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Come misura di un albero, spessore
la tua magrezza è mappa del cielo.
E’ osso e scorza
la stessa resilienza del ramo sotto un tordo
la sua genuflessione al Dio che mette il verde.
Toccarti è un’ispezione di nudo, è quel cercare
tra il verme della pelle la terra fatta grano.
La storia dell’elettrica scossa, quando l’uomo
ti ha preso fino al grido di gioia.
E’ dirti t’amo
tenendoti più addosso di un’ape col suo fiore
più della santità di mia madre in ospedale
il pasto là diviso con me, seduto accanto.
Toccarti è un centinaio di bambini, tutti in corsa
in riva al mare freddo di giugno
è un libro aperto, davanti a una finestra sugli anni.
E io ti voglio, con i tuoi segni, i pianti, i dolori
le avventure. Le foglie maturate negli occhi
e gli animali, venuti a ristorarsi per poco.
Voglio il suono, di pioggia quanto hai belli i capelli
voglio i piedi, piantati fino al centro di terra
il secco duro, di quando hai sete in vita
più d’un acquasantiera.
E voglio l’ombra e amarla più forte, darti schiena
come si poggia fiero un bambino addormentato
sereno sulle labbra che ridono
per niente.

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I NUMERI SUI POLSI

Siamo chiamati a grandi faccende
a far giustizia
a tacitare, vino e coperte, la vergogna
d’aver bevuto il male sputandolo sui fiori.
Siamo chiamati scopa alla mano a rassettare
a fare via la cenere bianca dei bambini;
a raccontare ai vecchi che son vissuti bene
dentro il terrore, pena pazzia.
Siamo chiamati, ognuno col suo nome spettrale
e l’altra guancia
contabili del piscio sul muro e del morire
capendo niente in mezzo alla neve
mano a mano, a madri di qualcuno
e fratelli di frontiera.
Siamo chiamati al sangue di terra
a ribaltare, sto mondo malandrino del capitale vano;
chi con la penna, chi con le idee.
Nulla è perduto
se annuso i tuoi capelli rimasti giù dal cielo.

Del naufragio io vivo, e farmaciste
con le mollette d’osso ai capelli
e i reggicalze.
Di donne il cui tagliere degli occhi fa erba salvia
e cipria detenuta tra gli inguini.
Io vivo
ho il fiato menta, un fiore qui all’occhiello del naso
sogni pochi, più semplici che ho mica studiato.
E di cantine, anfratti bui e pericoli a vista.
E tenerezze, saluti come fossero perle
in quel di maggio, che è il collo delle donne scoperto.
Di presagi, tabaccherie fallite e trapunte da sciupare.
Caviglie più leziose dell’arte e treni d’ansia
di solchi immacolati tra natiche divine.
Io vivo come il colle strinato, nudo e verde
nascosto all’ira e tutto bagnato, al desiderio
al siero della pia consunzione. Ho peli, e strade
fossette di fortuna e uccelli sulla neve.
In me dimora il cervo alla luna, il lupo argento
il sonno d’animali in inverno
e primavera.

Quando cadiamo nel sonno è sempre ieri
il graffio sul ginocchio, la tua benedizione.
Quel farci via dal viso e i capelli tutta l’erba
leccare le ferite e poi sputare il male.
Nascondere poi, insieme, i rammendi già inventati
sotto un sorriso nuovo e la voglia a proseguire.
Quando cadiamo insieme nel sonno
sotto è un fiume, toccato con i piedi
prima del gran finale; del salto gambe unite
e naso chiuso in mano.
Il brivido provato e scordato in un istante
il sole appiccicato sul mento appena usciti.
E tutta l’aria nuova da bere e rigettare
sui fiori in fuga dai giardinieri.
Là noi andiamo
quando cadiamo nel sonno, niente pianto
la bici sulla ghiaia, le scarpe rotte altrove.
Il lembo di sottana di Madre Terra preso
e poi di nuovo in piedi
mandando giù l’errore.

Questo mio corpo di semola e germogli
di luce assidua e figliata, mela verde.
Questo mio corpo anello di bestia, catenaccio
così che puoi trovarlo, perduto il senso a cose
la strada per la resurrezione.
Corpo antico
di creta fatto su a brave mani, generoso
coi tuoi capitolati dell’arte;
corpo asceta, distratto nel ferirsi alle rose
vecchio il giusto
per quella esuberanza d’atletica sfiorita.
La netta interpunzione tra il correre ragazzo
e la maturità di una prugna in cima al ramo.
Questo mio corpo tuo che m’allegri
che seduci, che mi carezzi come morissi.
Come il tempo, il tempo che è per sempre
riempito con il dire, il fare e il contemplare
ciò che respira o è inerte
materia dalla quale veniamo
e torneremo.

Lui sogna della fabbrica e il lago
della Iole, le arance messe bene al mercato.
Lei altre sponde
un fiume sotterraneo di grano e di farina.
Lui sogna baci in pellicola, da Cine
anni cinquanta e audacia risorta.
Lei del cane, ucciso dai tedeschi per rappresaglia infame.
Lei sogna far la sarta nell’Ambasciata inglese
la donna di servizio, bollini e malattia.
Lui del cementificio e vertigine, di scarpe
bastevoli per freddo e per neve. Lei di un figlio
dottore o qualche cosa pulita, il bagno in casa
e la dispensa piena di salsa. Lui del Milan
aver soddisfazione da poco alla corriera
facendo segno a un altro fratello, squadra avversa
che questo lunedì è più leggero.
Io di te, capelli fino al tondo sedere
e pelle oliva, ritratto di salute che aspetta far l’amore.

Mi è caro il meccanismo delle lancette azzurre.
Quel timido rumore nel misurare il tempo
senza mai farne un ché di artificio, una proiezione
sul muro ancora memore di mosche e di stagioni.
Mi è caro il sovrapporre di seta alle tue gambe
l’orgoglio maltrattato con cui ti rechi in bagno
per educare il corpo a non fare scherzi; e il sonno
posato alla bilancia di ferro con le mele.
Il sonno che fatichi a trovare e allora meni
come una volpe nella campagna, rossa e furba.
Le mani ora occupate a far altro, e non è gioia
non è la spartizione del corpo nel venire.
Ma il disegnare al buio di carta una balena
il ventre di una madre d’oceano, ed in esso
vagare infine senza dimora, figlia solo
del tutto che si beffa di storia, di confini
del limite qui imposto al respiro. Amo questo
e il latte che hai versato toccandomi la vita
l’imperfezione tutta terrena dell’amante;
la somiglianza al fitto di un parco che hai negli occhi
quanto tenerli ben chiusi non è cosa.
La smisurata donna che mostri a farti nuda
di verità e qualcosa nel pugno
fiori, biglie
un lascito di infanzia felice, un giorno al mare.