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Archive for gennaio 2012

Lui pensa, mentre morde un’arancia
alle scintille
al ventre della stufa da ispezionare, al modo
con cui rimboccherà le coperte alla sua donna.
Al cellophane che copre la bici, alle mollette:
se siano troppo facile impresa sopra i raggi
e l’aria di gennaio non possa poi punirlo
mandando giù qualcosa che, no, chiamarla neve
non è il termine giusto,
ma vuole sia un cappello
a fargli cartolina la fronte.
Lui, la storia, l’ha recitata bene
e lo deve ripagare;
lo deve rispettare con marciapiedi giusti
con giornalai a portata di mano
e belle donne.
Di quelle che non perdono la buona educazione
la schiena di un concerto
la camminata breve.

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Non mi negare il gesto, l’unico
ché porti in me, interiore
come una teca od un salvadanaio
ben custoditi in viaggi di semina.
Mio amore
tu che conosci il freddo celato, mio più vero
mostrami il latte celeste delle mani
la casa degli abbracci
la vergine tua bocca; tanto parsimoniosa
che fu, tanto preziosa
con gli uomini te corsi vicino
e ora scordati.
Non mi negare il chiaro principio di ogni giorno
le debolezze e il volto di frangia;
in te io verso
la docile statuaria mia fronte
e ciò che ho inteso, di questa mia serale fortuna
ch’è la vita.

**

Le luminarie flebili nello stanzone
il canto, di una che lavati i suoi panni
ora innamora.
Così voglio vedere questo mattino in croce:
ti sto vicino e tu mi dai il ventre
mi consoli, con quello stacco detto dei seni.
Dopo il pianto:
ché tanto forte è stato guardarti dietro gli occhi
come dalle finestre di ferro del collegio.
Occhi riempiti di freddo ed armistizio
occhi d’arancia passita.
Tortorella,
se tengo il viso tuo m’è più rapido finire
sentire il tocco di un gran maestro sopra il cuore
illudermi che sempre, al costato
tu avrai bocca
l’avorio delle gambe
e il sesso che vi appare.

Massimo 26 gennaio 2012

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DA DOVE VIENI

Forse ci amammo per quel comune odore
che ammutolisce il mondo visibile nell’erba;
dopo piovuto come un incanto
dopo il nudo, che viene nello specchio dell’acqua
quando è vento.
Forse il modo
con cui cantavo il seno tuo pudico
e inviolato:
uno scrosciare furbo d’uccelli spaventati
un vuoto cattedrale
che riempie il cielo quando fa giorno.

Forse i segni, hai amato su di me
delle pagine trascorse,
quel mio tenerti come una coppa d’orli mozzi
senza sprecarti mai una sorpresa
un bisestile
un’ora fatta a noci col miele.

Forse il suono
dei campanili stessi premuto nella testa;
quando amavamo stare nei campi
e non a casa. Quando le foglie del granturco
tra le mani
dicevano il futuro
e valeva qualche cosa.

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PERIFERIE

A quel tempo vivevo tra i giganti
le mura della scuola, la folla dei mercati;
le mani di mio padre e il suo pezzo di formaggio
due dita troppo grandi per le raffinatezze.
Giganti erano i treni guardati dalla rete,
gli uomini in braghette di tela per i campi;
giganti erano i mucchi di fieno
e anche gli uccelli
che tutti sopra i cavi dell’Enel, verso sera
sembravano pregare la morte del dio sole.
Giganti erano tutte le donne da marito
giganti erano quei bigodini
quei grembiuli, le sporte sul manubrio
i denti d’oro in bocca.
Giganti erano gli altri compagni coalizzati
le fionde che spaccavano i vetri
le ginocchia
puntate sulla gola di chi, appena arrivato
c’aveva l’aria ruggine di quei paesi nani
fatti di case solo di carta
e noccioleti, di arance fredde sopra i balconi
e di osterie.

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L’ALBERO DELLA VITA

C’è un coro che si leva da terra, io lo sento.
È un principiante ognuno che muore
va educato
va allineato al canto dei grilli
insieme al fuoco, al bozzolo che compie il suo meglio
al ramo nudo.
C’è un coro di stoviglie ordinate, prima straccio
poi sole a scolatura, due dita d’aria appena;
sulla credenza il pane
da conservare come il ricordo dei fratelli
di quelli nati appena per respirare un giorno,
per quelli andati in Francia a svestire le miniere.
C’è un coro che riempie le stanze, io lo sento.
Fa instupidire ogni lenzuolo sotto il ferro
è il raschio del pitale sul pavimento crudo.
C’è un coro di stenelle nella bottiglia d’acqua
nel fondo mezzo asciutto di un pozzo
quando è notte, ed ogni bocca è aperta per misurare l’aria
per scrivere spartiti sui fili del bucato
sulle ringhiere, e i molli disegni del pigiama.
C’è un coro che perdona il dolore agli orologi
la malattia del sonno e dei desideri buoni,
in fondo cose semplici: arance, dei confetti
le scarpe nuove lucide e secche.
Si, c’è un coro.

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La verità del freddo sostava alla finestra:
in pieno inverno, come uno squarcio secco
crudo, tutto aperto;
col fumo che saliva dal pavimento lustro.
Mia madre ci passava lo straccio con un tuono
l’odore che ti sgretola zigomi e mascelle.
Mio padre stava fuori
metteva due monete e accendeva tre candele,
disonestà cristiana diceva,
poche lire
potevano bastare a quel tizio senza donna
senza un lavoro degno di questo nome.
Ed io, ruggivo dentro
il mio tabernacolo d’uccello;
mettevo quattro biglie nel ventre del divano.
Saggiavo quella neve di vetro con le mani,
senza ubbidire a chi mi diceva di lasciare.

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LE MANI

Nel sogno disertavo il tuo letto per il vento.
Volevo mi pigliasse la semina,
leggero, fino all’orecchio buio di terra
fino all’acqua.
Volevo diventassero mille le mie mani
una per foglia, e una per giorno
una per figlio.
Una per quando metti le scarpe, una alla fronte
una sul tuo sedere aggraziato
una sul filo, dove fai soppesare le calze ed ogni cosa.
Una sul sesso quando ci metti anche la tua
una alla bocca quando mi chiami
e non sai il nome; una per ricordarti la strada
una alla chiesa. Un’altra per portarti la spesa
una sui fianchi
per sollevarti e prendere il frutto
una alla testa, sopra i tuoi bigodini arancioni
una ai seni
lasciati senza niente in custodia.
Una per gamba, tra gli interstizi freddi
e le dita dei tuoi piedi.

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