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Archive for marzo 2018

CHIAMO MANI

Con stessa lingua
io chiamo voi, compagni
sentieri dove ho a lungo giocato
nudo ai piedi, ma più nel cuore ancora incorrotto.
Chiamo voi
origine del canto che porto come scorza
voi alberi coltelli del cielo, acque fangose
chiamo l’essenza del pane ancora verde
il ritmo dell’uccello in avanscoperta, i fiori
tenuti alla placenta di terra.
E chiamo mani, le vigorose a un padre sedotto
mani in marmo, mani di pesco ancora immaturo
nervi e sangue.
Chiamo a raccolta i miei idoli, e i poeti
a farsi ginocchioni di ciò ch’è più fatica
– dormire con la schiena spezzata insegna il verso
lo porta ad attitudini prime.
Chiamo amore, tutta la meraviglia che m’entra
langue, gode. La vanità di un tempo ammansita
forti abbracci,
quell’attimo in cui prendi la via del sonno duro
ma ancora il piede cerca l’origine, il tuo vero.

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SONO DONNE

La donna bussa forte, le sette di mattina
toglie le scarpe e sciarpa, si mette su un grembiule
in un appartamento finito di pagare:
doppi servizi e legno alle stanze.
Un’altra donna
davanti al suo caffè niente zucchero, annoiata
l’accenno di un sorriso a un rapporto di giornale
che oggi le consiglia le unghie tal colore.
Un’altra donna dieci ore in fabbrica, sei dita
un figlio solo in qualche parcheggio, mezza vita.
Un’altra ancora in qualche salotto, un tè all’inglese
le previsioni un po’ catastrofiche di Borsa
la scelta del paese migliore dove andare
da qualche prestanome a pulirsi i soldi. Un’altra
che prende ordinazioni e ha le gambe gonfie
e dietro, un’altra sui bicchieri e i fornelli sempre accesi.
Un’altra sul tramvai là di fuori, sta leggendo
la parte sua di sogno mancato. E’ un’impiegata
gratifica la sua gioventù con pacche al culo;
ma questo è il suo padrone magnanimo.
E poi un’altra
che sposta di un millimetro il suo calcolo inerziale
decide il prezzo dell’energia con mano stanca:
una nazione quasi allo stremo, l’altra addio.
Un’altra ancora fuori di chiesa, ora è una sposa
sua madre le ha redatto lenzuola e asciugamani;
un’altra là sistema vetrine, ha guanti in seta
per non sciupare stracci da mille euro al capo.
Un’altra fa la fila al mercato della frutta
ha un borsellino e poche monete, un’altra al mare
a fare le sue tette colore delle mele.
Un’altra lava i suoi pavimenti, una è una madre
il fiore poverello che non ha più bandiere.

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CHIARO E FORTE

Lasciatemi in ascolto, c’è del salvabile in orbita:
un bisonte, una lumaca sull’insalata, una poesia.
Lasciatemi in ascolto col mio paracadute
con le ferite dell’anteguerra, inchiostro a salve
e lingua se otto ore non bastano.
In ascolto, come facevo orecchio alla porta dei discorsi
alle impaginazioni del nudo, nel far figli;
a tutti quei spettacoli degli alberi in calore
al loro miagolare il ventuno d’ogni marzo.
Lasciatemi al dialetto dei padri, alle cantine
a quel tossire forte le quattro di mattina
ai campi dove schiavi di oggi fanno i salmi
i martiri in assenza di icone.
Chiaro e forte,
segnale disturbato da un verme indagatore,
lasciate che qui ascolti il coraggio dei malati
venuto all’improvviso nel battere le ciglia
le mani a santità petto bianco.
Qui, un sorriso
di là un bacio alla bocca di un vecchio sconosciuto.
Lasciatemi in ascolto dei tanti qui annegati
in queste città d’acqua perpetua, viola e amara.
Lasciatemi in ascolto del miele più nascosto
di questa cera d’api sulle panchine nuove
dove gli amanti ingegnano il fiato e stanno buoni
fin quando la decenza consente.
Chiaro e forte
tra i tetti del quartiere Milano e la campagna
c’è un faro trasmittente con gli SOS in cielo.
Lasciatemi in ascolto, saprò dove arrivare.

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ECCO L’INCANTO

Quando la schiena ha il colore delle perle
l’addome una falciata di grano
e il fiato rose; è facile all’amante
spericolarsi intero.
Osare le parole .ti amo. e andare a fondo
col corpo dentro il corpo celeste.
E’ quasi amore
fulgente come un’alba in un fiordo, tutto chiaro.
Ma il Generoso chiude la mano, la ritrae
e la fertilità ch’era campo si fa greto
e varco inaccessibile in pietra.
Allora indugi, metti da parte pane raffermo
e avvolgi il nudo
con la misericordia imparata da bambino.
Sollevi con due mani gli scuri verso il giorno
cercando la fontana e gli uccelli di l’altrieri.
Sorridi a bocca chiusa per non tradire il bello
della regalità dei tuoi anni
e dici t’amo, con la verginità ch’è del vero.
Ecco l’incanto.

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