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Archive for novembre 2025

PERCORSI ACCIDENTATI

Vedemmo, ti ricordi? Quelle bestie.

Costrette a legatura giravano d’intorno

un cerchio che toccava la terra fino al sangue.

Così, talvolta, capita a me certe serate

che penso ai tuoi capelli lunghissimi sul seno.

Sicura li potevi scalfire con il pianto

coprirti come la Maddalena, farne nido

per la mia bocca uccello presa dal primo volo.

Ma ora, più succinta figura t’orna il capo

la nevicata tenue che sale da radice.

La fronte s’è ripresa l’origine del mondo

il sole la fa un’aia piena di foglie e grano

ed io ci casco e graffio le labbra, gli occhi belli.

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LE SCARPE FUORI

Spegneva mozziconi in tazzina, tu la rabbia

sopra un lavello scuro di pietra e piatti sporchi.

Tutta la vita a badare ai vizi d’uomo

o in certe case a far pulizie, le scarpe fuori

ché il pavimento è pelle bambina. Snaturata

t’ho vista su un catino lavare collo e ascelle

tastare gli orecchini e ripristinare il viso

già prossimo a faccende ulteriori, a far di conto

sul libro dell’emporio ormai pieno: cento lire

il giorno in cui comprasti del latte a supplemento

finendolo di cognac, per lui, già muratore.

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IL FUTURO

Si, siamo alberi, madre, ora indecisi

se seguitare il vento dei salici poeti

o intirizzire al prossimo inverno.

Perdo i sensi, sono le foglie di sangue

e pelle secca, sono le ossa che tornano

a misura, come volessero un utero

un passato, un mondo dove ancora

la luce è da venire. Perdi corpo

si stringono le gonne e anche un poco

questi cieli. Per ambedue il futuro

era in quella scavatrice, là nell’eterno

e lunghissimo cantiere, desiderando

un tempo col water dentro casa

ognuno la sua stanza, anche noi

come i signori.

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E’ uno di quei giorni che…

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LA NOTTE MIGLIORE

Era più notte senza le luci in strada

con l’uomo sulla luna là nel televisore.

Era più luce alla bocca, quando morsa

la pesca produceva vertigini di gusto

la piccola ovazione sentita dentro gli anni.

Era più vero l’amore corteggiato

venute belle rosse le guance e detto no

sperando e confidando nella caparbietà.

Era più luna, d’agosto, e niente intorno

era più notte la notte con i grilli

e l’acqua che faceva rumore di bambini

di piedi tolti i sandali, mutande bianche

e voci, più acute di monete gettate sui tombini.

Era più terra la terra, era più grassa

venivano le piante come le cattedrali;

venivi tu, grembiule slacciato, tu e i capelli

più neri della notte, della migliore notte.

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IL PESO DELLA LEGGEREZZA

Ho conosciuto la lama e la letizia

la spugna fragorosa dei figli lungo il corpo.

La meraviglia dell’acqua e il suo turchese

il volo delle oche, modesto, più un soccorso.

Ho salutato lo sputo di mio padre, uno

alle mani per chiudere ferite, un altro

sulla zolla divaricata e sconcia.

Gli ho insaponato la faccia ed era rosa

ipotesi di un bimbo costretto in corpo adulto.

Ho fatto bere un poco mia madre: aveva sete

sopra un lettino bianco, più bianco del peccato.

Le ho visto nudi i seni spogliata dal dottore

fredda misura del cuore in uno schermo

pur conoscendo bene il suo maggio, il suo infinito

le immense fioriture che Dio le invidierebbe.

Ho trangugiato spesso saliva e pane amaro

e rispettato la donna nell’amore; posso senz’altro

sicuro, dichiarare, che questo pazzo viaggio

ha le costole di Adamo, la grazia

delle tante creature e lo stupore, di un giorno

che ogni giorno mi serba i suoi colori.

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l’appuntamento si rinnova

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ARGINI

Ora m’appresto a un tagliere di verdure

lavoro alacre di questa età mansueta.

Lascio i colori a ben altre cattedrali:

sono la chiesa di un monte mai raggiunto

la croce che scintilla nelle giornate a vento.

Ora rammendo e poi faccio nodi a bocca

mi limito a nutrite la parte mia dell’ovvio

la gioia, la paura, di non vederti un giorno.

Ora ti penso vestita di velluto

ti vedo nuda tornare acqua sorgiva

le tue mammelle rosa di lupa, gli occhi

accesi, aperti a mutazioni del tempo

mani al cielo.

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NELL’ARIA

C’è una canzone, nel timido congedo

che suona come il gambo del fiore qui spuntato.

Fa note d’acqua santa e di fragili promesse

fa come uccello cieco finito nella stanza

disorientato e perso per attimi di china

di ombre sopra il bianco ora simili alla vita.

E dice dei tuoi d’occhi di grano, e poi di bosco

di lupi che camminano in branco e poi di neve.

C’è questo finto addio celebrato in cellophane

rintuzzo nella borsa di cose alimentari;

un libro per le orecchie del cuore, e dopo un altro.

C’è una minestra fredda da mettere sul fuoco

un figlio che ritorna e un altro che vorrei:

potessi farti ancora di terra, ed io più in te.

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LE TUE MANI

Tale all’intrico che han certi rovi in bosco

così le mani tue sul telaio. N’ancora venti

turnista al calzificio, timida amante a sera.

Ti dissi “le ferite poi guariranno” e intanto

portavo alla mia bocca quei rami inanellati

le dita di vaniglia, i palmi color pesca.

Non sono poi cambiate nel tempo, più prudenti

mi sembrano alla cura dei vasi intorno a casa

e pure doloranti sanno nel carezzare, le regole

felici che inventano l’amore. Son graffi

passeggeri sulle mie labbra a volte

quando mi taci per indicare il cielo, pulito

dalle cure materne della luna.

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