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Archive for novembre 2015

LE LABBRA

Trattengo il fiato vicino alla bellezza
un misto pallido in volto, il filo in bava.
È il volo degli uccelli che controvento vanno
e sembrano dei petali d’aria, colorati.
Trattengo la vigilia del sonno, la mia urgenza
la seta delle calze che hai tolto
il tuo ditale, comprato al Cairo, pieno di spezie
faccio l’oohhh
dei bimbi al circo equestre, o al Cine coi cartoni.
Trattengo l’indecenza del corpo, la dolcezza
per dartela come a un’altalena
mani e resto.
Trattengo la sostanza del fuoco, una bottiglia
d’oceano nella bocca e Mozart nelle orecchie.
Trattengo quello che vorrei dirti, solo un poco
per farti innamorare delle parole sconce
delle parole pie e dinamite
della voce, decisa o incerta se poi sei nuda.
Dello schiocco
con cui sigillo labbra su labbra.
Si, le labbra
recise nella pelle dal troppo tuo aspettare
risorte e delittuose di notte, due farfalle
che perdono la strada nei prati.
Io le tocco, mi sembrano le foglie delle robinie
fuori, sottili e vive come non mai
prive di niente.

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LA BOCCA

Se ride sembra una sacrestia, la bocca tua
distratta quando il nome d’amore non sai più.
Segnata col belletto dei fiori aperti a Grasse
col rosso poverello e un po’ anarchico che c’hai.
La bocca tua
da codice penale, un po’ rosa un poco ecru
niente poesia, a meno che non faccia poesia la castità
la piccola fessura che scalzi su di me.
La bocca tua
l’ho aperta mille volte cercando roba mia
un po’ di ripugnanza che mi dicesse
– No, è mica da sposare la lei.

La bocca tua, piena di fumo e di ostie, sangue e me
di vino con le pesche e silenzio, piena te
feroce nel concerto delle sue qualità
dolcissima nel prendermi il sesso e darlo via.
La bocca tua
violenta e trattenuta pronuncia, bocca mia
squisita come il miele d’arancia, amara
sai
tantissime le volte la lingua su di te.
Aperta e generosa, un po’ pasticciona, si.

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SENSI – GUSTO

Sai di cicoria, quella dei campi, amara.
Di uova con lo zucchero
dell’aria
prima ancora, che il cielo si riduca a poltiglia.
Sai di pioggia
di rame e foglie secche, sai tutto e quasi niente.
Allora dico sai anche di me, dopo su te
sai di farina bianca, di pizza a portar via.
E sai di tutti i pianti che fai, della virtù
di mettere su cena con niente, sai di te
a diciottanni, acerba nel corpo
e di vivai, di fiori calpestati dall’acqua.
Sai di noi, bevuto il nostro vino a bottega
sai e non sai, profumi di Marsiglia di sabato
di guai, qualche giornata storta di tante. Sai di noi
sporcata la tovaglia e ci bestemmiamo su.
sai delle rose mezze smangiate, dei carnai
che sono i treni certe mattine. Sai e non sai
libeccio qualche volta, scirocco tra i granai.
Sai di un fratello mai avuto quanto me
d’anguria a ferragosto
di gatta incinta e portineria, di alcol messo su una ferita
sai di me. Di chi t’ha avuta prima di me
e sai di Bar, negozi troppo cari, cartolerie e juke box.
Sai della prima volta che mi dicesti si
smettendo solo dopo che anch’io lo dissi a te.
Sai delle caramelle di nonna, di un bignè
di crema chantilly messa in frigo
di babà, di Rum che storti tutta la bocca. Sai di me
se metto un po’ di me dentro te
sai di Mistral, sambuca la mattina
un po’ matta, un po’ chissà.

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INTIMITA’

Ti fidi, si, di me
dell’odore
e delle mani
venute nel tuo piatto d’inverno a farti chiaro.
Ti fidi dei miei nervi che sono corde tese
del loro stare svegli di notte
della guardia, che mi fa alzare il collo lontano
come un nibbio.
Ti fidi della cieca presenza
e dell’amore
che fa narcisi e pieni di grazia, a volte nudi
di quella nudità che fa dire
e anche tacere. Ti fidi delle storie dei padri
dell’ingenuo, tirare le coperte per scombinare il male.
ti fidi di chi svuota le tasche e poi divide
le acque del Giordano con un boccone appena.
Ti fidi, si, di me
donna di mare; di me che vengo dentro per ascoltarti il cuore
il flusso del respiro in lenzuola di lettiga.
Di me, quando ti apri e mi dai la religione
l’intimità più sacra che hai
e nulla temi.

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LA CITTA’ OSCURA

La vanità porella dei lavatoi scrostati
in questa meneghina domenica, riluce.
Ora che il taglio di luna ha sanguinato
sopra le turche, qui, alla bocciofila
sui campi
franosi e pizzicati da uccelli inquieti e neri.
È umido il mio pane di oggi, un’acqua santa
posata sugli infissi come le mosche estive;
l’acqua nei muri e nei panni, nelle ossa
dei vecchi che si spurgano il naso con rumore.
È tutto un gran tossire di strade di paese
di chiuse disertate dai cani
di campane, spiegate alla raccolta di donne
d’acqua anch’esse.
Donne da bere amare, per coglierne l’essenza.
C’è tutto un gran casino di tazze e di stoviglie
bagordi della sera da cancellare, e seme
piantato in ventre dopo goduto. È l’acqua asciutta
della periferia senza mare
l’acqua inquieta
nelle radici della magnolia. Quella pura
dentro le rose incinte, o nei giovani addormiti.
Col loro respirare maleducato e fondo.
È l’acqua dei sentieri che dentro me dilava
fino alla meta dove l’amore non è scienza
né raziocinio, calcolo, fine.
Ma alchimia
disperazione d’esserti accanto quando manchi
e pare mi si svuoti anche il cielo, e tutto me.

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I GIRASOLI

Le estati che non stavi mai ferma e non dormivi
per voglia di un bicchiere gelato, di un’anguria
o forse un’altra vita da Biancaneve.
Rosa
dentro la bocca i tuoi quarant’anni, e le parole
che solo le ragazze in colonia osano dire;
parole lampo fatte mai tuono, o solo un poco
ché il timbro ti veniva più schietto nelle stanze
tolte le tende e il pane dei vivi.
Manchi al mondo, manca la vergine in pezza
ore ed ore, a carezzare un figlio ancor nube
ancora mela.
E manca quell’ingenua risata d’acqua fresca
il muro a girasoli dipinto, i tuoi colori
ignari della guerra, dei tanti morti in mare.
Rosa, è giorno
ho fatto ventimila respiri, tu due fiori
il nome non importa, stanno crescendo bene.

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NORDOVEST

Fuori è soltanto la Lombardia nebbiosa
caricatura informe di prati
di alberate.
Il grande finestrino soleggia all’una e un quarto
io preferisco il fulcro, e il ginocchio tuo
vicino.
La gonna tesa e il libro loquace. Io lo guardo.
E m’innamorerei lo volessi
del restarci
la testa irrimediabile presa nell’odore
nel tempo dei binari che scuotono il cotone
le calze color carne ed il neo
lì sul polpaccio.
Di fuori è solamente una Lombardia sfuocata
slabbrata come i miei pantaloni troppi anni;
non si usa più baciarsi nei treni, hai detto prima
come ci fosse un tempo d’amore chiuso in casa
e un altro manifesto politico, peggiore.
Non si usa più ma io me ne frego, c’ho la moda
soltanto nei cappelli di lana, e nelle tasche;
frequento raramente bottonifici e affini.
Per me un collo levato fa meno malattia
conforto, e quel tepore bambino che ritrovo
soltanto dentro il letto alle due
le mani giunte, tra cosce e sesso
un poco fetale, un po’ paura
che poi non torni più la mattina, il tuo faccino.

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