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Archive for ottobre 2013

ARIA

Sospinta giù
alla vecchia maniera
e noi di dietro.
La sua Gilera nuova ruggiva come un treno
e tutti gli oleandri seguivano la scia.
A me, l’aria di maggio, faceva venir fame
a Gina di salirci su un poco
mani in vita
la gonna straripata alle cosce.

– L’aria è vita!
diceva mentre tutti i capelli, piano piano
le davano la forma di un albero gonfiato
fiorito tutto insieme alle proprie voglie.
Bella
che poi lo scrissi dentro un diario.

Aria, sempre, la sento quando niente tra me
e quella sua bocca
si pone a farle dire di no.
E in lei io cado
inseguo le sue foglie minute
e il suo sapore.

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TERRA

Mi pare fosse proprio d’ottobre
il cielo rosso
di quelli rari e mistici qui, terra fangosa.
Passai coi piedi nudi nel campo di buonora;
l’attraversai con giusta lentezza
e venne il seme, il cumulo dell’erba passata da annusare.
Passai ch’ebbi lasciato la mano ad un’amico
un poco per rinascere, certo
e per cadere
col tonfo delle mele in un solco arabescato.
Lo feci per avere l’orecchio addosso al mondo
il naso nei germogli, la faccia sulla tetta
là dove il latte della mia Terra nutre i figli.
Lo feci perché avevo l’amore tempestoso
che mi lavava inguini e occhi
e volli berlo; ferendo solamente di striscio la mia bocca.
Lo feci perché volli provare la pazienza
degli alberi e dei sassi
dei tanti contadini. Di tutte quelle donne
e le loro schiene curve, sulle risaie
come le gru. Pensando a loro
toccai quel firmamento nell’acqua
e venni uomo.

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ACQUA

Acqua, acqua.
Acqua.
Cenacolo del tempo che leviga, che nutre
acqua scura
delle mattine ghiacce d’inverno: mamma preme
mi rinverdisce con il sapone, azzanna
sfrega.
L’agitazione è un grande mastello, l’eco impasta
e sono su una zattera fragile là in Cile
o in India quando s’alzano le gambe dei monsoni.
C’è l’acqua bionda insieme agli amici
i fossi, i fiumi
la scossa delle carpe in amplesso, le nuotate
tastando il fondo palmo su palmo.
L’acqua verde
di mille e più smeraldi perduti dalle donne
le lavandaie in fila a dar schiaffi alle lenzuola;
chinate sulla pietra a cercare il volto puro
segnato dall’amore di schiena, e poi dai lutti.
C’è l’acqua rossa delle catastrofi, e dei mirti
la scolatura dei macellai, e la prima volta
la goccia che la rende rubino del tuo sangue;
le dita mie che omaggiano Venere, il tuo si.
C’è l’acqua gialla delle campagne a mietitura
e quella trasparente negli occhi al primo amore.
C’è l’acqua azzurra in bocca all’amante,
e poi alla figlia
la rosa che profuma di sesso, l’acqua in me
che s’agita se tu torni tardi.
L’acqua argento
dei minatori e dei lavoranti, l’acqua d’oro
se con la mano stringi una foglia,
l’acqua insonne
se nuda non ti scaldi al mio petto.
L’acqua buona, la bocca al rubinetto nei parchi
l’acqua tua, che sento con l’orecchio alla pancia.
L’acqua,
l’acqua.

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PRESAGI

Curioso
quando il tempo si volge verso il brutto
quell’arrancare in cerchio, frenetico
di storni.
Le loro giubbe in penne e delirio farsi buie.
Si, curioso
le braccia delle madri protese a levar tutto.
Maestose come cedri, o cavalli di Bretagna
sopra quei teli d’arpa e di nylon tra i balconi.
Le camicette piene di vento
i seni asciutti
prostrati alle carezze lascive come a fame.
Curioso quel latrare malefico e insensato
il tintinnio del ferro sbattuto
le catene, degli argani che smontano in fretta
pesi e mele.
Curioso come certe tue voglie d’esser mia.
Il lampo e dopo il tuono nel corpo
un alveare
di peli ritti al freddo che arriva.
La paura
che tutto passi senza lasciarti un po’ bambina.

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ULISSE

Dietro di lui
l’odore d’uomo e legno;
l’ulivo secolare di Grecia
quando fermo
guardava il mare senza un preciso bastimento
un punto tristemente più azzurro.
Forse il centro
di quello che fu il sole in eclissi con la donna.
La donna pellegrina senz’ali
naso aguzzo, la seta che da giovane impara la sua grazia
dalle movenze d’inguine e piedi.
Lui, il mistero
là dove poi ritira il suo impeto Marea
le mani verso specule d’acqua, come uccello
avidamente preso a quei resti di una barca
che piena di pescato
ritorna verso casa.

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