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Archive for febbraio 2019

NAVIGANTI

Ho masticato gemme di lino i giorni in festa
le vesti del Signore prima del temporale.
Per farmi più pulito di un giglio nella sera
tornata la mia mamma dai sodalizi in carne
le ore inginocchiata su pavimenti e noci.
Volevo mi baciasse con la sua bocca antica
e mi tenesse qualche minuto là, sul petto
prima del sonno dell’onda, della piena.
Volevo fosse un gran giardiniere, e io il migliore
il preferito serto per intrecciarle il cuore.
Così, il giorno, nell’erba dei santissimi
io navigavo a vista;
col grano spettinavo le vene, e i piedi nudi
facevano dei giri di danza, come muse
colombe sopra il cerchio di quella ammaliatrice
veduta al circo dei poverelli.
Ero un bambino, con dentro le derrate ai Fenici
le feluche, sul Nilo e i suoi affluenti di sangue.
Avevo lune, mozzate da una fame ancestrale
e le pianure, soffitte d’universo che non vedevi fine.
Il sole aveva l’olio delle lanterne umane
l’amore, là a venire, prendeva lento forma
negli occhi d’Oceania delle balene in fiore
nel canto allo spezzare del pane, e le missive
nascoste nelle tasche per farne poi sorpresa.
– Mi piaci che capisco più niente, puoi domani?

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Forse sull’albero è il canestro della vita
la fronda d’acqua in punta di sole.
E tu vi sali, perché c’hai quella forza dei giovani
e il coraggio;
la tragica incoscienza dell’uomo della pietra
la sua scoperta ricca del fuoco.
Io, del resto, sto qui a raschiare gli attimi a terra
lento il giusto. Per ricordare i fianchi alla donna
e il suo destino, di somigliare in tutto
ad un fiore da annusare.
Adesso lecco il miele che mi è rimasto addosso
come la gatta prima del sonno, più mansueta.
Così, se vuoi toccarmi, io mi lascerò fare
come si spolpa piano una rosa, e sarò ancora
un tenero germoglio affacciato sull’altare.
L’inverno dell’età cova pane, se ne hai fame.

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SE MI VUOI BENE

Se mi vuoi bene, lasciami solo
vai giù al porto
a ridere dell’acqua di nafta, degli uccelli
che annusano il di dietro alle barche.
Lascia i soldi
che possa poi comprarmi una mela
e denti buoni, per viverla di bocca matura e baci assolti.
Se mi vuoi bene lasciami solo, ama la strada
che piena delle foglie di ieri ora mi ispira
come un canestro in panni ricolmo al lavatoio
o gli occhi di mia madre sentendosi perduta.
Lasciami solo che ho dentro l’universo
e scotta come certe pignatte messe al fuoco
per fare le lenzuola pulite dall’amore.
Se mi vuoi bene uccidi la noia che mi prende
se parlano di un Dio solo di misericordia
del fatto che poesia l’è per pochi e va studiata
millimetro a millimetro come una malattia.
Se mi vuoi bene allagami l’uscio con te nuda
adesso come avevi vent’anni, e taglia il velo
di questa tua bellezza, e dividila con me.
Ché sono poverello e tu il mio San Martino
il sole delle benedettine, il mio convento
di pane e di preghiere pagane.
Fammi vivo.

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Come misura di un albero, spessore
la tua magrezza è mappa del cielo.
E’ osso e scorza
la stessa resilienza del ramo sotto un tordo
la sua genuflessione al Dio che mette il verde.
Toccarti è un’ispezione di nudo, è quel cercare
tra il verme della pelle la terra fatta grano.
La storia dell’elettrica scossa, quando l’uomo
ti ha preso fino al grido di gioia.
E’ dirti t’amo
tenendoti più addosso di un’ape col suo fiore
più della santità di mia madre in ospedale
il pasto là diviso con me, seduto accanto.
Toccarti è un centinaio di bambini, tutti in corsa
in riva al mare freddo di giugno
è un libro aperto, davanti a una finestra sugli anni.
E io ti voglio, con i tuoi segni, i pianti, i dolori
le avventure. Le foglie maturate negli occhi
e gli animali, venuti a ristorarsi per poco.
Voglio il suono, di pioggia quanto hai belli i capelli
voglio i piedi, piantati fino al centro di terra
il secco duro, di quando hai sete in vita
più d’un acquasantiera.
E voglio l’ombra e amarla più forte, darti schiena
come si poggia fiero un bambino addormentato
sereno sulle labbra che ridono
per niente.

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