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Posts Tagged ‘diario di bordo’

SE MI VOLTO UN ATTIMO

Uccido, qualche volta, il mio vizio del futuro
un pezzo del sorriso che tanto hai predicato
e senza avere altro da dire
guardo indietro.
Ai tempi dell’asilo, del refettorio buio
finito poi che aveva, una suora senza velo
di riordinare piatti e pignatte.
Là io resto, e aspetto con la sciarpa mia madre
ultima sempre
ma non per questo meno graziosa.
Aspetto e grido
ché la mia voce aveva l’accento degli storni
la fiaccola portata dalle cicale, l’eco
l’impazzatura di quelle nottole finite
per sbaglio nelle stanze ormai vuote del riposo.
Aspetto l’Argentina dei padri,
il mio fumava, grattava la sua gola col bianco
e poi incantava
sopra un tappeto di muratori là venuti.
Lui e suo fratello amico, e quell’altro dita mozze
il fisarmonicista coi denti grattugiati.
Aspetto l’imprudenza delle vecchiette in chiesa
i loro traballanti foxtrot di varecchina:
quelle leccate lunghe e profonde tra le panche
quando il Signore va a coricarsi
e non c’è il prete, non c’è bisogno d’abiti a festa
o di breviari.
Aspetto la flottiglia di rondini, il carbone
e gli alberi di pesche di Mimmo fare i fiori.
Aspetto i sassi piccoli sulla mia tapparella
il segno di affacciarmi e d’andarmene con loro.
Aspetto che mia madre mi tiri il dente, piano
per piangerle tra i seni
soltanto per un poco.

Massimo 01 febbraio 2012

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SALUTI

L’ho vista la tua mano in perfetto salutare;
ero partito da cento metri
ma ho svoltato,
come fa il figlio al pozzo del latte,
a quella luna
rigata tra gli stipiti di una finestra chiusa.
L’ho vista come vede il ramarro ciò che vuole
come quei gatti astuti la notte
come il cieco, che ha bene in mente strada
ed ostacoli, l’ho vista.
Aveva il grezzo delle balere in fallimento
la cera dei fondali che metti nei presepe;
l’indecisione stessa delle parole in bocca
di quando non mi chiedi se sono ora felice
la sera che rimangono in casa i miei pensieri
le voglie ormai represse, di correre a un pallone.

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LA FOTOGRAFIA

Oggi mi sembra il giorno della fotografia
il giorno che arrivai un po’ più tardi
il giorno chiaro
che mi fermai sul bordo a guardare l’erba pesta:
aveva sbaraccato, la notte, il circo equestre
con le sue funi e gli otto cavalli;
le sue donne, capaci di volare al trapezio gambe larghe
salvandosi la vita con una mano appena.
Mi pare il giorno dei chierichetti, veste lunga
le scarpe sporche di scorciatoie, fede poca:
del resto a quell’età, un dio che muore a che serve?
È il giorno che passavo davanti all’officina
la bici rivoltata come un acciaio nudo
sul pavimento chiazze di olio; è il giorno freddo
farina di castagne da cinque lire appena
le liquerizie per la domenica
la fila, degli operai per l’Alfa Romeo.
È il giorno secco
i panni appesi fatti di vetro
le cestine, con dentro i mandarini ed i cachi
è il giorno calmo.
Ho qui il mio grembiulino stirato, il farfallino
puntato con due spilli
per la figura buona, che un giorno come questo
venissi a ricordare
la turca nel cortile, il fumo della stufa.
E Laura che non era il mio amore,
e non lo è ancora.

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BLUES N.4

Unico indizio una tazza colorata
un pertugio alla finestra
e un po’ di chiaro fumo.
Vorrei mi ricordasi così, come un mattino
una conversazione di maggio
una violetta.
Cresciuta oltre la rete di quei tuoi conoscenti
dove i cavalli avevano il muso a noi proteso
per farsi carezzare, e sparire, infastiditi
da cento mosche sopra la coda.
O un corso d’acqua timido e allegro
come credi,
purché ci metta dentro una intera famigliola
di anatre, e di petali accesi.
M’ama, forse.

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BLUES N.3

Stavamo ad aspettare dei pesci,
giù allo stagno.
In due nella marana, appostati, il becco chiuso
degli uomini che sanno già tutto.
Ero un ragazzo
un albero che succhia la terra, un visionario;
brevi scansioni, certo, già fatte nell’amore
qualche serranda presa di mira
una zia nuda.
Ero un ragazzo ancora goloso
i fichi, in alto, versavano del latte sulla mia testa pura,
il petto sotto questa camicia un’ostia d’acqua
i piedi a spasso come dei semi dove il vento.
Era un ragazzo lui, il pescatore
il naso lungo
di qualche anno forse più avanti, già spaccato
in quell’anello ch’entra la donna e la dimora.
In lui c’erano i fianchi a ricordo, due ginocchia
ben salde nella terra, i capelli sulla schiena;
lo stesso grido d’ombra che prende nell’unione
un po’ del disperato bisogno di cercarla.

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QUARANTA OCHE

Quaranta oche al prato,
tutte le sere in libero arbitrio.
Oche bianche.
Quaranta oche, appuntati il numero
è importante
come importante è il tuo firmamento
e starti accanto
tutte le sere che io mi volto
e sei vicina, con quelle gambe ancora
non pronte per le calze.
Unite, belle
sopra il sedile a farmi sul serio questa vita
che più matura e più mi fa sangue il digiunare
il suono che fa un albero
la coda al temporale.
Quaranta oche per ricordare,
e non capire;
quaranta campanelli di neve in piena estate
la strada con i sassi
le donne da moroso.
Quaranta oche, e me
che sto a scrivere conventi
col male nella gola e nel petto
il cuore a posto.
 
 
Massimo  01  ottobre  2011

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