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Archive for luglio 2018

VENTI DONNE SUL BALCONE

Noiose
come tende pesanti da salotto
come le verze scaldate dopo tempo;
o il tira pelle
di un divo che continua a ostentare il suo virile.
Certe poesie sono garze mezze esauste
ben altro ci vorrebbe per le ferite fonde
che questa vita aggiusta sui denti, altro coraggio
e versi che ti mostrano il culo. Altro che seta
velluto o gentilezza sprecata. Urlate al mondo
che l’ingiustizia è peggio del diavolo e ha già vinto
e mostra tutti i segni del fatto, e non perdona.
Sappiate dire al “giusto per legge” che è un inganno
un furto, un male
rubare il pane e il tempo alla gente che ne ha mica.
Noiose, per non dire moleste, tutte ammodo
come vestine bianche da prima comunione.
Non toccano il sedere e non spiano dalla chiave;
han certo dignità pure loro, non lo nego
ma a me fanno venire la barba dei profeti
il latte alle ginocchia, la gotta, la pellagra.
Dite forte, che solo la passione fa l’ugola nostrana
che venti donne sopra un balcone una caciara
un paradiso meglio di Dio, ditelo forte
che già è noiosa e dura la morte, non temete.
La piccola leggiadra, la Luna, non stizzisce
non giudica, va là, se ne fotte di noialtri.

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ALBERI

Uno degli alberi ha detto – mi dispiace
lascerai questa vaniglia d’officina
la musica dei cedri e l’uccellagione intera.
Lascerai il canto di pietre in acqua cheta
quello del fulmine se prende agitazione.
Uno degli alberi somiglia alla mia donna
quando c’è vento forte getta le reti in cielo
per prendere il capriccio di quattro rondinini.
Uno degli alberi sanguina dal naso
ha un giglio nell’orecchio per prendere le api.
Uno degli alberi è cresciuto insieme ai treni
ha visto gli altiforni svuotarsi di catrame
il prato dove andavo a giocare farsi terra
più arida di un pelo di biscio.
Un altro è secco, il tempo gli ha disfatto la tela
Ulisse è morto.
Un albero ha costretto il suo Dio a guardare in terra
per caricarlo a salve di merli e barbagianni;
è pronto a fare ombra a una croce
cento anni.

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E’ LA MIA TERRA

E’ lì che, a capo chino, capisco un po’ di vita
la terra sotto l’unghie, le mie ginocchia lise.
Ho fatto buchi come a comando
un orto breve, ma grasso come pochi
qui intorno alla città.
M’è capitato a tiro l’odore d’altri tempi
dei cavatori, già da buon ora, di patate
di giochi fino a rompersi il collo, di sudore.
M’è capitato un pezzo di legno, una reliquia
qualcosa adoperato quando mio padre ancora
lo si vedeva poco, soltanto ad ore strane;
e per le strade stavano i camion con le arance
i grandi affilatori di forbici e coltelli.
E poi una grande sete di gioia e di infinto
di certe sere senza la tele e senza nubi
che a leggere nel cielo tutto che volevamo
bastava aprire bocca e pensiero.
Sto seduto, per farmi piccolino al cospetto dei giganti
i miei che hanno nutrito la terra che ora bacio
con quasi quattromila domeniche e un po’ d’acqua
e storie un po’ di amore e di culo, due risate
e un mal di schiena lento a passare.
E’ la mia terra.

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