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Posts Tagged ‘Afrodite’

ORCHIDEA

Gli umori, come d’orto botanico, qui chiusi
richiamano il calore di certe estati fa.
Le mani non più rigide, snelle
tutte addosso.

Divaricata un attimo appena più di sconcio
il povero vestito già teso oltre il dovuto;
quella salita oltre confine che mi piace
e mi distrae da regole e strada.

Non dovresti
scapparmi via dagli occhi così,
senza le calze
col batticuore che mi fa sangue.

Verso casa
chiedendo quasi al caso di prolungare un poco
quest’agonia del vedo non vedo
questo abisso, dove poggiare almeno il pensiero.

O la tua mano
in obbedienza cieca, con stile da signora:
i tacchi ben piantati al cruscotto
indifferente, al mondo che si rompe tra finestrino e cielo.

Un sorso d’orchidea senza luna, ora che piove
il viso sconosciuto
privato,
non più tuo.

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UOVO D’ACQUA

Non più di una certezza, e altre cento
se vicina
ti percepisco come un respiro
come zolfo, nell’utero terreno di questa nostra casa.
Ti percepisco come un’arancia
come un favo, con l’operosità in bella mostra;
come marzo
dalle cui foglie pende la primula, e un ragazzo
con le sue spalle grezze di baci e d’armonia.
Ti percepisco oncia e gheriglio
uovo d’acqua.
Custodia del bisogno d’amore
tonda, ignuda
che non c’è nudità più perfetta del pensiero
delle sue braccia addosso a calcarti su di un muro.
Per arrivare infine a trovare quella bocca
dove m’uscì ti amo e ti voglio;
nuda anch’essa
nel professare in questo momento la certezza
di percepirti arancia, e poi favo
poi respiro.

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ODE ALL’INDICIBILE

Là nella feritoia tua scura
v’è il perduto, il saggio, e il moralista incompreso
Atene bella, l’Egitto e le sue lingue di gatto
Mozart, Lenin.
Nella tua feritoia c’è il sangue che ravvede
la carità e il mio sesso sgualcito
la mia insonnia, il secchio che dal pozzo riemerge
l’ape e il mostro
la rosa e la corteccia di gamba di betulla.
Là nella feritoia tua scura è sempre eclissi
il bacio della Dama a Luigi, orgasmo in moto
il fremito che scuote la terra e i tuoi calcagni;
la nuca e il primogenito allo sforzo del respiro.
Là nella feritoia tua scura è l’olio santo
il venditore di caramelle
un bel crinale, di erba Spagna e dolci salite
è il mio decoro, un farsi benedire dagli ultimi
un solstizio, una persiana occhio che guarda
un officiante
un chierichetto e un prete villano.
Il mondo intero.

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DETTAGLI

Togliendoti le calze, la sera
un gesto solo;
mi pari forestiera tra gli inguini
e mi piace
sia ancora tutto vino e ciliegie, da tuo padre
la via spedita a farmi di casa
un uomo acerbo, ma nobile nel pugno
che tocca la farina
e il cuore della figlia mediterranea, grande.
Mi piace come aprire un cancello
o far via i rami
pulire i piatti quando fa caldo
e avere i polsi, teneramente immersi
come una prima infanzia.
Mi piace perché forse un bel uomo tu mi dici
e senza il tuo permesso non tocco
guardo altrove; finisco per mangiare
il rumore della seta
delle cicale ai loro spartiti
e viene pace.

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PENSO DI FAR PRESTO A VENIRE

È un po’ che sto a digiuno di scrivere
e ne ho fame.
Come dei morsi
quando la notte, le zanzare
si prendono il tuo sangue e le mandi alla malora.

T’ho vista che t’alzavi,
e ne ho ricordato il gusto.
Ma specie quando hai rotto l’elastico, e tre peli
ti hanno dipinto l’inguine bello.

Si, ne ho fame
e penso di far presto a venire, allo scrittoio
per non lasciar andare parole spettinate;
insistere su te come fossi onnipresente.
Un po’ magra che mi fai quasi male
un po’ sciupata
il petto che fa rima con smetto
fossi matto.

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SALVIAMO QUESTA NOIA D’AMORE

Salviamo questa noia d’amore, fiore muto
fiore di brina al pozzo d’inverno.
Un letto avorio
ho qui per Marilena Felicidad, la sposa
un letto avorio
per quelle titubanze di Irene, di Estrelita.
Giochiamo alle sottane più cieche
a quando solo, tiravo i cassettoni di mamma
e le collane
venivano a mancare al piacere della sera.
Giochiamo nell’ottobre
che il sole morde i vetri
e per il pavimento una rupe vedo ancora
dove sfilarti tutte le calze nel cadere;
dove tenerti stretta sui fianchi
col sapore, di quella mela in due consumata.
Si, giochiamo
salviamo questa noia d’amore mille anni;
fin quando i padri tornano a casa
e per le scale,
le madri con le sporte d’arance non vedremo.
Salire come viene nel cuore la vecchiezza,
malinconia del dito allo zucchero
e del sonno.

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AFFEZIONATO

Affezionato a una sveglia
al suo rumore.
All’unica piastrella incollata male
al legno
al suo profumo sangue di Cristo.
A una candela
la foto del bel mazzo di fiori che hai portato.
Affezionato a rose più blu del blu cobalto
del mare disegnato da un pescatore greco.
Affezionato all’attimo solo in cui ho poggiato
l’orecchio alla tua pancia
per ascoltare insieme
la figlia primogenita, la seta, la cicala.
Affezionato al filo slabbrato del bottone
del tuo grembiule per i mestieri
alla tua bici
oliata dieci anni soltanto prima, dura
per le tue gambe etiopi e pugliesi.
Alle ciabatte
cadute dal balcone e io passavo sotto;
alla treccia che gettasti come una cima buona
per invitarmi al fatto d’amore
a stare insieme.

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CAMERA OSCURA

Sicuro:
fu l’inganno dell’ombra a metter dubbio
se il cavo della guancia non fosse già venuto
a dirmi presto vecchio
simmetrico a quel letto, dove il bisogno
macera il corpo, e lo disgiunge
da mille e molte più fantasie, le vigorose.

Sicuro:
qui mi tocco, e perduro.
Sta in altrove, la malattia del pianto
l’acuta nostalgia.
Che vede te in qualunque dei modi
sulle scale. Le braccia aperte come volassi
il ventre teso.
Quel bel risentimento del mare che ti viene
tra qui inguini rasati di fresco
per l’amore.

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LA BALENA BIANCA

Quando scompari nel sonno, sei la coda
della balena bianca
alla baia di S.Anna.
Ed io mi fermo,
il fiato tenuto
alcun rumore.
Il letto dell’oceano per madre.

Il mondo in fiamme
non ha motivo alcuno per me
d’esserti via.
Di là non me ne vado
venisse neve o morte.
Di là non me ne vado finché non vedo il fondo.

Delle tue mani uscite a sfregarsi occhi e bocca.
Finché non sciacqui, luce
i tuoi seni riposati.
Le due conchiglie perse sui fianchi.
E la tua voce
non turbi la famiglia di passeri
al ciliegio.

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CANTO

Io, per sentirmi vivo
m’arrotolo i calzoni
fino al ginocchio, e i piedi li snudo.
Vado al fosso
dove la luna punge, e fa il miele;
e con la cinta
traccio nell’aria segni di grandine e coltello.
Poi, della mia camicia
una vela mezza storta,
perché mi porti dove Calipso mi fa uomo
e vergini le orecchie a dei canti silenziosi.
Sotto la terra, poi, do una scossa ai morti soli
ai miei idoli di carta, le loro donne verdi
le triglie
e le fontane delle città di mare.

Io, per sentirmi vivo
ti busso, e aspetto il vino
il pane che vorrai regalarmi
i tuoi ginocchi; tremati per il troppo lavoro
rossi, e fermi
come il respiro a notte profonda.
Aspetto i seni
il dito del dolore te li ha sciupati un poco
ma nulla che non possa, la bocca
farli ancora
furiosi come i fichi d’estate
i rampicanti.

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