un matto se non mi dai la luna
e batto i pugni come un bambino
piango il mare, ad ogni sciacquatura di capo
ogni sopruso.
E guardo ancora i campi sentendomi là in mezzo
mia madre che non sa a che ora torno
sono sporco, ma di lavarmi neanche a parlarne.
Questo è quanto.

DAVIDE

Chi è questo ragazzo
che azzurro netta il cielo?
questa catasta di legna acerba e grano?
forse una costola, un seme del mio amore
troppo sottile per contenere il cuore
la vita dei melensi e delle faine furbe.
Lui tutto bende di sole e oscure maglie
tessuto sangue e seta dell’India
lui straniero, nella sua stessa terra di cani e prati lunghi
di gas e nere fiamme di fabbriche.
Lui Moro, dominatore solo d’eccessi, lui
mio figlio.
Chi è se non la macchina eccelsa?
il Novecento?
la disputa di poco tabacco, la serranda
dietro la quale tutto consuma:
orari, notte, telefoni di donne improbabili
fontane, strade di vecchi barboni e mendicanti
profumerie e potere del nulla
musicanti, tamburi come lupi di neve, vibrazione
di madre terra, e acqua, e poi luce.
Lui, mio figlio.