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LUCE DI RITORNO

Quando sorridi,
il mattino che stai bene,
diventi Lazzaro divelta la sua pietra.
Sei come quell’uccello di luce qui posato
la goccia che si presta al suo bere
il cielo intatto.
Sei come la memoria di rosa nel vialetto
le labbra aperte appena fa bello
oscena al tatto.
Più alta delle spoglie d’autunno
coraggiosa
e livida sul gambo, come le contadine.

E’ quello che si tenta venendo per la strada
la borsa nella mano dell’ultima spesata
il colpo non esploso al nemico, il bacio in fronte
quando la bocca è piena di vento, e di parole
di gioventù venuta a mancare.
Come alianti, poggiati l’uno all’altra
imitando queste foglie, la loro sete un po’ d’armonia
di terra rasa.
Le braccia a immaginarsele pesci, fluide, prese
attorno al corpo come suture, bende amiche
per questa gelosia dei felici, sempre attenti
ad ordinare il mondo negli occhi.
Come spume, esagitate in invocazione
onde più alte, nel correrci a chiamare per cena:
il pasto breve, del sesso in ablazione matura.
L’infinito
dell’attimo in cui siamo scoperti, verso Dio.

*da un verso di Pierluigi Cappello.

ELEONORA

Memoria brucia via come il treno
la casa degli aranci, il rapido del fosso.
Memoria è questa musica gatta, il niente foglie
che adesso viene il cielo giù intero
e il sole a grani.
Perché dicembre è Nazareth, si, ma in ogni luogo
dove le donne nascono e imparano, piegate
come gli ulivi al sale di mare e alla tempesta.
Dove le donne: pane e cicoria, e neon del turno
e notti da guarirci le stimmate del giorno.
In questa navigata incertezza che è la vita
c’è un foro nella gomma davanti, l’olio freddo
sulla catena antartica della sua bici dura.
Ancora va in paese con le sue stampe in fronte
la ragazzina bella del Cine, e poi l’anziana
pedale su pedale l’armonica faccenda
che i figli c’hanno fame, e presto viene buio.

Dedicata a Eleonora, mia suocera,
scomparsa l’11 dicembre 2019

AMATISSIME

Vorrei queste mie poche parole come acqua
lo schietto zampillare di fonte, un segno certo
che qui passai giocando alla vita
corse, affanni, ore d’amore dentro un portone
mia
stupore.
Vorrei che rimanessero pane sull’altare
sulla tovaglia a quadri d’ogni serata insieme;
ora sparse in un cassetto confuso
ora vicine, fin nelle tasche delle tue ascelle.
Dentro il sesso
che scavino il dolore materno come un seme
nella tua terra un poco dimentica del frutto
del vento buono e delle mie mani.
Vorrei, ora
perfezionarle ingenue alla tattica del volo
alla vita dentro il mare.
Abituarle al freddo digiuno
e poi all’essenza.

DICEMBRE

Che poi siamo passati di qua
lo dirà il tempo
il miele nelle orecchie che arriverà, notturno
sentendo il mare farsi capriccio.
Poche cose, parole come fossero alberi
la storia, di due strappati via dalla scuola come foglie.
Desiderosi farsi dei viaggi fino al treno
al limite dell’acqua che bagna l’Asia e il cielo.
Di tutto questo scrivere lento e appassionato
vi rimarrà il ramarro alle vigne, il sole a picco
quel cencio unito su a quattro nodi e messo in testa
che la faceva Dea tra i mortali. Vostra madre
pulita come son cento rose e un calicanto
bambina nel sorreggervi il gioco, fine amante
durante il corpo elettrico e bruno.
Qui ora stiamo.
Per raccontare di cattedrali fatte a rami
di giochi che voialtri forse non conoscete
di strade e di città là a venire. E poi d’incanto
al pianto della vita che ha male al suo respiro:
il primo che v’ha messo del fuoco, e ali ai piedi.

per Alice e Davide, nati entrambi a dicembre

CORPO E RAGIONE

Io non ho visto niente.
Eppure, da che ho corpo e ragione
ne è passata, di storia e anche di acqua nei fiumi.
Ma la storia
non è una ferrovia tra Lugano e il passo dopo
si rotola nell’erba felice come un cane
o salta gli steccati talvolta, come una baio
mostrando i denti ruggini e gialli.
Suda, morde
è come l’aria elettrica di un ballo in piena guerra.
La storia non ha mica camicie, o scarpe belle
è nuda e ha un dito nella narice
fa le fusa, sul grembo delle donne che aspettano
e poi prende, toglie di torno gli uomini buoni
non distingue.
Così, io posso dire che non ho visto niente
se qui vicino giacciono i corpi, ed i macelli
dove le carni rosse trionfano nel gelo.
Io non ho visto niente di quei dolori forti
e delle partigiane col fango sui calcagni.
Io non ho visto niente degli impiccati ai pali
vestiti della festa perché la Libertà lo vuole.
Non ho cosparso calce e poi terra nell’inferno
nemmeno un miserabile verso tra i vigneti
in quei capanni d’occhi notturni. Occhi privati.
Ma ho mangiato il pane degli ultimi, e lavato
la bocca con parole innocenti. Qui vi ho amato
nel rombo dei ricordi di quel cagnetto in corte
ucciso come tutti i ragazzi età da moglie.
Nei telegrammi neri venuti giù dal Belgio
– comunica sgomento e dolore a signoria.
Parenti il tempo buono partiti e mai tornati.

BILLIE HOLIDAY

Non c’è granché da fare stamattina
il giallo della grande lucerna fiacca il cielo;
è come un osso bell’e lappato, piove ancora.
Soltanto Lady Day sta ignorando tutto questo.
Dal suo pontile in latta e cemento tocca il mare
l’asfalto strofinato dai Taxi. E le tue orecchie
abituate un tempo alla fabbrica, ora ai grilli.
Non c’è molto da fare nemmeno due ore dopo
in fondo è una giornata tranquilla: poco muove
si soffre tutt’al più nel silenzio dei cortili
o dentro proprie stanze di buio artificiale.
Più tardi cambieremo il lenzuolo, forse umore
via via che il notiziario si sgranerà giù intero.
Si metterà qualcosa sul fuoco, nel palato
la lingua prenderà la sua parte, io la tua
ristretta in un pudore che il tempo ha maturato.
Ma adesso non è ancora il momento, adesso è niente
niente fatica e niente discorsi, sta a sentire:
Strange fruits ricorda a tutti che cosa c’è la fuori.
Alziamo barricate d’amore, siamo in tempo.