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Archive for maggio 2014

ALLORA E’ VERO

Se ami anche le vene delle mani
allora è vero.
E non c’è specchio buono o cattivo
o un dio crudele, il soffio di una cipria
a coprire le giunture.
I segni che ha lasciato il mio sole non van via
la canottiera ha scritto le spalle, il mio futuro;
e il tuo è tutto in quella camicia chiusa male
i seni che ti scappano fuori, i non segreti.
Le vene delle mani sembrano cera d’api
una scultura molle del tempo, quando tocco
la reversibilità del tuo sonno
e sei vicina, il miglio delle dita e dei piedi.
Sei vicina:
come fa il fiato ai vetri di nebbia, e sei l’odore
che abbiamo l’uno all’altro mischiati.
Allora è vero
come le sette e mezza, ogni giorno, per la strada
le cosce già appoggiate alla marcia che conduco
l’eccitazione che mi fa vivo
e il sussultare, di buche ed occasioni
per mettermi a guardare.

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TELEMACO

Io ti ringrazio
per le giornate lunghe,
in celle dove i frutti del solitario colsi.
E anche per la polvere di sere immiserite
il rumore delle scale gravose e i tuoi grembiuli
sovente custoditi come le belle cose.
E ti ringrazia questo mio cuore piccolino
la corda della sola altalena, la remota
ché ultimo a sortire da scuola
m’era cara, come la barca messa a riposo all’arenile.
Ringrazio la mattanza delle verdure e i giochi
a te vicino intenta a cucire l’ordinario
il pane proletario e le sporte mai ricolme.
Quel modo tuo solenne e nervoso di toccarti
su, l’orecchino, quando tardava per la strada
quell’uomo che ti volle, qui ad Itaca, regina.

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BRIVIDISSIMI

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SENZA CAPELLI

Non c’è più porta né buio a tener fuori
la mia curiosità quasi infante;
è tutta nuda
la verità sull’uscio del tempo.
È come un treno
le mani opposte al vento gelato
metri e metri, di neve sulle foglie di ieri.
È tutta nuda
la bomba nella piazza del dodici dicembre
il titolo che lascia ben poco da mangiare
da ridere
e il costume da bagno nel cassetto.
Quest’anno niente mare
che ti fa male al cuore
agli occhi ed alle vertebre tutte.
È tutta nuda
la mano che ti tocca la casa dei pensieri
la devozione, forse tardiva, di quel figlio
che non ha mai imparato i saluti in successione
i vespri, e le canzoni di chiesa.
È tutta nuda
la segretaria in abito nero, la sua penna
il labbro superiore scomposto di un ottavo
per cortesia imparata nei corsi
o forse è vera.
E allora sono qui che t’aspetto, via, un abbraccio!
Un pezzo di pastiglia per fare via il dolore
una promessa di distrazione.
È tutta nuda
la mia vivacità da purgare
la ragione, la sola mia domanda d’amore
che ti venga, come un lenzuolo in lino d’estate
una coperta
sui piedi quando è troppa la brina.
Si, d’amore.
Quintali di anestetico per fartela accettare,
quest’animosità della morte sempre in tiro
le scarpe alte e il trucco da Diva.
Si, l’amore.

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PRIMO AMORE

Non è stata una sciocchezza venir grandi
tra i casermoni opachi
e le gesta degli eroi, per sempre confinate nei libri
o dentro i film.
Mia madre cadenzava le gambe
lui i tramvai: mio padre dalle spalle di cedro
il marinaio
che in acqua entrava solo di schiena.
Sono qui
ancora sulle scale di scuola accanto a lei
la ragazzina senza pretese come me.
Sono qui più dispettoso di grandine e maree
a chiederle dei figli che ha fatto, e se ci sta
a far la luce spenta e le briciole con me.
Ché ormai c’è poco tempo per mille smancerie
per remore e giudizi al veleno.
Sono qui, davanti a un bel comò con i pettini e l’idea
che bere un po’ faciliti gli occhi e a stare giù
la pancia nuda verso il soffitto
il terital, piegato sulla sedia con esperienza in più.
Son qui senza coperte né brividi, e c’è lei
calata come viene la sera qui da noi
a volte rossa
a volte di petto
triste mai.

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SULLA BOCCA DI TUTTI

Non c’è segreto meglio violato
dell’amarti.
Lo sa il quadrante dell’orologio in casa
il ditale della nonna caduto sotto il letto.
Lo sa la bella pettinatrice, e anche il paese
la banda dei ragazzi venuti alla panchina.
Lo sa la pancia quando mi manchi
e stai su un treno, veloce quasi quanto il pensiero;
e anche il ginocchio
lo sa, che mi patisce carezze.
Lo sa il vuoto, il lavandino un piatto soltanto e i figli tutti
già prodigati a uccidermi mosche, qui d’intorno
speziandomi l’attesa col fiato del futuro.
Lo sa la mia compagna di viaggio, quella assorta
su un libro quasi sempre lo stesso;
e il suo faccino, in debito di baci stupendi.
Lo sa bene, lo sa la mia maestra di un tempo
quella bruna, che m’ha insegnato come versare
il sentimento, su fogli immacolati venduti a cinque lire.
Lo sa la catenella che tra i mie labbri scorre
la lingua che misura i sapori a te graditi.
Lo sa il mio naso impero di Roma
e il tuo Cleopatra; le mani poi lo sanno
sovente ballerine. La musica del mio camminare
il tuo stipetto, dove tra un fiore e l’altro conservi le sottane
la seta della prima occasione, e quella meno.
L’appariscente moda dei poveri, un teatro
di cose scritte dopo l’incontro.
Lo sa il cane, il gatto dei vicini, la tizia che gli viene
il venerdì ogni primo del mese a far pulito.
Lo sa l’airone a bordo dell’Ovest, ogni giorno
che passo e sembra darmi il saluto degli dei
coi suoi coltelli d’ala nel cielo, un po’ turchese
un poco grigio, qui di Milano.
Chi mi manca?

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