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Cresceranno comunque dei fiori
anche sulle tombe di uomini cattivi.
Loro non fanno le nostre differenze
discriminano solo la ghiaia dalla terra
l’aridità dal grasso vitale.
Siamo in piedi
perduti in un vialetto che ha numero duecento
ci sono città d’arte e silenzio in questo posto
dei piccoli animali senza le recinzioni.
C’è un angelo ubriaco finito dentro il marmo
una scalpellatura di troppo l’ha mancato
ed ora il volto pare che viva, che sorrida.
Ma forse sono io che scodinzolo da ingenuo
ad ogni curvatura armoniosa delle cose;
su ciò che mi ricorda che il corpo è meraviglia
sorpresa, ed officina d’amore.
Ma fa buio
la campanella medita ormai, indica vie.
Un passo avanti a me dici no con la testa
sembra ieri.

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SI

E quasi nuda nel capo, io ti avvolgo
come di un albero il fusto, a piene mani
nel centenario modo d’amare.
Tutta intera
le spine intorno al collo, le vene di sutura.
La fonte dei respiri, del dire, e anche del bere;
la tempia d’argentina pianura, glabra e secca.
Così che santa in essenza tu rinasca
lucida come il tuo pomo, come il seme
che dalla gola origina il giglio, e la parola.
La primordiale forma d’assenso nel godere
nel pronunciare – si –a cose fatte
naturale.

LA TENEREZZA

Con il permesso di carezzarti forte
con questa faccia da verza, ormai dicembre.
Col battito del ciglio che vuole dire – t’amo
andiamo a farci un po’ di galera
e stringi ancora.
Con tutto che oramai siam cresciuti
e nelle ossa, sentiamo il tempo come Cassandra
coi figlioli, scartavetrati via come i debiti
lisciati, nel piatto sempre parti migliori.
Con l’infanzia, che affiora ad ogni strada e stamberga
ad ogni nome, veduto sui cartelli dei morti.
In ogni chiesa, che ha visto tentazione di crederci
e pregare, con l’occhio alle collane di quelle in prima fila.
Con tutto che si chiudono gli occhi, certe sere
che manco le galline di zia. Proviamo ancora
a riderci nel corpo con tenerezza pura.
Adesso che le guerre ci hanno spianato i seni
le scapole e che resta del sogno americano;
proviamo a immaginare che siamo ancora uguali
mediterranea come le olive, tu, pelosa.
Ritratto d’uomo mezzo compiuto, io, impacciato.

La compostezza virile che hai seduta
mi porta a immaginarti priva d’ogni barriera
latrato sulla falsa morale, o pregiudizio.
Coperta fino ai piedi sei erotica, importante
la deliziosa attesa che attiene ad ogni uomo
sotto il balcone sfitto della sua innamorata.
Vestita sei monastica e bella
sei un ulivo, un grimaldello verso il mediocre
un’orazione, nel Tibet millenario e segreto.
Sotto hai cedri, e sesso che ti odora di salvia ed oleandro;
nell’aria sembri il falco che oscura il sole freddo
nel letto una falena ostinata, un ché di estivo
un nudo matriarcale, incontaminato, grande.
La percezione pura che entrarti dentro è vita.

SUBLIME

La foglia d’acero ha poetica sublime
i Salmi ed i capelli degli angeli.
Quel bosco, la sua popolazione notturna
o certe storie, di uomini ingabbiati
per vincere un’idea, cavarci sangue e merda
ed ucciderla d’oblio.
La melma dell’infanzia ha poetica, acqua pura
la polvere al cortile levata dal postino
l’odore forte su per le scale, e l’ozio d’una
che ha lavorato fino a patirne.
Le magnolie
gli uccelli quando volano bassi, e fanno l’ombra
muovendosi nell’orbita invisibile a levante.
Le mie pietre, venute lisce a furia di passi
i prati d’aria, e l’uomo innamorato che dorme sotto il pino.
La donna quando è nuda ha poetica sublime
il salto della lepre, il nono mese esatto.
Le ostetriche che annunciano i figli, e sono perle
sgusciate da una vulva d’oceano.
L’urlo e il pianto, la polpa rossa della placenta
e poi il silenzio.
La tetta che riempie la bocca, il sonno
vita.

per il compleanno di mia figlia Alice

COME UNA COSA VIVA

Talvolta
chino all’ombra di un posto in fondo al treno
ricordo che son stato ragazzo.
E allora rido, da solo come certi balordi
qui, al paese, che vengono additati da matti.
Dolce affiora
in me il ritratto d’ogni poeta, innamorato
del semplice profilo che incendia una vicina
di posto mentre sfoglia il suo libro.
Od accarezza, sul vetro la misura degli alberi.
Riposo, ripenso le piastrelle coi fiori a prima casa
la tua verginità persa in piccoli dolori.
E il mio tremore. Per quella nudità
già più grande del destino,
del dono che non merita l’uomo, a volte inetto
non buono di competere in grazia.
Ed ecco, accetto
lascio al futuro un fragile ramo
un verde incontro, di terra e mani caritatevoli.
Una voce, e cento meraviglie animali
la passione, la storia che sta dentro le pietre;
questa mia.

E voglio ringraziare chi ha fatto le stenelle
il nome tuo a sei lettere, il prato
queste foglie.
L’odore della terra che apre le sue gambe
quando per mesi non piove e pare danno
il riversarsi forte nel prenderla.
Ringrazio
ché posso dire al sole – ti vedo vecchio amico
c’hai il muso dei malati a novembre, ma va bene
ho qui venti spettacoli pronti per guarire;
la donna del creato in libidine reale.
La spiritualità del garzone giù a bottega
quando ripone l’etto di cotto sulla carta
come farebbe, certo, con lei che non lo guarda.
Volevo ringraziare l’orchestra delle piante
dirigerla è un affare per pochi, forse uno;
o forse sanno fare da sole, e tu sei ricco
di piccole monete di luce, d’erba, d’acqua.
Sei ricco dei chilometri avanti
e verso il cielo.
Sei ricco quando al soglio di casa lei si siede
ti dice come fare il lavoro perché renda
e intanto c’ha una foto e la guarda
gli occhi lustri.
E’ lei vent’anni fa, e stava bene
l’ami ancora.